Una filiera è sostenibile solo se lo è per tutti: per chi produce, per chi lavora, per le imprese e per i territori. È questo il monito lanciato dalla conferenza “Coltivare Futuro - Lavoro, legalità e valore nelle filiere agroalimentari”, promossa da Filiera Futura e Fondazione Crc, in collaborazione con Weco Impresa Sociale, ieri, al Mercato del Corso di Campagna Amica - Casa Coldiretti a Torino, alla vigilia di Terra Madre Salone del Gusto 2026. E nella quale, è stato ricordato come la filiera agroalimentare italiana genera valore, occupazione e sviluppo per tutto il Paese: oltre 620 miliardi di euro, pari al 15% del Pil, considerando anche distribuzione, ristorazione, logistica, trasporto e intermediazione. Alla base di questa straordinaria filiera ci sono le imprese, i territori e soprattutto il lavoro di quasi un milione di persone. Ma non sempre la ricchezza generata viene distribuita in modo equilibrato. Margini ridotti, volatilità dei prezzi, difficoltà di accesso al credito e cambiamenti climatici rendono più vulnerabili soprattutto le imprese agricole più piccole. Le fragilità economiche e sociali che ne derivano possono aprire spazi a intermediazione illecita, sfruttamento e criminalità, penalizzando i lavoratori e le imprese che operano correttamente.
In apertura dell’incontro, dopo i saluti di Barbara Nappini, presidente Slow Food Italia, è stato letto un messaggio inviato da Gian Carlo Caselli, presidente del Comitato Scientifico Fondazione Osservatorio Agromafie, ex magistrato italiano: “parlare di agricoltura significa parlare del cibo che arriva sulle nostre tavole, ma anche delle persone, dei territori e delle condizioni sociali ed economiche che rendono possibile quel cibo - ha scritto il Procuratore Caselli - non può esserci vera qualità senza rispetto dei diritti; non può esserci sostenibilità senza giustizia; non può esserci futuro se lungo la filiera qualcuno viene sfruttato o se il valore prodotto non viene distribuito in modo equo. Le agromafie prosperano dove esistono fragilità, lavoro irregolare, opacità e disuguaglianze. Per questo contrastarle non significa soltanto reprimere i reati, ma costruire filiere più trasparenti, responsabili e capaci di riconoscere il giusto valore al lavoro agricolo. “Coltivare futuro” significa, dunque, assumere una responsabilità comune: istituzioni, imprese, lavoratori, consumatori e società civile devono contribuire alla costruzione di un sistema agroalimentare fondato sulla legalità, sulla sostenibilità e sulla dignità del lavoro. Ringrazio Filiera Futura, la Fondazione Crc e tutti i promotori per aver creato questo spazio di confronto, convinto che dal dialogo e dalla collaborazione possano nascere strumenti concreti per un’agricoltura più giusta, sostenibile e libera dallo sfruttamento”.
I numeri sono significativi: il giro d’affari delle agromafie stimato nel 2025 è stato di 25,2 miliardi di euro, ed è raddoppiato rispetto ai 12,5 miliardi del 2011. Ben 589 inchieste su 938 condotte nel 2024 riguardano il settore primario. In questo contesto, a essere maggiormente esposte sono le persone il cui stato di bisogno è aggravato dalla precarietà economica, abitativa o giuridica. È il caso di molta manodopera straniera, diventata una componente strutturale dell’agricoltura italiana: se 1 lavoratore su 5 impegnato nei campi è straniero, le indagini dicono che l’86% dei lavoratori sfruttati sono provenienti da Paesi Extra Ue. Lo sfruttamento del lavoro agricolo non è una deviazione marginale: è un problema strutturale, che interroga il funzionamento delle filiere in ampie zone del Paese. Affrontarlo richiede di uscire dalla logica dell’emergenza e guardare ai meccanismi economici e organizzativi che rendono lo sfruttamento economicamente conveniente per una parte degli attori. Significa chiedersi come si costruisce un’agricoltura socialmente giusta e chi deve farsene carico.
Partendo dall’analisi delle principali criticità legate alle condizioni di lavoro nelle filiere agricole, il convegno ha allargato lo sguardo ai modelli di governance e alle condizioni che consentono di costruire sistemi produttivi capaci di coniugare sostenibilità economica e giustizia sociale. Il confronto ha messo in dialogo esperienze concrete, prospettive normative e scenari futuri, con particolare attenzione alle trasformazioni demografiche e migratorie e al loro impatto sul mercato del lavoro agricolo. Un’occasione preziosa per interrogarsi anche sul ruolo che possono svolgere le fondazioni di origine bancaria e tutti gli attori coinvolti nella costruzione di filiere più giuste. Francesco Cappello, presidente Filiera Futura - associazione che lavora in tutta Italia per innovare il settore agroalimentare di qualità, promuovere progetti condivisi e valorizzare i prodotti di qualità made in Italy e la loro competitività, con particolare attenzione alle aree interne e rurali, e che conta più 28 soci tra cui fondazioni d’origine bancaria, atenei e enti di categoria - e vicepresidente Fondazione Crc, ha sottolineato come “con questo convegno Filiera Futura ha voluto portare al centro del confronto una dimensione essenziale della sostenibilità delle filiere agroalimentari: la qualità e la dignità del lavoro. Per la nostra Associazione significa innanzitutto accrescere la consapevolezza e la capacità di lettura di fenomeni complessi, mettendo in dialogo competenze, esperienze territoriali e punti di vista diversi. L’incontro di Torino non rappresenta, quindi, un punto di arrivo, ma l’avvio di un percorso: vogliamo capire come la rete delle fondazioni e degli altri soggetti che compongono Filiera Futura possa contribuire a promuovere soluzioni concrete e condivise, capaci di tenere insieme competitività delle imprese, tutela delle persone e sviluppo dei territori. Perché l’innovazione delle filiere non può essere soltanto produttiva o tecnologica: deve essere anche sociale”.
Stefano Liberti, ricercatore della Fondazione Osservatorio Agromafie, ha presentato una fotografia nazionale delle principali criticità legate alle condizioni di lavoro nelle filiere agricole e un approfondimento sull’evoluzione del quadro normativo, con particolare attenzione a come si stanno muovendo l’Italia e l’Unione Europea. “Il caporalato non è soltanto una pratica criminale da reprimere, ma il sintomo di una filiera che presenta profonde disfunzioni economiche e istituzionali. Quando la pressione sui prezzi e sui margini viene trasferita sul costo del lavoro e quando i servizi pubblici non riescono a garantire un efficace incontro tra domanda e offerta, l’intermediazione illegale finisce per colmare, in modo distorto e sfruttatore, un vuoto di mercato e di istituzioni. Per questo contrastare il caporalato significa intervenire non solo sullo sfruttamento, ma anche sulle condizioni economiche e organizzative che lo rendono possibile e conveniente”.
Nella successiva tavola rotonda è andato in scena un confronto tra esperienze e modelli concreti di governance, esplorando possibilità e strumenti attraverso cui costruire filiere socialmente giuste. Giada Drocker, referente comunicazione progetto Tft-Trasformare la fascia trasformata, ha raccontato come “il progetto Tft- Trasformare la Fascia Trasformata sostenuto da Fondazione con il Sud, ha agito con forza su tre direttrici integrate - socio-educativa, ambientale e di filiera - per risanare un territorio complesso segnato da grave marginalità sociale, sanitaria e lavorativa, come quello di Marina di Acate, in Sicilia, nel ragusano. L’intervento ha garantito dignità a oltre 50 nuclei familiari guidati verso l’autonomia e l’alloggio stabile, e ha coinvolto 37 aziende agricole per monitorare il lavoro e promuovere la sostenibilità etica. Questo cambiamento strutturale è stato reso possibile grazie all’azione coesa di un team multidisciplinare che ha operato in forte sinergia sul campo. La vera chiave del successo è stata la fiducia che gli operatori si sono conquistati giorno dopo giorno: un capitale umano prezioso capace di superare barriere, isolamento e diffidenze in un contesto sociale estremamente sfidante”. Yvan Sagnet, fondatore Associazione NoCap, ha spiegato come, invece, “NoCap nasce dalla lotta al caporalato, ma con una convinzione precisa: non basta denunciare, bisogna passare dalla protesta alla proposta. In questi anni abbiamo costruito un modello che mette insieme lavoratori, imprese, produttori, grande distribuzione, istituzioni e società civile. Lo sfruttamento, infatti, non è responsabilità di un solo anello, ma riguarda l’intera filiera. Per questo lavoriamo su lavoro regolare, trasporti, abitazione, formazione e inclusione. Una filiera davvero etica è possibile solo se ciascun attore si assume la propria parte di responsabilità”.
Romano Magrini, capo Area Lavoro e Relazioni Sindacali Coldiretti, ha detto che “il contrasto al caporalato deve essere senza sconti, perché chi sfrutta i lavoratori danneggia anche le migliaia di imprese agricole italiane che rispettano le regole e applicano i contratti e che rappresentano la stragrande maggioranza del settore agricolo. La Legge 199 fortemente voluta da Coldiretti ha rappresentato un passaggio importante, ma alla repressione occorre affiancare una vera politica di prevenzione. I lavoratori stranieri sono indispensabili per la nostra agricoltura. Gli ingressi programmati sulla base delle reali esigenze delle imprese, devono poter arrivare in Italia rispettando i tempi per cui sono stati richiesti. Occorre, inoltre, rafforzare la formazione e un piano strutturale per trasporti e alloggi. Le esperienze di agricoltura sociale dimostrano che le campagne possono favorire anche inclusione e integrazione. Garantire sicurezza, salari adeguati e lavoro dignitoso significa colpire l’illegalità e, allo stesso tempo, sostenere le aziende sane, oggi alle prese con carenza di manodopera, costi crescenti e troppa burocrazia”.
Maria Cristina Galeasso, co-fondatrice di Weco impresa sociale, un’agenzia di innovazione sociale che affianca istituzioni, imprese e organizzazioni non profit nell’ideazione e nello sviluppo di soluzioni e strategie ad impatto sociale, ha concluso, infine, raccontando che “l’esperienza di “Accademia della Vigna” ci ha mostrato che è possibile coniugare le esigenze delle imprese con la qualità e la dignità del lavoro, costruendo percorsi concreti di formazione, inserimento lavorativo e inclusione. Ma i singoli progetti, da soli, non bastano: servono soluzioni di sistema, capaci di intervenire sulle condizioni che rendono il lavoro fragile, dal reclutamento alla casa, dai trasporti alla formazione. È una responsabilità che deve essere condivisa da tutti gli attori della filiera - imprese, istituzioni, organizzazioni sociali e rappresentanze del lavoro - perché una filiera può dirsi davvero sostenibile solo se lo è anche per le persone che vi lavorano”.
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