“Fin dal Medioevo i vini si distinguevano in “pretti” di maggiore qualità e vini “acquati” o “vinelli”
che venivano consumati dai lavoratori dei campi e dalle classi più umili delle città. Nel Rinascimento, quando Firenze divenne uno dei centri urbani più espressivi della ricchezza e dell’arte in Europa, il vino diventò una componente essenziale della cultura e del gusto delle classi dominanti. Lorenzo dei Medici che amava la cultura, ma anche il cibo e il vino, al momento delle sue nozze con Clarice Orsini (1469), ne diede dimostrazione esemplare che Maria Luisa Incontri Lotteringhi della Stufa ha descritto nei minimi particolari. Affluirono in città dal contado diverse somme di vino e botti piene di Malvagia, Trebbiano, vini vermigli e persino vini forestieri. Sui quattro cantoni, “nel mezzo della corte”, stavano i bottiglieri che servivano vini e acqua fresca. I vini rossi e bianchi accompagnarono Lorenzo e Clarice, ma anche gli invitati e il popolo. Si servì la Malvasia, che proveniva dall’isola greca di Monemvasia, sulla costa orientale del Peloponneso. I quattrocento invitati li gustarono a sazietà”. È l’excursus dello storico italiano Zeffiro Ciuffoletti, accademico dei Georgofili, su “Il contesto della vitivinicoltura nell’età medicea e l’opera di Francesco Redi”, raccontato a “Quando Bacco giunse in Toscana. Francesco Redi: poesia, scienza, arte e cultura del vino nel Granducato degli ultimi Medici e nella Montepulciano medicea”, il simposio di studi dedicato a Francesco Redi, nei 400 anni dalla nascita del medico-letterato autore del “Bacco in Toscana”, promosso dal Consorzio del Vino Nobile e dal Comune di Montepulciano, ieri, nella città del Poliziano, “perla” del Rinascimento (e che riportiamo integralmente su WineNews, che, con il direttore Alessandro Regoli, è intervenuta nella giornata di studi e che esporrà alcuni libri antichi ed originali dell’autore nella grande mostra prevista dal 20 marzo al 20 giugno 2027, ndr).
Lorenzo Il Magnifico, ha ricordato lo storico Zeffiro Ciuffoletti, che era un grande intenditore, con le allegre brigate che lo accompagnavano, frequentava le migliori osterie cittadine gustando, in particolare, Trebbiano e Malvagia. Ne scrisse anche nelle sue composizioni poetiche: “Tutti n’andiamo verso il Ponte a Rifredi ché Giannesse ha spillato un botticello. Di vin che presti facci i lenti piedi. Tutti n’andiamo in fretta a ber con quello. Quel ci fa sol sì presti in sulla strada. E veloce ciascun più d’un uccello”. Le osterie, come è noto, avevano a Firenze nomi strani: il Buco, il Fico, le Bertucce e i compagni di Lorenzo erano i più bei nomi di Firenze: gli Adimari, i Pandolfini, i Martelli, i Ginori, i Giuntini, i Corsini. Il Pulci nel suo “Morgante”, esaltava il cibo e il vino, scrivendo che non credeva più “né al nero, ch’all’azzurro”, ma credeva “soprattutto nel buon vino”, “nel tortello” e “nel fegatello”. Nel 1476, pochi anni dopo il grande banchetto nuziale di Lorenzo il Magnifico, Benedetto Salutati offrì un banchetto memorabile in onore dei figli del re di Napoli, racconta Ciuffoletti. “Pipioni”, “pollastri”, “fagiani”, “starne” più vini serviti freschi così elencati: “Malvagia, Moscadello, Vernaccia, Greco, Trebbiano, Fianello, Falsamico, Bonagia di Trapani, vino del Cilento, Fassignano, Mazzacane, Asprino bianco, Asprino rosso”. La presenza di tanti vini meridionali era un segno di omaggio per i figli del sovrano partenopeo.
L’offensiva di Savonarola contro il lusso e i piaceri della tavola durò il tempo di un decennio perché poi, dopo due scomuniche papali, arrivò l’interdetto papale contro l’intera città, che scioglieva i debitori da qualsiasi vincolo. Così i ricchi rampolli delle famiglie fiorentine che avevano seguito il pauperismo savonaroliano furono richiamati all’ordine e il frate finì bruciato in piazza del comune. Quando il giovane figlio di Lorenzo il Magnifico, Giovanni, nel 1513 diventò papa con il nome di Leone X i ricchi banchetti ripresero il loro corso e in essi i vini più ricercati. In onore del nuovo papa nel 1513 nel Palazzo Mediceo di via Larga dalle finestre si lanciarono sulla folla abiti e denari, mentre delle botti di vino vennero poste in mezzo alla strada. Del resto, ricorda Ciuffoletti, Bacco era già da tempo celebrato nell’arte da Michelangelo Buonarroti, appena ventenne. Opera che si trova al museo del Bargello, dove si può ammirare anche il Bacco di Jacopo Tatti, detto il Sansovino. Ed ancora a Firenze per i Medici si può ammirare il Bacco di Baccio Bandinelli e poi lo splendido Bacco del Giambologna. Patrizi e banchieri celebravano se stessi con banchetti suntuosi e con vini protagonisti. Giulio dei Medici, diventato papa col nome di Clemente VI, fece dei banchetti uno strumento di prestigio. Come ricorda Giovanni Cipriani, l’incoronazione ad imperatore di Carlo V a Bologna nel 1530 fu accompagnata da un imponente convito. Per l’occasione “due enormi leoni d’oro, sormontati da un’aquila imperiale, buttavano come fontane vin rosso e vino bianco”.
Il vino, quindi, riflette Ciuffoletti, era uno strumento di prestigio e un grande protagonista della sociabilità di corte, ma anche del patriziato. Giovanni della Casa disciplinò il servizio e il bere vino nel suo Galateo, spiegando che ognuno doveva bere nel suo bicchiere e non infilare il naso nel bicchiere altrui. Luigi Alamanni arrivò a mettere in versi le buone pratiche della vitivinicoltura nelle vigne e nelle cantine. Cosimo I dei Medici, che pure era molto misurato nelle sue cose, per le nozze del figlio Francesco con Giovanna d’Asburgo, non si risparmiò e il vino corse nel cortile di Palazzo Vecchio. Francesco era l’opposto del padre e di feste abbondò. Nei suoi banchetti non mancavano mai vini toscani, ma anche di Grecia e di Spagna, del Reno, il Chiarello di Cipro, la Malvagia di Candia.
Ormai fra Cinquecento e Seicento, spiega Ciuffoletti, la produzione vinicola toscana era cresciuta insieme con l’estendersi della mezzadria o meglio del sistema di fattoria, dove le uve di parte padronale venivano trattate con ogni cura e trasformate in vini di qualità. I Medici, che di fattorie ne avevano una trentina, diedero l’esempio. Non a caso a fine Cinquecento Bernardo Davanzati scrisse un trattatello sulla “Coltivazione delle viti e d’alcuni arbori” (1579). Davanzati consigliava di non vendemmiare fra le due lune, “cioè sul fare né in sul dare la volta”. Poi si consigliava la pratica del “governo” e la lunga bollitura in una botte. La pratica del governo diventò una prassi della vitivinicoltura toscana. Negli stessi anni Cristoforo Messisbugo testimoniava che la cantina ducale dei Medici era sempre fornita specialmente di vini bianchi (1552). Negli stessi anni persino il grande geografo bolognese Leandro Alberti ricorda i maggiori e più lodati vini toscani a partire da quello di San Gimignano, Montalcino e Montepulciano, che sempre più spesso viene citato. Il rosso di Montepulciano era giudicato di grandissima qualità dal coppiere pontificio, Lancerio. I cardinali diretti a Roma molto spesso sostavano a Montepulciano e conoscevano le virtù dei vini di quelle contrade. Mentre il medico e naturalista Andrea Bacci nella sua “De naturali vinorum historia” (1596) decantava i vini, specialmente rossi, della valle e dei colli del Chianti, ma anche quelli di San Gimignano, San Casciano e quelli “più robusti” di Montepulciano. Negli stessi anni il medico bolognese Crivellati consigliava i vini rossi per curare i malati. Così come il romano Francesco Liberaio consigliava i vini rossi toscani con preferenza per “i rossi di Montepulciano”. Non a caso nella villa-fattoria di Artimino i Medici producevano vino rosso alla maniera di Montepulciano. Ancora ai primi del Settecento un grande esperto, come il fattore granducale Domenico Falchini, suggeriva di fare vino all’usanza di Montepulciano. Sulla stessa linea si muoveva il pistoiese, grande agronomo, Cosimo Trinci, suggerendo di “fare vino molto colorito, odoroso, grosso, spiritoso e durevole all’uso di Montepulciano”. Persino Marsilio Ficino, teorico del bianco mangiare, e Lodovico il Moro apprezzavano i vini rossi toscani. Gli stessi grandi pittori nelle rappresentazioni, specialmente dei Cenacoli, dipingevano nei bicchieri e nei fiaschi i vini rossi vermigli. Si pensi al Ghirlandaio, a Benozzo Gozzoli, allo stesso Leonardo da Vinci nella grande rappresentazione dell’Ultima Cena a Milano. In sostanza il vino a Firenze non era solo economia, ma anche arte e cultura.
Certo, afferma Ciuffoletti, il grande consumo di vino che si faceva nelle città richiedeva una estensione della vitivinicoltura e l’adozione di buone pratiche in vigna e in cantina per accrescere la qualità del prodotto e poter affrontare “i perigliosi” trasporti sia con i carri che con bestie da soma che portavano due barili ognuna. Quello per il commercio era specialmente vino di parte padronale, prodotto in fattoria e curato per affrontare i viaggi verso i mercati o le stesse cantine dei palazzi signorili in città, dove, spesso, proprio a Firenze, cominciarono a comparire le “finestrelle”. Al piano terra dei palazzi signorili si poteva servire il vino a chi ne domandava. Un’istituzione unica, quella delle “finestrelle”, che è durata per secoli ed è finita nella prima metà del Novecento. Per tanti segni la Toscana medicea era diventata una espressione privilegiata della civiltà del vino. Si tenga conto che nel 1595 il frate domenicano Agostino Del Riccio aveva pubblicato un trattato di “Agricoltura sperimentale” che affrontava con cura una prima classificazione delle uve presenti in Toscana. Un secolo dopo, sempre a Firenze, un pioniere della botanica moderna come Pier Antonio Micheli affrontò una catalogazione delle viti toscane, che si può consultare nel manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze intitolato “Istoria delle viti che si coltivano in Toscana”. Una “Istoria” delle viti e delle uve che rispecchiava ciò che il Bimbi aveva fatto con la pittura. Si trattava di arte e di scienza. Non a caso l’Accademia del Cimento fondata dal Granduca Ferdinando II studiò i processi di fermentazione del vino. Dell’Accademia del Cimento faceva parte Francesco Redi.
Tuttavia, ricorda Ciuffoletti, era a corte che si celebrava la dimensione conviviale e la cultura del vino. Lo si vide a Firenze in occasione delle nozze di Maria dei Medici con Enrico di Borbone nell’autunno del 1600 nel sontuoso convito imbandito in Palazzo Vecchio, nel salone dei Cinquecento. Principi, dignitari, ambasciatori, dame e prelati parteciparono all’evento per il quale Bernardo Buontalenti aveva ideato “ingegni delle tavole”, mentre il Giambologna e Pietro Tacca avevano modellato statue di zucchero di canna provenienti dal nuovo mondo. Cosimo II dei Medici, benché malato di tubercolosi, per distrarsi organizzò a Palazzo Pitti la gara dei “beoni” italiani e tedeschi. Vinsero, per la cronaca, “dopo molto bere i fiorentini”. Persino Galileo Galilei, protetto da Cosimo II, rientrò da Padova a Firenze e si dedicò con passione ad impiantare una vigna e una bella cantina nella collina di Arcetri sopra Firenze. Sempre di più, anche a Firenze, nei grandi convivi andava in scena la presenza di vini francesi. Lo si vide in occasione del matrimonio del figlio del Granduca Ferdinando II, Cosimo II con Marguerite Louise d’Orléans, nipote del potente re di Francia Luigi XIV. Il convito nuziale allestito il 5 giugno 1661 fu vissuto anche all’esterno. Nell’occasione furono serviti in abbondanza vini italiani e francesi. Fu Cosimo III a valorizzare al massimo i vini toscani, che divennero sempre più importanti anche per l’intera economia del Granducato sempre più legata all’agricoltura. Persino Firenze non era più una città di economia manufatturiera e tessile. La viticoltura venne incoraggiata in ogni modo fino ai famosi provvedimenti del 1716. Cosimo III fece dipingere da Bartolomeo Bimbi le circa settanta
qualità di uve presenti in Toscana.
In questo contesto, spiega Ciuffoletti, si colloca la figura di Francesco Redi, medico di corte e anche, come allora accadeva, naturalista, che nel 1685 pubblicò il celebre ditirambo “Bacco in Toscana”. La gestazione del ditirambo fu lunga e tormentata perché Francesco Redi non voleva saperne di fare un’opera del genere, finché dopo le insistenze di Leopoldo e di Lorenzo Magalotti, arrivò la spinta finale dello stesso Granduca Cosimo III. Prima l’impulso era arrivato da Leopoldo dei Medici, studioso di fisica e matematica, allievo di Galilei, poi cardinale, che aveva raccolto intorno a sé scienziati come Evangelista Torricelli, Vincenzo Viviani. Magalotti e appunto Francesco Redi. Fu proprio Leopoldo a dare vita all’Accademia del Cimento. Magalotti, amico del Redi, raccolse gli scritti più importanti di un sodalizio di scienziati di grande livello, seguaci del metodo galileiano, che diedero un contributo importante allo sviluppo di una nuova sensibilità scientifica specialmente alle scienze della natura a livello europeo. La rappresentazione in versi di Bacco e Arianna che approdano sulle rive dell’Arno, seguiti da un corteggio di Baccanti e di Satiri, celebravano i vini toscani. Il vino era definito il “sangue amabile” delle uve, generato dal sole nelle colline toscane. Il piacere del bere si accompagnava, per il Redi, con dolci sensazioni e benefici effetti terapeutici. Più che altro il vino placava i malanni e gli affanni della vita. Ed è proprio il Redi a dichiarare che il “Montepulciano di ogni vino è re”. In verità era già da molti anni che il vino di Montepulciano era indicato come modello di qualità, tanto che si diceva alla maniera del vino di Montepulciano. Quando il re di Danimarca e Norvegia Federigo IV nel 1709 visitò la corte medicea, il cardinale Francesco Maria dei Medici, fratello di Cosimo III, accolse il sovrano alla villa di Lappeggi, dove oltre ai cibi fece allestire “una piramide di fiaschetti, montati in paglia di Fiesole con nappine di seta e lamine di argento, che contenevano un’intera collezione di vini toscani”. Federico IV di vino se ne intendeva e, a quanto pare, poteva gustarne in gran quantità tanto che si trattenne a Firenze per circa un mese e mezzo.
Tuttavia, conclude Ciuffoletti, nonostante gli sforzi di Cosimo III e della commissione che lo affiancò per i provvedimenti necessari a valorizzare i vini toscani atti all’esportazione, dove figuravano tutti i nomi dei maggiori produttori toscani, ma sarebbe meglio dire fiorentini, il vino francese dominava il mercato. Della Nuova Congregazione sopra il Commercio del vino facevano parte i più bei nomi del patriziato fiorentino, nonché dignitari di corte: Lorenzo Corsini, Antonio Antinori, Niccolò Ginori, Jacopo Mannelli, Vincenzo Contucci ecc. Insieme con i produttori e commercianti figuravano i vertici dell’apparato finanziario e fiscale dello Stato mediceo, tanto per rilevare l’importanza che il vino aveva assunto per il Granduca Cosimo III. La sfida con i vini francesi era, però, assai complessa. La concorrenza dei vini francesi si era imposta nei mercati, partendo dal Medoc e dal Bordeaux. I vini francesi si stavano affermando sul mercato, che allora voleva dire l’Inghilterra e il suo impero e naturalmente le Americhe, dove le élites preferivano bere i grandi vini da pasto francesi. In Inghilterra, poi, ebbe uno straordinario successo il vino zampillante, lo Champagne, che fu definito il vino della seduzione. Persino i nuovi contenitori, bottiglie bordolesi di vetro scuro ben sigillate con tappi di sughero e “champagnotte” di vetro scuro più spesso per contenere vini pétillants, contribuirono al successo dei vini francesi. Nonostante gli sforzi straordinari di Cosimo III, i vini toscani non potevano più competere con i vini francesi che avevano il vantaggio di utilizzare confezioni e bottiglie che ne impedivano la contraffazione e “reggevano” ai viaggi a lunga distanza. Non a caso la città di Bordeaux divenne il centro dell’esportazione dei vini francesi nel mondo. Ci volle del tempo e gli sforzi di grandi proprietari illuminati come Bettino Ricasoli e Vittorio degli Albizzi per risalire la china ed iniziare la risalita dei vini italiani nel mondo.
Zeffiro Ciuffoletti
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