“Quando ho ricevuto la lettera che mi ufficializzava il conferimento del “Premio Civiltà del Vino”, la prima reazione è stata quella di verificare che non si trattasse di un errore. Io? Un oncologo? Premiato dalla Fondazione Masi, che porta così in alto il nome del vino e della viticoltura? Poi ho capito. E mi sono profondamente emozionato. Nel mio lavoro passo le giornate a parlare di prevenzione. A dire “attenzione”, “prudenza”, “equilibrio”. Comunico diagnosi, accompagno in visita i pazienti durante le loro terapie, vedo la paura nei loro occhi e la forza nelle loro famiglie. È un lavoro che porta con sé una grande responsabilità. E ne sono orgoglioso. Ma la sera, quando torno a casa, ho bisogno di bellezza, di lentezza, di terra. Ed è lì che il vino è entrato nella mia vita. Non come consumo, ma come respiro. Ricordo il mio primo Amarone. Dovevo avere circa 28 anni, ero un giovane medico interno esausto dopo un turno di guardia. Un amico me ne versò un bicchiere e mi disse: “assaggia, e non parlare per 30 secondi”. Trenta secondi. In un reparto di oncologia, 30 secondi di silenzio sono un lusso! E in quel bicchiere ho capito cosa fosse la pazienza. Tre anni di affinamento, uve appassite, un territorio, mani. Ho capito che il tempo può fare qualcosa di buono, invece di deteriorarlo. Da allora, il vino mi accompagna. Nei momenti felici, per festeggiare una remissione. Nei momenti più difficili, per ricordarmi che anche gli anni più duri possono dare, a volte, grandi annate”. Parole dell’oncologo e divulgatore francese David Khayat (“Premio Internazionale Masi Civiltà del Vino”), che nel suo ultimo libro “Arretez de vous privée” enfatizza il lato positivo del consumo moderato del cibo e del vino, e che, con Luigi Carlon, imprenditore e collezionista veronese con il suo Museo di Palazzo Maffei, Nello Cristianini, scienziato goriziano docente di Intelligenza Artificiale all’Università di Bath in Inghilterra, e Adele Re Rebaudengo, in rappresentanza della Venice Gardens Foundation, l’associazione che promuove la cultura del verde a Venezia (“Premio Masi Civiltà Veneta”), e Thibaut Bruttin, in rappresentanza di Reporters Sans Frontières, no-profit impegnata nella difesa della libertà di stampa e nella tutela del giornalismo (“Grosso D’Oro Veneziano”), tutti interpreti del “coraggio della responsabilità”, sono i vincitori del “Premio Masi” 2026, edizione n. 45 del prestigioso riconoscimento della Fondazione Masi a personalità italiane e internazionali che si sono distinte per il loro contributo alla cultura, alla scienza, all’arte e alla società, e, nei giorni scorsi, hanno messo la loro illustre firma nella storica botte di Amarone nelle cantine Masi nel cuore della Valpolicella.
“La responsabilità, per chi fa impresa, si misura nella capacità di saper guardare lontano pensando alle generazioni che verranno e ancora nell’assumersi il rischio di scelte coraggiose e di mantenere fede ai propri valori specialmente in contesti che cambiano velocemente - ha detto “Mr Amarone” Sandro Boscaini, presidente Masi Agricola e vice presidente della Fondazione Masi, guidata da Isabella Bossi Fedrigotti - il vino ci insegna proprio questo: rispettare i tempi della natura, valorizzare il sapere che ci è stato tramandato e, allo stesso tempo, saper evolvere. La botte di Amarone, l’Oro del Premio, accoglie le firme dei nostri campioni e diventa crogiolo nel quale storie, esperienze e visioni diverse si accomunano nella volontà di affrontare le sfide del proprio tempo e di contribuire al progresso della società”.
“Quello che fa la Fondazione Masi è difendere il tempo lungo - ha concluso - Il lavoro dei viticoltori che potano a gennaio senza sapere cosa porterà settembre. La trasmissione di un sapere da padre a figlio. Il rispetto di un territorio. È esattamente ciò che cerchiamo di fare in medicina: trasmettere, accompagnare, rispettare la vita. Ricevere questo Premio mi tocca quindi due volte: perché onorate il mio impegno per il vino e perché mi ricordate che si può essere medici senza perdere una parte di poesia; che si può parlare di scienza al mattino e di territorio alla sera, senza tradire né l’una né l’altro. Grazie per difendere la vite, gli uomini e le donne che la lavorano e questa cultura italiana che ci insegna che la tavola è anche un luogo di cura. Grazie per avermi accolto oggi tra voi, io che provengo da un altro mondo”.
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