Mentre il quadro su dazi Usa prima promessi, e poi introdotti da Donald Trump, in quella che è stata, secondo il Presidente Usa, una nuova “dichiarazione di indipendenza economica”, si fa di ora in ora più chiaro, nella sua durezza e nelle sue tempistiche, oltre che dal mondo della politica d’Italia e dell’Unione Europea, già al lavoro per limitare i danni e cercare una soluzione diplomatica più rapidamente possibile (anche se sono già pronti i contro dazi sui prodotti Usa, che potrebbero essere annunciati intorno a metà aprile, ndr), arrivano le reazioni delle organizzazioni di categoria dell’agroalimentare e del vino italiani, che hanno negli Usa un mercato fondamentale, con 7,8 miliardi di euro di esportazioni complessive nel 2024, di cui 1,9 miliardi solo di vino, con gli Stati Uniti partner n. 1 assoluto delle cantine tricolore. Tra chi si dice più preoccupato, chi predica prudenza, chi sottolinea una volta di più la necessità di diversificare i mercati di riferimento del vino italiano, a partire dal Sudamerica, grazie al recente accordo tra Ue e Mercosur, e chi non la vede troppo male, o, quanto meno, non tanto da cedere al panico, facendo leva su fattori come il buon rapporto qualità-prezzo dei vini italiani, storicamente un punto di forza dell’offerta tricolore, e sul fatto che un aumento del 20%, se in parte sarà assorbito dai produttori, in parte dal trade Usa ed in parte spalmato sul consumatore, almeno per un po’, seppur con fatica, potrebbe essere sostenibile. Con un impatto, peraltro, che secondo alcuni potrebbe essere mitigato, almeno in una prima fase, seppur minimamente, dal tasso di cambio euro-dollaro favorevole, che, teoricamente, renderebbe leggermente meno oneroso il pagamento del dazio agli europei. In ogni caso, la tensione è alta, anche perché, come sottolineano molti analisti, siamo davanti ad una situazione inedita, con dazi che uno dei mercati di consumo più importanti del mondo impone su moltissime merci di tanti grandi produttori, Unione Europea e area asiatica, Cina inclusa, in testa, con conseguenze difficilmente prevedibili sul complesso dei consumi, e ancor di più su singoli settori, peraltro voluttuari, come quello del vino.
Anche se non manca chi si lancia in previsioni economiche puntuali. “Con i sanguinosi dazi americani al 20% il mercato dovrà tagliare i propri ricavi di 323 milioni di euro all’anno - commenta, oggi, il presidente di Unione Italiana Vini - Uiv, Lamberto Frescobaldi - pena l’uscita dal mercato per buona parte delle nostre produzioni. Perciò Uiv è convinta della necessità di fare un patto tra le nostre imprese e gli alleati commerciali d’oltreoceano che più di noi traggono profitto dai vini importati; serve condividere l’onere dell’extra-costo ed evitare di riversarlo sui consumatori. Sarà difficile per molti - ha aggiunto - ma ciò che oggi spaventa ancora di più è che si ingeneri un gioco al rialzo davvero esiziale tra l’amministrazione americana e quella europea: l’accoglimento in sede Ue della proposta del Ministro degli Esteri Tajani di escludere gli alcolici, e quindi il vino, da eventuali dispute sarà fondamentale”.
Secondo un’analisi dell’Osservatorio Uiv, l’unica soluzione è infatti da ricercare lungo la filiera, con il mercato - dalla produzione fino a importatori e distributori - che dovrebbe farsi carico di un taglio dei propri ricavi per un valore pari a 323 milioni di euro (su un totale di 1,94 miliardi) e mantenere così gli attuali assetti di pricing. Secondo Uiv, ben il 76% delle 480 milioni di bottiglie tricolori spedite lo scorso anno verso gli Stati Uniti si trova in “zona rossa” con una esposizione sul totale delle spedizioni superiore al 20%. Aree enologiche con picchi assoluti per il Moscato d’Asti (60%), il Pinot Grigio (48%), il Chianti Classico (46%), i rossi toscani Dop al 35%, i piemontesi al 31%, così come il Brunello di Montalcino, per chiudere con il Prosecco al 27% e il Lambrusco. In totale sono 364 milioni di bottiglie, per un valore di oltre 1,3 miliardi di euro, ovvero il 70% dell’export italiano verso gli Stati Uniti. Per il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti, “rispetto ai partner europei, l’Italia presenta due principali fattori di rischio: da una parte la maggiore esposizione netta sul mercato statunitense, pari al 24% del valore totale dell’export contro il 20% della Francia e l’11% della Spagna. Dall’altra, una lista di prodotti più sensibili su questo mercato, sia in termini di esposizione, che di prezzo medio a scaffale: solo il 2% delle bottiglie tricolori vendute in America vanta un price point da vino di lusso, mentre l’80% si concentra nelle fasce “popular”, che tradotto in prezzo/partenza significa in media poco più di 4 euro al litro”.
Un patto di filiera, tra produttori italiani (leader in Usa) dunque, quello proposto da Unione Italiana Vini, al trade americano, che, in ogni caso, sarà presente in massa a Vinitaly 2025, dal 6 al 9 aprile, con una delegazione di 3.000 operatori e 120 top (10% del contingente totale del piano di incoming 2025) selezionati, invitati e ospitati da Veronafiere e Ice, provenienti prevalentemente da Texas, Midwest, California, Florida e New York, spiega la fiera veronese. “La presenza degli operatori statunitensi è una notizia incoraggiante per le aziende e per Vinitaly - commenta Adolfo Rebughini, dg Veronafiere - si apre uno scenario incerto che impatterà sulla geografia del nostro export. Condividiamo le preoccupazioni del settore e per questo mettiamo a disposizione delle organizzazioni la piattaforma di Vinitaly per facilitare eventuali accordi diretti tra imprese, associazioni italiane e importatori-distributori del nostro primo mercato di destinazione extra Ue”.
Dal canto suo, la Federvini, guidata da Micaela Pallini (e da Albiera Antinori per il Gruppo Vino), già ieri ha espresso “profondo rammarico e forte preoccupazione a seguito della decisione assunta dall’amministrazione statunitense di applicare dazi sui prodotti importati dall’Unione Europea. Una scelta che rappresenta un grave passo indietro nei princìpi di libero scambio internazionale e che danneggerà pesantemente l’interscambio transatlantico, con effetti particolarmente dannosi sulla competitività delle imprese del settore agroalimentare. Il solo comparto di vini, spiriti e aceti italiani vale oltre 2 miliardi di euro di esportazioni verso gli Stati Uniti e coinvolge 40.000 imprese e più di 450.000 lavoratori lungo l’intera filiera. La misura avrà impatti rilevanti anche su consumatori e operatori oltreoceano: sono migliaia gli addetti delle società Usa coinvolti nell’importazione e distribuzione di questi prodotti, e l’aumento dei prezzi non sarà limitato ai dazi imposti, ma si estenderà a tutta la catena commerciale”.
Ma intanto, i dazi sono sul piatto, e preoccupano tutti. “Abbiamo criticato i dazi come strumento di politica economica, ma gli Usa hanno deciso di adottarli, pur se con percentuali inferiori a quanto minacciato. Ora è tempo di lasciare alle istituzioni politiche e alla diplomazia europea ed italiana lo studio delle adeguate contromisure ai dazi. Al tempo stesso ci preme però sollecitare l’assoluta urgenza di concentrarsi sulle difficoltà delle aziende, per le quali andranno subito pensate e predisposte misure a difesa della loro competitività”, dice dal canto suo il presidente Confcooperative Fedagripesca Raffaele Drei, che sottolinea come negli Usa il fatturato delle cantine cooperative è di oltre 570 milioni di euro, il 30% di tutto l’export vitivinicolo nel mercato statunitense, mentre per un altro settore ad alto valore aggiunto con le sue produzioni Dop come i formaggi, le cooperative commercializzano negli Stati Uniti 122 milioni di euro, il 25% di tutte le vendite di formaggi negli Usa, che nel 2024 hanno toccato quota 484 milioni di euro. “La situazione geopolitica internazionale che si è venuta a creare apre un reale problema di competitività che coinvolge, secondo Drei, “tutte le aziende del comparto, non solo chi esporta negli Stati Uniti, perché l’effetto depressivo coinvolgerà l’intero mercato”. Tra le prime azioni da fare, secondo Drei, per quanto riguarda il settore vino, “occorre destinare maggiori risorse per la promozione, se davvero vogliamo aiutare le aziende ad acquisire nuovi mercati. Andrà fatto, inoltre, un grande lavoro di sburocratizzazione nelle procedure per l’accesso ai bandi. All’Europa chiediamo misure per la promozione più snelle e in generale risposte più efficaci rispetto al passato perché quelle attuali risultano un po’ timide rispetto all’urgenza di aggredire nuovi mercati”. Mentre sul piano nazionale, l’auspicio è che non si finisca per assumere provvedimenti che mirino alla riduzione del potenziale produttivo per tutelare il patrimonio vitivinicolo italiano. “Produrre di meno non può essere la soluzione per essere più competitivi sui mercati e non dobbiamo farlo”, spiega Drei.
“Sarebbe di 1,6 miliardi di euro il costo che graverebbe sui consumatori americani con l’introduzione del dazio al 20% su tutti i prodotti agroalimentari made in Italy annunciato dal Presidente Donald Trump, con un calo delle vendite che danneggerà le imprese italiane, oltre ad incrementare il fenomeno dell’Italian Sounding”, ribadisce la Coldiretti. Secondo la quale, a questo, “va poi aggiunto il danno in termini di deprezzamento delle produzioni, da calcolare filiera per filiera, legato all’eccesso di offerta senza sbocchi in altri mercati. Senza dimenticare l’aumento dei costi di stoccaggio, tanto più sensibili se legati alla deperibilità del prodotto. L’altro fattore che preoccupa è il pericolo - continua Coldiretti - di perdere quota di mercato e posizionamento sugli scaffali conquistati, favorendo la concorrenza da parte di altri Paesi colpiti in maniera meno pesante dai dazi”. “Questa deve anche essere l’occasione per l’Europa, che deve rimanere unita più che mai in questa fase e dialogare con un’unica voce, di mettere in campo un piano di rilancio dei settori produttivi, a partire dalla sburocratizzazione, ma anche iniettando nuove risorse - sottolinea il presidente Coldiretti Ettore Prandini - burocrazia inutile che ha rallentato tutto e colpito le nostre aziende in maniera significativa. Ci vuole un’iniezione di nuove risorse economiche. Investire in digitalizzazione e innovazione e con agricoltura precisione per quanto riguarda il nostro settore. Servono nuove risorse per internazionalizzazione e in questo momento diventa fondamentale diversificare i mercati. Dobbiamo diventare più competitivi abbassando costi imprese”.
“Come Italia usciamo sicuramente penalizzati dall’introduzione dei dazi da parte degli Stati Uniti, in particolar modo per quanto riguarda i prodotti di fascia media: penso ad alcuni vini, all’olio d’oliva, alla pasta e ai sughi pronti”, ha dichiarato Massimiliano Giansanti, presidente Confagricoltura, intervenuto alla trasmissione di Rai Uno “Porta a Porta”, condotta da Bruno Vespa. “La risposta - ha aggiunto Giansanti - non può che essere unitaria, europea, convinta, come annunciato dalla presidente von der Leyen nella conferenza di stamane. Fondamentali le misure previste per sostenere i settori più colpiti. Non dimentichiamo, infatti, che rischiamo anche un massiccio riversamento di prodotti da altri Paesi che subiranno le tariffe americane, per esempio la Cina. In linea con quanto dichiarato dalla presidente von der Leyen, Confagricoltura ribadisce la necessità di un’azione dell’Unione tempestiva e coesa per salvaguardare la competitività del sistema agroalimentare, italiano ed europeo, sui mercati internazionali”.
“Serve subito una risposta ferma e immediata dell’Ue per aprire una trattativa e scongiurare una guerra commerciale con un’escalation devastante in cui perderebbero tutti. La politica dei dazi è sbagliata e controproducente. Adesso non bisogna andare in ordine sparso - dice dal canto suo il presidente di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini - ma agire uniti come Europa, con un approccio non di sudditanza. Occorre un’azione diplomatica rapida, forte e decisa. Va recuperato, insomma, quel sogno europeo di coesione che aveva animato i padri fondatori e che si è via via sgretolato, con gli Stati membri sempre più arroccati su posizioni e interessi nazionalistici, ritrovando un approccio condiviso e mirato per reagire alle forzature di Trump. Allo stesso tempo - continua il presidente Cia - è necessario ridefinire le politiche di globalizzazione, che evidentemente stanno mostrando tutte le loro crepe, anche attraverso il ruolo del Wto”.
Secondo Paolo Mascarino, presidente Federalimentare, “è difficile stimare l’effetto di dazi al 20% su tutto l’export alimentare negli Usa in quanto ciascuna merceologia ha curve di elasticità diverse. Come Federalimentare prevediamo una perdita di fatturato attorno al 10%”.
“I dazi del 20% sul vino Ue, e quindi anche italiano, potrebbero essere un duro colpo per il commercio con gli Usa, un mercato che vale 4,88 miliardi di euro e che rappresenta il 28% del valore totale delle esportazioni di vino Ue”, aggiunge Cristian Maretti, presidente Legacoop Agroalimentare. “Un duro colpo non soltanto per il vino, ma anche per altri settori dell’agroalimentare - aggiunge Maretti - come il lattiero-caseario, con i formaggi a pasta dura con i dazi che passano dal 15 al 35%, che trovano negli Stati Uniti un mercato importante di riferimento. A risentirne saranno le filiere italiane, ma anche i consumatori americani, che dovranno fare i conti con l’aumento dei prezzi delle bottiglie nei supermercati e nei ristoranti. Questo si tradurrà in un calo delle esportazioni, che già nelle scorse settimane hanno subito un’importante battuta d’arresto, e che potrebbe mettere a rischio la tenuta economica di molte aziende agricole e in una diminuzione dei consumi negli Usa. Con questi dazi a perderci saranno tutti”.
“Chiediamo un intervento urgente all’Europa e all’Italia affinché difendano con forza il sistema delle Indicazioni Geografiche nelle sedi internazionali, per sostenere un comparto economico strategico e proteggere le 300.000 imprese italiane e i loro 900.000 occupati che aderiscono al sistema delle Dop e Igp in Italia”, commenta Cesare Baldrighi, presidente Origin Italia. “La guerra commerciale innescata dai dazi dell’amministrazione Trump continua ad avere effetti negativi non solo sull’economia, ma anche sulla tenuta sociale e sulla coesione dei territori rurali italiani. Non si tratta solo di cifre: è a rischio un modello di sviluppo che, negli ultimi anni, ha permesso di rilanciare economie locali fragili attraverso la valorizzazione dei prodotti Dop e Igp. L’Osservatorio della Fondazione Qualivita - spiega Origin - ha documentato con chiarezza, nel tempo, come le Indicazioni Geografiche abbiano consentito a numerosi territori di costruire un’economia solida e identitaria, capace di generare occupazione, presidiare il territorio e promuovere la sostenibilità ambientale e culturale. Negli ultimi 5 anni la Dod Economy è cresciuta in oltre il 90% delle province italiane a dimostrazione del radicamento capillare del sistema sul territorio in particolare nelle aree del Sud che hanno mostrato i trend migliori di crescita grazie anche all’export. Tutto ciò è stato possibile grazie al valore aggiunto riconosciuto ai prodotti Ig nei mercati internazionali, sia per le Dop italiane più conosciute, sia per quelle di dimensioni minori. Un valore non delocalizzabile, strettamente legato all’origine e alla cultura dei territori. Le barriere tariffarie, tuttavia, rappresentano un ostacolo significativo a questo percorso. Limitano l’accesso ai mercati globali, penalizzano le produzioni di qualità legate all’origine e favoriscono prodotti standardizzati o di imitazione realizzati in loco. In questo modo, compromettono la diffusione del modello Ig e alimentano dinamiche di concorrenza sleale. Il danno si estende anche sul piano dei diritti: i dazi violano il principio della tutela della proprietà intellettuale riconosciuta a livello internazionale alle Indicazioni Geografiche, ostacolando il pieno esercizio di questo diritto da parte dei produttori legittimi. La protezione delle Ig deve essere garantita attraverso un commercio equo e privo di ostacoli ingiustificati, nel rispetto degli accordi internazionali come il Trips”, conclude Origin Italia.
Intanto, se in queste ore grande preoccupazione è stata espressa, prima e dopo l’ufficializzazione dei dazi, dai territori del vino, e dai Consorzi più esposti o in crescita, negli Stati Uniti, dal Chianti Classico al Brunello di Montalcino, dal Chianti al Nobile di Montepulciano, dal mondo Prosecco (tra Doc, Docg e Asolo) a quello della Doc Sicilia, dal Consorzio della Barbera d’Asti e dei Vini del Monferrato a quello del Franciacorta, per citarne alcuni, tra chi si dice molto preoccupato, chi meno, convinto che il mercato riuscirà ad assorbire i rincari, e chi vede in questo una ulteriore spinta per diversificare i mercati, a partire da quelli del Sudamerica, anche grazie al recente accordo Mercosur.
E c’è anche chi predica molta calma, come Edoardo Freddi, alla guida di Edoardo Freddi International, realtà rampante dell’esportazione del vino italiano nel mondo, con tanti marchi importanti da tutta Italia. Secondo cui “non c’è motivo di farsi prendere dal panico”. Dall’analisi dell’Osservatorio Edoardo Freddi International sulle esportazioni di vini italiani negli Stati Uniti (1,9 miliardi di euro nel 2024, +10,2% sul 2023, dati Istat), il più esportato in assoluto, lo scorso anno, è stato il Pinot Grigio che, rispetto al 2023, ha totalizzato un +5% nelle vendite; al secondo posto e sempre più apprezzato il Prosecco (+68% 2024 vs 2023). Sul gradino più basso del podio secondo l’Osservatorio Edoardo Freddi International troviamo un rosso Docg come il Brunello di Montalcino che, però, è quello che ha fatto registrare la crescita maggiore rispetto a un anno fa (+80%). Tutte le percentuali si riferiscono ai dati export a valore dal 1 gennaio al 31 dicembre 2024 sullo stesso periodo 2023. E ora che arrivano i dazi, però, “non c’è motivo di farsi prendere dal panico: la situazione - dice Edoardo Freddi - avrebbe potuto essere molto peggiore. I nuovi dazi non rappresentano un ostacolo insormontabile per l’export italiano di vino negli Stati Uniti, un mercato che continua a mostrare una domanda stabile e un’economia solida. Il cambio favorevole, inoltre, contribuisce a mitigare eventuali impatti negativi sui prezzi finali per il consumatore americano. È fondamentale evitare reazioni impulsive, come l’introduzione di contromisure tariffarie, che potrebbero alimentare tensioni commerciali e penalizzare ulteriormente il settore. La strada migliore è quella del dialogo e della negoziazione, lavorando affinché si trovi un equilibrio che tuteli entrambe le parti. Il mercato americano rimane centrale per il vino italiano e sono necessari un approccio strategico e una visione di lungo periodo per continuare a crescere e rafforzare la nostra presenza”, conclude Freddi.
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