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DATI

Il 2021 del vino italiano nella fotografia di Ismea: 13 miliardi di euro di fatturato

674.000 ettari vitati, con il Veneto al top, anche per quantità prodotte e valore alla produzione. Il Brunello spunta il prezzo più alto
2021, ISMEA, VINO ITALIANO, Italia
Vigna in Valpolicella (ph: Tedeschi)

Il fatturato del vino italiano, nel 2021, ha raggiunto i 13 miliardi di euro, suddiviso tra le 310.000 imprese viticole del Belpaese (46.000 aziende vinificatrici, e il 55% della produzione legato a 518 grandi cooperative), che contano su una superficie vitata di 674.000 ettari (in crescita del +0,4% sul 2020, per una media di 2,17 ettari ad azienda). La produzione, così, è arrivata a quota 50 milioni di ettolitri (+3% sul 2020), di cui il 55% a Indicazione Geografica: in tutto, le Dop e le Igp sono 526: 74 Docg, 334 Doc e 118 Igt. Il consumi pro capite si attesta invece a 40,5 litri annui, con le vendite della Gdo in aumento del +5% e l’export che ha raggiunto i 7,11 miliardi di euro (+12,4% sul 2020 e una quota del 14% dell’export agroalimentare italiano) per 22,2 milioni di ettolitri (+7,3%). Il mercato principale, con 2,75 miliardi di euro di vino esportato nel 2021, è quello Usa, seguito dalla Germania (1,13 miliardi di euro), dal Regno Unito (742 milioni di euro), dalla Svizzera (415 milioni di euro) e dal Canada (384 milioni di euro). Ecco la fotografia dell’Italia del vino scattata da Ismea, che ha raccolto tutti i dati più interessanti e rilevanti del settore.

Facendo una media delle ultime quattro campagne produttive, la produzione interna rappresenta il 96% della produzione nazionale, l’import il 3% e la variazione degli stock il restante 1%. Di tutto questo vino, il 45% è destinato al consumo interno (di cui il 25% come vino sfuso ed il 75% come vino imbottigliato), il 43% all’export e il 12% ad uso industriale (il 4% per gli aceti, l’8% per altri usi). La Regione con più aziende vinicole è la Puglia, con 37.498, seguita da Sicilia (36.355), Campania (36.262), Veneto (30.636) e Toscana (21.708). In termini di superfici vitate, invece, in testa c’è saldamente il Veneto, con quasi 100.000 ettari vitati, seguito a ruota dalla Sicilia (99.000 ettari), quindi Puglia (90.000 ettari), Toscana (60.000 ettari), Emilia-Romagna (52.000 ettari) e Piemonte (47.000 ettari). Diversa la ripartizione della produzione di vino, con il Veneto al primo posto a 11,75 milioni di ettolitri (il 23% del totale Italia), davanti a Puglia (10,37 milioni di ettolitri), Emilia Romagna (7,1 milioni di ettolitri), Sicilia (4,5 milioni di ettolitri), Piemonte (2,7 milioni di ettolitri), Abruzzo (3,3 milioni di ettolitri) e Toscana (2 milioni di ettolitri).

Ma quanto vale l’economia del vino nelle diverse Regioni del Belpaese? Al vertice, in termini di ricavo medio per ettaro, su una media degli ultimi cinque anni, ci sono le Province di Bolzano (21.463 euro ad ettaro) e Trento (17.402 euro ad ettaro), che staccano il Friuli Venezia Giulia (11.807 euro ad ettaro). Quindi troviamo la Valle d’Aosta (11.488 euro ad ettaro), il Piemonte (11.019 euro ad ettaro), il Veneto (9.949 euro ad ettaro), la Liguria (8.644 euro ad ettaro), la Puglia (7.477 euro ad ettaro), l’Abruzzo (7.300 euro ad ettaro). La redditività del vigneto cambia se si considera solo la produzione di uva da vino comune: sul podio troviamo infatti la Puglia (9.743 euro ad ettaro), l’Abruzzo (8.166 euro ad ettaro) e il Veneto (7.590 euro ad ettaro).

La Provincia di Bolzano invece torna al top nei ricavi medi dei vigneti in cui si producono uve da vino Igt, con 14.253 euro ad ettaro, seguita da Friuli Venezia Giulia (12.409 euro ad ettaro) e Provincia di Trento (10.336 euro ad ettaro). Anche la classifica del ricavo medio per ettaro vitato a uva da vino Dop vede in testa la Provincia di Bolzano (21.929 euro), seguita dalla Provincia di Trento (17.976 euro), dalla Valle d’Aosta (13.348 euro), dal Friuli Venezia Giulia (12.421 euro), dal Piemonte (10.629 euro), dal Veneto (10.241 euro), dalla Liguria (9.288 euro) e dalla Toscana (7.327 euro). Le Dop, così, generano un valore (all’imbottigliato) di 3,05 miliardi di euro nel solo Veneto, di oltre un miliardo di euro in Piemonte e di 821 milioni di euro in Toscana.

Sul mercato, il 2021 ha portato ad una crescita del prezzo medio, sia per i vin comuni (+1,9% per i bianchi e +0,7% per i rossi) che per i vini a Denominazione di Origine (+3,5% per i bianchi e + 2,5% per i rossi). In generale, è sempre più evidente che non si può parlare di “un mercato del vino”, ma “dei mercati del vino”. I vini comuni subiscono la pressione dei Paesi competitor e hanno una variabilità dei listini molto elevata, mentre i vini Dop risultano più stabili o quantomeno con una variabilità mediamente più bassa dei vini comuni. All’interno dei vini Dop, peraltro, ogni vino ha un mercato e un comportamento a sé. I vini Igt, di norma, hanno andamenti simili ai vini comuni, ma con oscillazioni dei prezzi meno ampie. Alla produzione, tra le Dop italiane quella che spunta il prezzo più alto è il Brunello di Montalcino: 988,85 euro ad ettolitro. Sul podio salgono anche Amarone della Valpolicella (937,5 euro a ettolitro) e Barolo (800 euro a ettolitro). Quindi Barbaresco (580 euro a ettolitro), Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore (301,92 euro a ettolitro), Chianti Classico e Nobile di Montepulciano (entrambi a 288,46 euro a ettolitro), Alto Adige Pinot Grigio (260 euro a ettolitri) e Prosecco (247,88 euro a ettolitro).

Il mercato nazionale, dopo una lunga fase di contrazione, è tornato a stabilizzarsi. Nel frattempo, però, sono mutati gli stili di vita e di consumo del vino, portando a radicali cambiamenti nel paniere della domanda, sempre più orientata al segmento dei vini IG con un ridimensionamento dei vini comuni che restano, pur sempre, una fetta importante dei consumi, soprattutto nella fascia daily. Il 2020, causa anche il lockdown, ha visto crescere molto soprattutto i consumi domestici legati agli acquisti nei format della Gdo. Già dalla primavera 2021 tale fenomeno si è attenuato, grazie alla riapertura, seppur graduale, del canale Horeca. A partire da luglio 2021 infatti i volumi di vendita non hanno più raggiunto i livelli dei due anni precedenti e il 2022 ha esordito con dati sui volumi di vendita che si rivelano inferiori alle tre precedenti annate. I prezzi, invece, dei primi mesi del 2022 sono superiori del 10% rispetto a quelli del pre-pandemia.

Nel contesto internazionale, l’Italia è il terzo consumatore, il primo produttore, il secondo esportatore a volume (dietro alla Spagna) ed il secondo esportatore a valore (dietro alla Francia). Le proiezioni al 2025 - riviste sulla base degli effetti della pandemia del 2020 e dell’attuale crisi dovuta alla guerra in Ucraina e alla spirale di costi in aumento in atto già prima del conflitto - tendono comunque a evidenziare modifiche delle quote dei singoli Paesi abbastanza marcate: Usa, Francia e Germania mantengono i primi tre posti per il consumo di fine wine, ma il Canada supera di poco l’Italia al quarto posto, almeno in termini di valore; la Cina rafforza il suo primato sopra gli Usa per i commercial premium, mentre il Regno Unito si trova allineato con la Germania per il terzo posto; nell’Europa Occidentale e nei Paesi dell’emisfero Sud i fine wine sostituiranno in parte i vini più economici a sostanziale stabilità dei volumi. Importante il contributo alla crescita dei consumi dell’Africa (in particolare l’Africa Sub-Sahariana) e dell’insieme dei mercati minori.

In attesa dei dati definitivi dell’Oiv, la produzione 2021 sembra collocarsi su 251,5 milioni di ettolitri, il 4% in meno rispetto all’anno precedente. Risultato questo di situazioni tutt’altro che omogenee tra i Paesi dell’Emisfero Sud e quelli dell’Emisfero Nord. La vendemmia primaverile, dell’Emisfero Sud quindi, sembra essere stata più clemente rispetto a quella autunnale e ha portatonelle cantine 59 milioni di ettolitri, il 19% in più rispetto allo scorso anno. Artefici dell’aumento sono stati sicuramente l’Australia, con 14,2 milioni ed una progressione del 14%, e il Cile che, con oltre 13 milioni di ettolitri, ha messo a segno un +30 per cento sull’anno prima. Non di poco conto anche il +16% dell’Argentina arrivata nuovamente a superare il 12 milioni di ettolitri. Più contenuto l’aumento del Sud Africa con un volume che ha sfiorato i 11 milioni, mentre la Nuova Zelanda è in controtendenza ed è scesa sotto i 3 milioni di ettolitri (-19%). La vendemmia nell’Emisfero Nord ha risentito della flessione piuttosto consistente nella Ue (-10%) determinata da Francia(-22%) e dalla Spagna (-24%), a fronte di un +2% dell’Italia. Fuori dalla Ue si segnala il +6% degli Usa.

I tre Paesi leader nella produzione lo sono anche nelle esportazioni. Italia, Francia e Spagna rappresentano in media il 53% dei volumi complessivamente esportati e il 60% del valore corrispettivo. Nel 2021,la quota dei tre Paesi in volume è del 54% e in valore del 64%. Negli ultimi dieci anni l’Italia è, tra i tre, il Paese che ha incrementato maggiormente il valore delle esortazioni:+51% a dimostrazione di una composizione dell’offerta sempre più orientata alla qualità.

Focus - Analisi Swot. Punti di forza e di debolezza: opportunità e minacce alla vigilia della riforma della Pac

Punti di forza

Elevato know how da parte dei produttori di uve.

Vasto patrimonio ampelografico.

Al di fuori delle zone più prestigiose, condizioni favorevoli per l’impianto e/o l’acquisizione di vigneti, così come per l’avvio e/o l’ampliamento dell’attività.

Facilità di accesso ai fornitori di input e servizi avanzati.

Capacità di attuare processi innovativi in grado di agevolare il superamento di situazioni problematiche.

L’offerta diversificata per segmento di destinazione determina un vantaggio competitivo sui mercati internazionali.

Ampia diffusione della forma cooperativa a supporto ai piccoli viticoltori.

Presenza di profili professionali qualificati (enologi, tecnicienologi, sommelier) e di centri universitari di alta formazione.

Messa in rete delle cantine a livello interregionale, che favorisce sinergie per la promozione internazionale e lo sviluppo dell’enoturismo.

Multiforme sostegno delle istituzioni pubbliche.

Maggiore accesso al mercato supportato dalle fiere del vino.

Supporto da parte di enti di ricerca (pubblici e privati) e Istituti scolastici.

Disponibilità di servizi esterni per interventi meccanici in vigna e di servizi mobili di imbottigliamento e filtraggio.

Capacità dei media di promuovere la cultura del vino tra i consumatori, anche attraverso l’enoturismo e le azioni dei social network.

Eterogenea specializzazione produttiva che genera esperienze distrettuali e protodistrettuali maggiormente flessibili.

Elevato valore paesaggistico e storico del vigneto Italia con territori già tutelati.

Primo Paese europeo ad essersi dotato di una legge settoriale sulla sostenibilità.

Maggiore accesso al mercato supportato dalle fiere del vino.

Supporto da parte di enti di ricerca (pubblici e privati) e Istituti scolastici.

Disponibilità di servizi esterni per intervent imeccanici in vigna e di servizi mobili di imbottigliamento e filtraggio.

Capacità dei media di promuovere la cultura del vino tra i consumatori, anche attraverso l’enoturismo e le azioni dei social network.

Eterogenea specializzazione produttiva che genera esperienze distrettuali e protodistrettuali maggiormente flessibili.

Elevato valore paesaggistico e storico del vigneto Italia con territori già tutelati.

Primo Paese europeo ad essersi dotato di una legge settoriale sulla sostenibilità.

Punti di debolezza

Forte volatilità dei redditi agricoli, che condiziona la copertura totale dei costi di produzione.

La differenziazione dei vini Dop, tra Docg e Doc, genera confusione sui mercati esteri.

Problematiche nell’attuazione delle politiche di trading-up.

Protocolli di sostenibilità certificati ancora poco diffusi.

Difforme orientamento al mercato delle aziende, in particolare di quelle di nuova formazione.

Difforme capacità delle aziende di perseguire processi di innovazione (di prodotto, processo, organizzazione e marketing).

L’insufficienza delle forme di integrazione orizzontale determina un basso potere contrattuale delle imprese, soprattutto rispetto alla Gdo.

Carente integrazione con le altre attività economiche, quali quelle legate al turismo.

Insufficiente coordinamento tra le organizzazioni e le associazioni dei produttori vitivinicoli con effetti negativi per le diverse fasi della filiera.

Inadeguato livello di servizi (R&S, informativi, organizzativi, logistici) offerti dal Sistema Paese.

Limitata disponibilità di banche dati e strumenti tecnologici a presidio dell’autenticità dei vini.

Problemi di applicabilità delle norme sulla gestione dell’offerta (art.39,L.238/2016).

Modesta capacità dei Consorzi di tutela di effettuare una programmazione strategica dell’offerta.

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