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Il glifosato, l’erbicida più usato dal settore agricolo, nell’occhio del ciclone. Da Francia e Italia la richiesta di messa al bando, sull’onda di studi (poco) scientifici ed allarmi (sovradimensionati) che arrivano dal mondo della birra e del vino

Nell’Europa di oggi, abbondantemente superata la fase industriale, in favore di una massiccia terziarizzazione, l’agricoltura è tornata ad assumere un ruolo fondamentale. Non tanto in termini lavorativi, visto che assorbe, in media, il 13% del lavoro attivo, quanto da un punto di vista del dibattito pubblico, con una sensibilità tutta nuova per concetti fino a qualche decennio fa quasi marginali, a partire dalla sostenibilità. Da cui scaturiscono dibattiti capaci di dividere non solo l’opinione pubblica, ma anche la comunità scientifica, vittima di prese di posizione che, in più di un’occasione, non poggiano su alcun tipo di evidenza scientifica. Ne è un esempio il modo in cui l’Unione Europea e le Istituzioni italiane stanno affrontando il grave problema della Xylella, che ha decimato la popolazione degli ulivi pugliesi, ma l’ultimo caso ha una dimensione ben più grande, e riguarda il famigerato glifosato, uno degli erbicidi più usati al mondo, e da anni sul tavolo degli imputati. Introdotto dalla Monsanto nel 1974, il glifosato, commercializzato con il nome di “Roundup”, deve il suo successo al fato che, all’epoca, era una sostanza molto meno tossica e più degradabile di tutti gli altri erbicidi utilizzati.

Come ha spiegato il giornalista del “The New Yorker” (www.thenewyorker.com) Michael Specter in un articolo dell’aprile 2015, “non solo il glifosato viene facilmente attaccato e “distrutto” dai microrganismi che si trovano nel suolo, ma una volta diffuso ha una scarsa penetrazione verticale nel terreno, cioè non “affonda”, fermandosi in genere intorno ai venti centimetri di profondità. Questo limita, anche se non elimina, la possibilità che raggiunga le falde acquifere e diminuisce il consumo di suolo perché riduce la necessità di arare molto a fondo nel terreno”. Oggi, secondo una ricerca pubblicata su “Environmental Sciences” (www.environmentalsciences.com), è l’erbicida più diffuso al mondo, con 8,6 miliardi di chilogrammi spruzzati nel 2014, ma ciò nonostante è diventato, negli ultimi tempi, il nemico giurato delle principali organizzazioni ambientaliste e degli agricoltori di mezza Europa e non solo. Che hanno trovato una sponda importante, proprio un anno fa, nell’Organizzazione Mondiale della Sanità che, attraverso il lavoro della Iarc - Agenzia internazionale per la ricerca sui tumori, ha inserito il glifosato nella lista degli agenti cancerogeni di tipo A2, definendolo un probabile agente cancerogeno, proprio come la carne rossa. Nonostante su 1.400 articoli scientifici dedicati al diserbante non ce ne sia neanche uno che abbia dimostrato una qualunque relazione tra il suo utilizzo ed il cancro negli essere umani. O meglio, uno ce n’è stato, quello del 2012 firmato dal professor Gilles-Éric Séralini e pubblicato dal magazine “Food and Chemical Toxicology” (www.journals.elsevier.com): i dubbi su come fu condotta la ricerca furono talmente tanti che la rivista fu costretta a ritirare l’articolo.

A rincarare la dose, a febbraio, è arrivata un’analisi commissionata dal gruppo ambientalista tedesco “Munich Environmental Institute” su 14 marche di birra commerciali, che hanno rivelato la presenza di tracce dell’erbicida superiori al limite di 0,1 microgrammi per litro previsto per l’acqua potabile, comprese tra 0,46 e 29,74 microgrammi per litro. Tanto è bastato per tornare a smuovere l’opinione pubblica del Vecchio Continente, che ha trovato una solida e trasversale sponda nei Governi di Francia, Italia ed Olanda, che stanno portando avanti la battaglia in sede Ue, dove la Commissione Europea, il 18 e 19 maggio, si riunirà per decidere sul rinnovo, o meno, della possibilità di utilizzare in Europa il glifosato per i prossimi 15 anni. Non si conoscono le posizioni degli altri Paesi, le associazioni agricole sono in posizione di attesa, e per l’Autorità Ue per la sicurezza alimentare (Efsa) “è improbabile che sia cancerogeno”, ma una spinta, in un senso o nell’altro, potrebbe arrivare da un nuovo allarme, che arriva, questa volta dagli Usa: l’associazione Moms Across America, infatti, ha fatto analizzare dal Microbe Inotech Lab di St.Louis 10 diversi Cabernet Sauvignon della California, da agricoltura convenzionale e da agricoltura organica, trovando livelli di glifosato assai diversi, dalle 0,659 parti per miliardo dei vini da agricoltura organica alle 18,74 parti per miliardo dei vini da agricoltura tradizionale. Attenzione però, perché secondo l’Epa, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente Usa, il livello di guardia nelle uve è di 0,2 parti per milione, ossia 200 parti per miliardo, quasi dieci volte i livelli massimi riscontrati dai test delle Moms Across America (www.momsacrossamerica.com). E, ancora, facendo una semplice conversione, stiamo parlando di un residuo di 1,874 microgrammi per litro di glifosato, un livello quindici volte inferiore a quello massimo riscontrato nelle birre tedesche.

Insomma, a guardare i numeri, e senza la certezza della sua cancerogenicità, quella contro il glifosato rischia di diventare l’ennesima guerra ideologica combattuta dalla Ue, proprio come quella portata avanti contro gli Ogm, che si scontra però con una realtà assai complessa, fatta di tanti altri Paesi in cui la ricerca sugli Ogm va avanti, e l’uso del glifosato è tollerato, con evidenti ripercussioni sulla competitività sul comparto agricolo Ue. Una battaglia che, del resto, fa ogni giorno nuovi adepti, specie in Italia: l’ultimo, in ordine di tempo, è il Consorzio Viniveri (www.viniveri.net), che raccoglie 23 aziende che approcciano la viticoltura in maniera naturale (al bando diserbanti, prodotti chimici e persino lieviti selezionati), con “Salvaguardiamo la nostra salute. No ai Glifosati”, la petizione lanciata da Giacomina Maltempi su Change.org, condivisa, sostenuta e promossa dal Consorzio Viniveri, al centro del confronto sull’etichetta trasparente che animerà l’edizione n. 13 di ViniVeri 2016-Vini secondo Natura, salone di degustazione di vini e prodotti alimentari ottenuti da processi naturali di scena dall’8 al 10 aprile nella cornice dell’Areaexpo “La Fabbrica” a Cerea, a pochi chilometri da Verona, proprio nei giorni di Vinitaly. “Noi ci opponiamo, in forza del “principio di precauzione” ed alla luce di ulteriori studi scientifici indipendenti, al rinnovo dell’autorizzazione per l’utilizzo e l’impiego del glifosato in Europa e se possibile in tutto il mondo. Ciò in coerenza ai principi statutari e fondati del nostro Consorzio ViniVeri - dichiara il presidente del Consorzio Viniveri, Giampiero Bea - perché uno dei pilastri della nostra regola è proprio l’esclusione di diserbanti e erbicidi chimici. Per questo non solo sosteniamo la petizione contro il rinnovo per altri 15 anni dell’autorizzazione all’utilizzo del glifosato in Europa, ma invitiamo fin d’ora i vignaioli e tutte le associazioni di produttori di vino naturale italiane ed europee a firmare ed aderire a questa importante petizione”.

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