Il vino e la vite, nella loro millenaria storia, hanno vissuto tanti “rinascimenti”, con tanti protagonisti. Dai Romani che diffusero la vite lungo tutto il Mediterraneo, ai monasteri di Benedettini e Cistercensi che consolidarono la viticoltura selezionando le zone migliori per produrre vini eccellenti, passando per il Medioevo, il Rinascimento, la Rivoluzione Francese - che fece quasi scomparire la vite dalla Francia “perché il vino era simbolo della nobiltà”, salvata poi dagli intellettuali francesi - alla rivoluzione industriale e della chimica che ha rischiato di “standardizzare” il vino, fino alla riscoperta del concetto di terroir e alla nascita delle denominazioni, in Francia come in Italia. Ma oggi, con il cambiamento climatico, e anche e soprattutto con il cambiamento culturale in atto, c’è bisogno di un “nuovo Rinascimento”, che deve riaffermare il ruolo del vino come bevanda culturale e simbolo della condivisione e dello stare insieme e in armonia (tema quanto mai stringente in un mondo sempre più diviso e in guerra), rivendicando con coraggio il ruolo essenziale della componente alcolica nel vino stesso e ribadendo il valore fondamentale della moderazione nei consumi. Ma che deve anche pensare ad una viticoltura diversa, ambiziosa, che guardi anche ad un progressivo abbandono della vite su portinnesto, per ritornare progressivamente al “piede franco”, che oggi copre, secondo le stime, 1,5 milioni di ettari di vigna nel mondo, su 7,5 milioni di ettari vitati complessivi. Dando fiducia alle nuove generazioni di produttori. Messaggio di sintesi che arriva dal forum “Reincontrare Giulio Gambelli” 2026, edizione n. 6, in memoria di Giulio Gambelli, l’enologo che più di altri ha segnato la storia moderna del Sangiovese in Toscana, di cui è riconosciuto il “maestro”, collaborando con tante cantine-icona, voluto da Pasquale Forte a Podere Forte, nel cuore della Val d’Orcia Patrimonio Unesco, di cui è una delle aziende-simbolo e pioniere.
A firmarli personalità di primissimo piano, come Jacky Rigaux, wine writer, critico, già professore all’Università di Bordeaux, e profondo conoscitore della Borgogna, Aubert de Villaine, co-proprietario (fino al 2022), per mezzo secolo, di una delle cantine più prestigiose del mondo, Domaine de la Romanée-Conti, icona della Borgogna, e protagonista dell’ultimo mezzo secolo di uno dei territori del vino più importanti al mondo, dal professor Mario Fregoni, un decano della scienza e della ricerca applicata alla vite, per 50 anni docente e ricercatore in Viticoltura all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, ma che è stato anche presidente dell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (Oiv), del Comitato Nazionale Vini, Laurea Honoris Causa alle Università di Bucarest, Budapest e di Santiago del Cile, nonché, tra le altre cose, Commendatore in Spagna, Ufficiale al Merito in Francia e Cavaliere della Repubblica Italiana, e autore della voce “viticoltura” dell’Enciclopedia Treccani. E uno dei produttori italiani più ascoltati e celebrati come Angelo Gaja.
“È fondamentale, oggi più che mai, riflettere sul “nuovo Rinascimento” del vino. Il mondo sta cambiando a causa dei cambiamenti climatici, la vigna anche, ma il vino rimane una bevanda culturale per storia, tradizione, sostenibilità. Ma dobbiamo riaffermarlo, perché oggi il vino è minacciato, c’è chi punta sul vino dealcolato, che è, però, una “aberrazione agronomica” - dice Rigaux - senza contare che la scoperta della fermentazione per trasformare l’uva in vino ha accompagnato tutte le civiltà. Con il vino dealcolato si fa lavorare la vite per snaturarne la vocazione: è un’aberrazione”. Visione su cui concorda pienamente Aubert de Villaine: “il vino è una bevanda culturale, e non ce n’è mai stato tanto bisogno come oggi. Il vino illumina la vita, è pace, è condivisione, sono cose importanti. E proprio ora, la legislazione francese è diventata più stringente, valuta il vino per le molecole di alcol che contiene. Il vino serve per celebrare il piacere di esistere, di stare insieme. In Francia c’è confusione tra alcol da distillazione e alcol da fermentazione: la complessità del vino necessita dell’alcol, senza il quale il vino non esisterebbe. Alcuni si sono fissati nella produzione di vino analcolico - dice Aubert de Villaine - ma è un errore culturale, il vino senza alcol è un vino morto, senza vita. Siamo in un fase importante, in Francia si sta esagerando, si è superato il limite. Visto che siamo in un Paese in cui il vino è elemento culturale, come in Spagna e in Italia, del resto, il vino deve essere visto in modo diverso dalle altre bevande alcoliche, e, invece, c’è una demonizzazione. È giunto il momento che tutti i viticoltori, e chi ama il vino in generale, si alzi, e, dica, a chiare lettere, avete esagerato! Anche noi, ovviamente, siamo a favore della moderazione, di combattere gli eccessi. Ma gli eccessi - ricorda Aubert de Villaine - sono sempre legati a problemi personali, di chi abusa per ragioni personali, di sofferenze. Dobbiamo cambiare direzione, la Francia è il maggiore produttore di vini pregiati al mondo: che questo Paese non riconosca, anzi condanni questa produzione, è incredibile. Se Voltaire, arrivato in Francia nel 19esimo secolo, si stupì delle contraddizioni della società francese, oggi si stupirebbe ancora di più. Oggi in questo incontro celebriamo il vino, e ribadiamo che esiste per celebrare la vita ed il piacere di stare insieme”.
Insiste, invece, sul “Rinascimento” in vigna la riflessione del professor Mario Fregoni. “Oggi la viticoltura si concentra tra il 30esimo e il 50esimo parallelo nell’emisfero Nord, e tra il 30esimo ed il 40esimo nell’emisfero Sud, ma già ci stiamo spostando ancora di più verso i poli. In queste due fasce abbiamo un clima temperato, dove in inverno la vite riposa. Che è importante, perché se la vite non riposa, diventa una pianta sempre verde, continua a produrre, più volte nell’anno. Ma proprio in questi giorni ho scritto un articolo, ancora non pubblicato, sulla viticoltura dell’Artico e dell’Antartico. Per ora è fantascienza, ma se il cambiamento va avanti, nei Paesi delle renne e dei cani da slitta, certe terre saranno libere dai ghiacci e potrebbero diventare terre da vino. Non è così semplice, ovviamente, ma è possibile. Mentre è un fatto reale lo spostamento della viticoltura in altitudine, fino a livelli estremi come a 1.850 metri sul livello del mare, come in Valle d’Aosta, nel vigneto più alto d’Europa. Ma la domanda da porci è se questo cambiamento climatico si può affrontare con la viticoltura attuale. E la mia risposta - dice Fregoni - è “sì e no”. Dobbiamo pensare alla storia. La vite la conosciamo da 12.000 anni, dai tempi dell’ultima glaciazione, quelli in cui la Bibbia colloca l’Arca di Noè. Ovviamente era una vite franca di piede, non c’era la fillossera, non c’erano i portinnesti. Ma io non sono tra quelli che considerano il portinnesto necessario, o per lo meno sempre necessario. A volte si può farne a meno, ci sono molte zone con una viticoltura franca di piede. Anche Pasquale Forte, qui a Podere Forte, ha piantato 3 ettari franchi di piede, e ne arriveranno altri 2 ettari, in suoli dove c’era il rischio fillossera. E lo ha fatto lavorando sul ph del terreno, a cui la fillossera è sensibile. Dobbiamo fare dei ragionamenti, perché la vite a piede franco è molto più longeva e consente di produrre vini più fini e complessi. La vite a piede americano, inoltre, se va bene vive 15-20 anni, anche per una questione di rigetto, a volte, dell’innesto. E fare un ettaro di vigneto oggi costa in media 50.000 euro, vuol dire che un’azienda, lavorando come si fa oggi, ogni anno deve spendere questa cifra, importante, per ogni ettaro di vigneto. Dobbiamo parlare di queste cose. La viticoltura che conosciamo non è eterna. Oggi, secondo le mie stime, su 7,5 milioni di ettari di vigneto, nel mondo, ce ne sono 1,5 a piede franco. La metà sono in Cina e in Cile, dove ho proposto che le viti ultracentenarie cilene diventino Patrimonio Unesco, tra l’altro. Inoltre, nel mondo della ricerca, stiamo sperimentando una diversa tipologia di vite con un “intermedio” (elemento inserito tra il portainnesto e la marza, ndr), per capire come si comporta. Stiamo percorrendo, insomma, la strada di un “nuovo Rinascimento” senza portinnesti americani. Dobbiamo ripensare un nuovo modello basato su criteri diversi. Il futuro è anche una questione di coraggio, e di responsabilità”.
“Io ho 86 anni, ma c’è sempre da imparare. Oggi siamo a celebrare un monumento umano che è Giulio Gambelli - ha detto ancora Angelo Gaja - ed è importantissimo saper attingere al passato. Ma Gambelli ha lavorato nel secolo scorso, con uve totalmente diverse da quelle di oggi, con vigneti diversi, in un altro mondo. Oggi conosciamo elementi nuovi rispetto ad allora da gestire, in vigna e in cantina, e peraltro abbiamo studiato tanto la vite, ma sappiamo pochissimo ancora del suolo, ci fermiamo ai primi 30 centimetri. Inoltre, oggi il produttore si deve occupare di vigna, cantina, ma anche di marketing, che non è una parola volgare, ma serve per raccontare che siamo capaci di produrre vini di luogo, serve a far crescere la desiderabilità di un vino, è una capacità fondamentale. Come si fa? Non lo so - dice Gaja - e se lo sapessi non lo direi. Ognuno di noi ha i suoi piccoli segreti per valorizzare il proprio prodotto”.
Ma, secondo Gaja, è fondamentale riaffermare un concetto, che riprende la riflessione di Jacky Rigaux e Aubert de Villaine: “il vino rosso è buono e fa bene, per chi lo sa bere. La parola moderazione non mi piace, mi piace il bere con misura, con cultura. È vero che la molecola di alcol è sempre la stessa, ma nel vino è legata ad altri elementi importanti, che sono anche protettori della salute, e per questo il vino va separato dal resto degli alcolici e dei superalcolici”. Ma il “Rinascimento del vino” passa anche, o soprattutto, dalle nuove generazioni, ribadisce Gaja: “qualche anno fa il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un suo discorso, ha invitato tutti a sforzarsi di leggere il presente con gli occhi di domani, non solo con quelli di ieri. Diamo fiducia ai giovani: il mondo è cambiato, ci sono tanti che a 40 anni sono molto più bravi e preparati di noi, sapranno sorprenderci”.
Riflessioni che arrivate mentre nel calice hanno parlato i grandi vini di Italia e di Francia, raccontati dai produttori e da cantine, come Canalicchio di Sopra, Poggio di Sotto, Cupano e Biondi-Santi, da Montalcino, Alois Lageder dal Trentino, CostaRipa dalla Valtènesi, Uberti dalla Franciacorta, Poggio Grande da Castiglione d’Orcia, Bibbiano dal Chianti Classico, Ceretto e G.D. Vajra da Barolo, e Domaine Clavelier, Domaine Rougeot, Domaine Boris Champy e Liger Belair, dalla Borgogna. Tutte riunite nella Val d’Orcia Patrimonio Unesco, su iniziativa di Pasquale Forte, a celebrare la memoria di Giulio Gambelli, ed a disegnare il “nuovo Rinascimento del vino nell’era del cambiamento climatico”.
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