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PAUSA PRANZO

L’85% dei lavoratori ritiene che un pranzo piacevole favorisca relazioni migliori tra colleghi

Camst-Censis: il food space strategico per l’attrattività dell’impresa. Per l’82% vuol dire senso di appartenenza, per il 54% scambio di informazioni

Si pranza davanti al computer, spesso da soli, qualche volta si salta persino il pasto. Eppure, anche nella pausa pranzo, il cibo rimane uno dei modi principali per comunicare e relazionarsi, tanto che finisce regolarmente sui social network e influenza la scelta di bar e ristoranti. A dirlo è il Rapporto Camst-Censis n. 2 “Lo spazio e il cibo. Nuove geografie della socialità”, presentato, nei giorni scorsi, a Bologna, e che analizza il rapporto tra alimentazione, luoghi della convivialità e trasformazioni del lavoro nell’era digitale in Italia. L’indagine evidenzia come il cibo si collochi sempre più in un intreccio tra dimensione fisica e virtuale, pubblica e privata, confermando che alimentarsi non significa soltanto nutrirsi, ma anche costruire identità, relazioni e senso di appartenenza.
I numeri parlano di una società in cui l’identità si esprime attraverso il cibo: l’85,5% degli intervistati possiede un profilo social e il 56,4% pubblica contenuti con una certa frequenza. In questo racconto quotidiano il cibo occupa un ruolo centrale: l’80,7% condivide online immagini e contenuti legati a pranzi, cene e aperitivi, il 77,5% pubblica post riguardanti ristoranti, bar ed enoteche frequentati, mentre il 68,7% cura l’aspetto estetico dei piatti per fotografarli o riprenderli in video. L’influenza dei social si riflette anche nei comportamenti concreti: l’80,5% dei lavoratori sceglie locali sulla base di quanto visto o consigliato online e il 63,8% ne valuta l’attrattività anche in funzione della loro “instagrammabilità”.
Secondo Massimiliano Valerii, consigliere delegato Censis, “si pubblicano sui social contenuti di eventi di vita reale che si desidera raccontare, condividere con gli altri. Ognuno è regista del proprio storytelling fatto delle cose di sé che si desidera mostrare. Pertanto l’identità digitale è autentica tanto quanto quella fisica, in un intreccio tra spazio pubblico e privato dai confini sfumati. Esempio emblematico di tale dinamica è il cibo, non più solo nutrimento perché ha assunto una molteplicità di significati legati a identità e al senso di appartenenza. Da un lato si pubblicano momenti di convivialità intorno al cibo, dall’altro si scelgono ristoranti e piatti orientati dai post sui social. Ecco l’intreccio digitale - realtà fisica che coinvolge anche la relazionalità tra persone, con il reciproco rinforzarsi delle relazioni sui social e di quelle nella piazza fisica”.
La ricerca mostra, però, che la centralità del digitale non cancella il desiderio di luoghi fisici di incontro. Per l’80,8% degli intervistati questi spazi migliorano la vivibilità dei territori, per il 79,9% contribuiscono alla qualità della vita collettiva e per il 79,5% rendono concreta una delle caratteristiche più riconoscibili della cultura italiana: la convivialità.
Particolarmente significativo è il capitolo dedicato allo smart working, che sembra aver deluso parte delle aspettative iniziali. Tra chi lavora da remoto il 54,7% mangia prevalentemente da solo, contro il 39,2% di chi opera soprattutto in presenza. Inoltre il 36,2% dichiara di saltare spesso il pranzo o di consumarlo continuando a lavorare. Il 34,9% si sente stressato dall’obbligo di prepararsi il pasto, il 29,6% avverte la mancanza dei colleghi e il 26,6% ritiene che l’assenza del pranzo condiviso produca effetti negativi sul lavoro. Nel complesso il 60,1% degli smart worker sperimenta almeno una conseguenza negativa legata alla pausa pranzo, mentre il 37% dichiara di viverne gran parte. Di fronte a questo scenario emerge una diffusa nostalgia per la convivialità. L’85,2% degli intervistati ritiene che un pranzo piacevole favorisca relazioni migliori tra colleghi, l’82,2% associa la pausa condivisa a un maggiore senso di appartenenza al team e il 54,2% la considera utile per lo scambio di informazioni.
Anche le aziende sono chiamate a ripensare gli spazi dedicati al cibo. Oggi il “food space” non coincide più soltanto con la mensa tradizionale, ma assume un ruolo strategico anche per l’attrattività dell’impresa. Il 58,5% dei lavoratori in modalità mista sarebbe disposto a tornare più spesso in ufficio in presenza di servizi e ambienti migliori destinati alla condivisione del pasto, mentre il 90% considera la disponibilità di uno spazio adeguato per mangiare un segnale concreto di attenzione da parte dell’azienda. Tra le caratteristiche più richieste figurano qualità del cibo (87,3%), rapidità del servizio (86,7%), piacevolezza degli ambienti (86,5%), varietà e personalizzazione dell’offerta (82,3%) e accessibilità per tutta la giornata (75,8%).
Se il messaggio per le aziende è piuttosto chiaro - condividere in presenza il cibo e non solo è un’esigenza percepita anche dai lavoratori, magari immaginando modelli nuovi di organizzazione dello spazio, più aperti e flessibili - per la società nel suo complesso i dati emersi fanno riflettere sul benessere e sull’ecologia delle relazioni dentro e fuori i luoghi di lavoro, conclude il rapporto. E, “in questo scenario - conclude Francesco Malaguti, presidente di Camst - gli spazi dedicati alla pausa e alla convivialità assumono un valore nuovo: non sono semplicemente luoghi in cui consumare un pasto, ma occasioni di incontro, scambio e appartenenza.

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