“La frase d’amore, l’unica, è: hai mangiato?”. Elsa Morante aveva racchiuso in poche parole un’idea semplice e profondissima: prendersi cura di qualcuno passa anche dalla tavola, da quel gesto apparentemente ordinario con cui ci si accerta che l’altro abbia mangiato. È curioso ritrovare la stessa attenzione, dall’altra parte del mondo, nella cultura cinese, dove “hai mangiato?” è una domanda tradizionalmente legata al saluto e alla cura dell’altro. Due mondi lontani che finiscono, così, per incontrarsi intorno ad un gesto universale, quello del nutrire e del nutrirsi. Ed è proprio da qui che si può partire per sfogliare “Il Cibo è Medicina. La ricerca del benessere tra taoismo e tradizione cinese”, il nuovo libro del Maestro Taoista Marco Montagnani, con la prefazione dell’epidemiologo e nutrizionista Franco Berrino. Un viaggio tra Oriente e Occidente che invita a ripensare il rapporto con ciò che mangiamo e, ancora più in profondità, con il nostro corpo. “La farmacia nel piatto, il cibo che cura” è il principio attorno al quale prende forma una parte fondamentale del volume. Nella cultura tradizionale cinese raccontata da Montagnani, infatti, cucina e medicina non sono mondi separati: il pasto è anche un gesto quotidiano di prevenzione, ascolto e ricerca dell’equilibrio.
Non si mangia soltanto per placare la fame o soddisfare il gusto: ogni alimento entra in relazione con l’organismo, con il clima, con la stagione e con la condizione della persona. Mangiare significa, allora, instaurare un dialogo continuo tra uomo e natura, imparando a riconoscere ciò che il corpo chiede prima ancora che sia costretto a manifestare un disagio. È una prospettiva che Montagnani ha incontrato nel suo lungo percorso in Cina e sulle montagne di Wudang e che nel libro traduce in un principio tanto semplice quanto controcorrente: prima di cercare il rimedio, impariamo a dare al corpo ciò di cui ha realmente bisogno.
Da qui nasce anche l’idea di prevenzione che attraversa il volume. Nell’antica visione raccontata nel libro, il “medico superiore” non è soltanto colui che interviene quando la malattia si manifesta, ma chi insegna a preservare l’equilibrio prima che venga perduto. L’alimentazione diventa, così, uno degli strumenti fondamentali della prevenzione, non attraverso una dieta fatta esclusivamente di divieti, calorie e restrizioni, ma con l’educazione all’ascolto: osservare il proprio corpo, riconoscerne i segnali e adattare ciò che mangiamo alle stagioni e alle nostre necessità. È, in fondo, il rovesciamento di un’abitudine molto contemporanea: aspettare che qualcosa non funzioni più per cominciare a occuparci della nostra salute. Montagnani propone, invece, di riportare la cura nella quotidianità, e pochi gesti sono quotidiani quanto sedersi a tavola.
Questa attenzione all’ascolto porta naturalmente al tema dell’equilibrio. Secondo la dietetica tradizionale cinese illustrata da Montagnani, gli alimenti possiedono caratteristiche energetiche differenti e possono essere letti anche attraverso la relazione tra yin e yang. Ci sono alimenti considerati riscaldanti, altri rinfrescanti e altri ancora neutri, mentre anche i sapori assumono un significato preciso. Ma, soprattutto, conta il contesto: ciò che può essere appropriato in inverno non necessariamente lo è in estate; quello che sostiene una persona in un determinato momento può non essere ciò di cui avrà bisogno in un altro. La parola chiave è quindi equilibrio. Non esiste l’ingrediente miracoloso da inseguire, ma la capacità di comporre il proprio piatto ascoltando il corpo e rispettando il ritmo della natura. È questa la “farmacia” evocata dal libro: non uno scaffale di rimedi, ma la possibilità di ritrovare nella semplicità degli alimenti un modo diverso di pensare al benessere.
E proprio nella cucina questa filosofia trova la sua dimensione più concreta. Nelle pagine de “Il Cibo è Medicina” (Edizioni Solferino, settembre 2026, pp. 256, prezzo di copertina 18 euro), riso, verdure, radici, zenzero, spezie, zuppe e infusi non vengono raccontati soltanto per le loro caratteristiche nutrizionali, ma all’interno di una cultura millenaria che attribuisce al cibo un ruolo nel mantenimento dell’armonia dell’organismo. E con l’attenzione alla stagionalità: seguire il ritmo della terra, scegliendo ingredienti e preparazioni diversi a seconda del periodo dell’anno. Ed al modo in cui cuciniamo. Perché preparare personalmente un pasto, scegliere gli ingredienti, dedicare tempo alla cucina e mangiare con consapevolezza restituiscono al cibo una dimensione che la velocità contemporanea rischia di cancellare. E, forse, è proprio qui che il libro trova uno dei suoi spunti più interessanti: nel ricordarci che prenderci cura di noi non comincia necessariamente da qualcosa di straordinario, ma può partire da un gesto che ripetiamo ogni giorno, spesso quasi senza accorgercene. Sedersi a tavola, scegliere cosa portare nel piatto, ascoltare come quel cibo ci fa stare. Il cibo smette, così, di essere soltanto carburante e torna a essere relazione, cultura, attenzione e cura. Una piccola farmacia quotidiana, che non ha bisogno di insegne e che, almeno in questa prospettiva, comincia proprio dalla cucina.
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