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LE CELEBRAZIONI A ROMA

Oggi è la “Giornata Mondiale dell’Alimentazione” promossa dalla Fao per il nostro futuro

Slow Food: “l’agroecologia è necessaria”. Wwf Italia: “rafforzare le risorse”. L’inflazione dell’Eurozona a +0,5% nel 2027 per il clima estremo
AGROECOLOGIA, CAMBIAMENTO CLIMATICO, FAO, GIORNATA MONDIALE DELL'ALIMENTAZIONE, INFLAZIONE, POLITICHE, RISORSE PUBBLICHE, SISTEMI ALIMENTARI, SLOW FOOD, WORLD FOOD DAY, WWF ITALIA, Non Solo Vino
Oggi è la “Giornata Mondiale dell’Alimentazione”

Slow Food sottolinea come le tensioni geopolitiche evidenziano le contraddizioni del nostro sistema alimentare e si riflettono sul prezzo del carrello della spesa, senza benefici per gli agricoltori, mentre l’agroecologia è una scelta economica e ambientale sempre più necessaria e urgente oltre che un “segnale di speranza” che arriva dalle comunità dove è realtà; per Wwf Italia la sicurezza alimentare non si garantisce producendo di più, ma costruendo un sistema agroalimentare capace di resistere a condizioni climatiche sempre più instabili e proteggendo le risorse naturali dalle quali dipende la produzione, rafforzando le politiche agricole e le risorse pubbliche verso l’agroecologia. Sono gli appelli che si rincorrono per la “Giornata Mondiale dell’Alimentazione” promossa dalla Fao e che si celebra, oggi, 16 ottobre giorno in cui è stata fondata a Québec nel 1945, attorno al tema “Innovare oggi. Nutrire il domani”, nella sede dell’organizzazione delle Nazioni Unite a Roma. E che parte da stime allarmanti, secondo le quali i regimi alimentari del 30% della popolazione mondiale sono responsabili di oltre il 70% della pressione ambientale esercitata dal sistema alimentare globale, con i danni provocati dagli eventi climatici estremi solo all’agricoltura italiana hanno superato 3 miliardi di euro nel 2026 e 20 miliardi negli ultimi 4 anni, mentre le ondate di calore e la siccità che hanno colpito l’Europa quest’anno potrebbero contribuire a un aumento dell’inflazione alimentare dell’Eurozona fino a 0,5 punti percentuali nel prossimo anno, confermando come gli impatti del cambiamento climatico possano tradursi in un costo crescente anche per consumatori e famiglie.
In occasione della “Giornata Mondiale dell’Alimentazione”, Slow Food Italia rilancia un appello a istituzioni, produttori e cittadini, https://www.slowfood.it/slow-food-europe/cosa-fa-slow-food/il-cibo-e-un-diritto-umano-per-tutti/ affinché promuovano un cambiamento radicale del sistema alimentare. A fronte dei rincari e dell’inflazione, soltanto un’agricoltura meno dipendente da input esterni - pesticidi, fertilizzanti, carburanti, i cui costi sono esplosi a causa della guerra all’Ucraina e all’Iran - può rappresentare una via di uscita. In Italia, fai conti la Chiocciola, fare la spesa costa sempre di più: tra il 2021 e il 2026 il carrello alimentare è cresciuto del 29,5% (fonte “Sole 24 Ore”), eppure, gli italiani spendono sempre meno per acquistare cibo (fonte Istat) e nell’ultimo anno il 29,4% delle famiglie ha dichiarato di aver ridotto la quantità o la qualità dei prodotti acquistati: dilaga il cibo a basso costo, spesso ultra-processato o frutto di pratiche agricole che scaricano sulla collettività gli effetti dannosi sull’ambiente e sulla salute. Le famiglie non solo spendono meno per il cibo, perché sono più povere, ma spendono male, perché non hanno gli strumenti per scegliere. Il cibo è sceso nella scala delle priorità, manca una diffusa educazione alimentare nelle scuole, si comprano sempre meno ingredienti sfusi, freschi e di stagione, e sempre più cibi processati, in confezioni che sembrano economiche, ma non lo sono. Spesso, infatti, si spende per riempire i carrelli di plastica, additivi, conservanti, cibi poco nutrienti o, peggio ancora, nocivi per la salute. Dall’altra parte, all’aumento del prezzo della spesa non corrisponde un incremento di reddito per gli agricoltori, che si trovano sempre più in difficoltà a far fronte all’aumento del costo delle materie prime e del carburante per il lavoro nei campi, oltre che alle problematiche dovute alla crisi climatica. Per rendersi conto del paradosso dell’aumento dei prezzi e, al tempo stesso, del mancato riconoscimento di un prezzo giusto agli agricoltori, è sufficiente fare un confronto tra i prezzi medi all’origine corrisposti a chi produce e quelli al dettaglio rilevati nelle scorse ore in un supermercato della provincia di Cuneo: le zucchine, pagate ai contadini tra 0,65 e 1,45 euro al kg a seconda della varietà e in vendita intorno ai 4 euro al kg; l’uva da tavola, pagata 0,62 euro al kg e commercializzata al dettaglio 3,49 euro al kg; ancora peggio, l’insalata, che se viene acquistata lavata e confezionata in sacchetti di plastica arriva a costare tra i 10 e i 20 euro al kg (a fronte di prezzi all’origine che variano da 0,80 a 1,30 euro al kg). “I sistemi alimentari dominanti sono basati su dinamiche industriali e finanziarie - sostiene Serena Milano, direttrice Slow Food Italia - e, in nome di produttività e competitività, sfruttano e compromettono le risorse naturali (il suolo, l’acqua, la biodiversità), alimentano lo spreco, non si curano della salute dei consumatori, concentrano la ricchezza in pochi luoghi (con molti territori sempre più abbandonati) e in poche mani, impoverendo sia chi produce il cibo (gli agricoltori), sia chi lo acquista. L’aumento delle rese produttive e dei consumi continua a essere l’obiettivo prioritario delle politiche agricole, così le aziende e gli allevamenti diventano sempre più grandi, e si riduce il numero di agricoltori e allevatori. I pochi che rimangono si trasformano in operatori, autisti di macchinari agricoli. Le aziende di piccola scala chiudono, e con loro spariscono presidi ambientali e sociali fondamentali, perché molte di queste realtà non si limitano a produrre merci, ma mantengono pascoli montani e oliveti, tengono in vita paesi e tessuti sociali. Una terra sana e fertile è la base per l’agricoltura del futuro e per la nostra salute, e dovrebbe quindi essere l’obiettivo primario di un’estesa e forte alleanza tra mondo produttivo, consumatori e istituzioni. Invece la disperazione per l’aumento dei costi, spesso, porta al paradosso di un assurdo scontro fra le istanze ambientali e quelle del mondo rurale”. Ma nonostante il quadro preoccupante, da ogni parte del mondo arrivano segnali di speranza: donne e uomini, spesso di nuove generazioni, che scelgono di allevare nel rispetto degli animali, di coltivare la terra proteggendo il suolo, di produrre cibo promuovendo la biodiversità. Contadine e contadini, molti dei quali arrivati a Torino nei giorni di Terra Madre Salone del Gusto, che lavorano nel segno dell’agroecologia, ma che hanno bisogno di essere riconosciuti, sostenuti, valorizzati. “Non esiste una sola agricoltura - aggiunge Francesco Sottile, vicepresidente Slow Food Italia e docente all’Università di Palermo - quella che promuoviamo da sempre come Slow Food vede agricoltori e ambientalisti uniti verso la stessa direzione: un’agricoltura basata su rispetto e cura del suolo, delle risorse idriche, degli animali, del paesaggio e della salute di tutti. L’unica che dovrebbe essere sostenuta in ogni modo a ogni livello”.
Il tutto sullo sfondo di un 2026, ricorda il “Living Planet Report” di Wwf Italia, di caldo record, siccità ed eventi estremi che hanno messo sotto pressione colture, allevamenti ed ecosistemi, con conseguenze che attraversano l’intera filiera agroalimentare. Per questo l’organizzazione ambientalista, nella sua campagna “Our Future”, accende un faro sugli effetti della crisi climatica che, insieme alle tensioni economiche e geopolitiche mette a rischio gli ecosistemi, la produzione e la sicurezza alimentare. La crisi climatica sta già modificando cosa e dove possiamo produrre e limitando la possibilità di sostituire un luogo di produzione con un altro, aumentando i rischi e i costi. Secondo il “Copernicus Climate Change Service”, agosto 2026 è stato il mese di agosto più caldo mai registrato a livello globale, con temperature di 0,85 °C superiori alla media 1991-2020. L’estate è stata la terza più calda a livello globale e la più calda mai osservata nell’Europa occidentale. In Italia, oltre il 60% del territorio è stato interessato da condizioni di siccità, mentre più della metà del territorio è esposta a fenomeni di degrado del suolo e desertificazione. A ciò si aggiunge la forte pressione sulla risorsa idrica: il 41% dell’acqua prelevata nel Paese è destinato all’agricoltura. In questo panorama si aggiungono le tensioni economiche e geopolitiche, l’aumento dei costi di produzione, la sempre crescente dipendenza da input esterni (come fertilizzanti e pesticidi) e la volatilità dei mercati internazionali. La crisi climatica agisce così da moltiplicatore di rischio, aumentando la vulnerabilità delle colture, degli allevamenti e degli ecosistemi dai cui dipende la produzione alimentare, ed i suoi effetti si manifestano lungo tutto il ciclo produttivo agricolo. Le temperature anomale dell’inverno e della primavera 2026 hanno anticipato la ripresa vegetativa, aumentando l’esposizione delle colture alle gelate tardive. A questo si sono aggiunte precipitazioni irregolari, con lunghi periodi senza pioggia alternati a eventi intensi. La produzione italiana di mais è stimata intorno a 3,5 milioni di tonnellate, tra i livelli più bassi degli ultimi decenni, con perdite superiori al 70% in alcune aree. In 10 anni, le superfici coltivate sono diminuite del 40% e oggi l’Italia importa il 60% del mais. Anche il riso ha risentito della ridotta disponibilità d’acqua nel bacino del Po, con cali medi intorno al 10% e punte del 30% in alcune aree. La tendenza negativa è di lungo periodo. Secondo Istat, tra il 2006 e il 2025 la produzione nazionale di mais è diminuita del 43%, quella di grano duro del 9% e quella di riso di quasi il 2%. Un andamento evidenzia la vulnerabilità delle filiere agricole italiane di fronte alle pressioni climatiche, economiche e di mercato. Anche la frutticoltura è in difficoltà: in 20 anni l’Italia ha perso circa 100.000 ettari di superfici frutticole e 11 specie su 14 hanno registrato un calo produttivo. Tra i casi più evidenti, le pere hanno perso il 60% della produzione e le pesche il 40%. Nel 2026, le perdite stimate raggiungono il 70% per le nocciole in Piemonte, il 30% per le pesche in Emilia-Romagna e il 50% per i kiwi. Per l’olio si prevede un calo nazionale del 20%, mentre la cascola delle olive ha raggiunto il 50% nelle aree non irrigue. Anche gli agrumi subito forti contrazioni, fino al 40% in alcune aree della Sardegna e al 70% in Sicilia. Non tutte le colture hanno, però, registrato un andamento negativo: nel 2026, la produzione di grano duro è aumentata del 5% sul 2025. Si tratta di un dato che evidenzia come gli effetti del cambiamento climatico possano manifestarsi in modo differente a seconda delle colture, dei territori e delle strategie di adattamento adottate. A cambiare sono anche i tempi e le aree di produzione. Nel 2026, la vendemmia è iniziata con uno o due settimane di anticipo in molte regioni; in Alto Adige si è registrato l’avvio più precoce mai osservato. Gli inverni più miti possono, inoltre, favorire la sopravvivenza e la diffusione di insetti dannosi, fitopatie e specie aliene invasive, anticipandone i cicli biologici. In Italia sono presenti oltre 600 specie aliene invasive e i danni diretti associati alla loro presenza sono stimati in oltre 500 milioni di euro l’anno. Tra le specie più problematiche per l’agricoltura figurano la cimice asiatica (Halyomorpha halys), che danneggia anche pere e mele, il coleottero giapponese (Popillia japonica), sempre più diffuso nel Nord Italia e particolarmente dannoso per vigneti e frutteti, e il moscerino dei piccoli frutti (Drosophila suzukii), che colpisce numerose colture a polpa tenera. Anche gli impollinatori risentono dell’instabilità climatica: siccità, eventi estremi e alterazione delle fioriture possono compromettere l’impollinazione di molte colture e la produzione di miele. In Sardegna, nel 2026, sono state rilevate riduzioni fino al 70%, mentre si stanno diffondendo soprattutto in Sicilia, Calabria e Puglia, e l’olivo si espande verso regioni più settentrionali. le colture restano esposte a siccità, eventi estremi e scarsità d’acqua. E anche gli allevamenti pagano il conto del caldo. In diverse aree italiane, tra cui il Trentino, la produzione di foraggio e fieno è diminuita fino al 50%. Le ondate di calore possono ridurre la produzione di latte fino al 20% e aumentare lo stress termico degli animali. Crescono inoltre i costi di ventilazione e raffrescamento delle strutture, in alcuni casi fino al 30%, insieme ai consumi di acqua ed energia. Una combinazione che mette a rischio la redditività degli allevamenti e la continuità delle produzioni, ma gli effetti non si fermano alle aziende agricole. Quando la produzione diminuisce o diventa più incerta, le conseguenze si propagano lungo tutta la filiera, influenzando la disponibilità di materie prime e i prezzi dei prodotti alimentari. In Italia i prezzi degli alimentari continuano a salire: secondo le stime preliminari dell’Istat, a settembre 2026 i prezzi degli alimentari non lavorati, tra cui frutta e verdura, sono aumentati del 5,5% sul 2025, mentre per ortaggi, tuberi e legumi l’aumento ha raggiunto l’8,4%. Per le famiglie economicamente più vulnerabili, il rincaro degli alimenti può rendere più difficile acquistare cibi sani, con possibili ripercussioni sulla salute. Per il wwf è necessario rafforzare le politiche agricole e le risorse pubbliche verso l’agroecologia e pratiche positive per la natura, in grado di migliorare la salute dei suoli, favorire la ritenzione di acqua e lo stoccaggio del carbonio, ridurre la dipendenza da input esterni e rafforzare la capacità dei sistemi agricoli di affrontare condizioni climatiche più instabili. La conservazione e il ripristino degli ambienti agricoli, insieme a una gestione sostenibile dell’acqua, sono essenziali per tutelare i servizi ecosistemici fondamentali, dall’impollinazione alla regolazione dei cicli dei nutrienti. In questo quadro, è fondamentale dare piena attuazione al Piano Nazionale per il Ripristino della Natura, previsto dal Regolamento europeo 1991/2024 e trasmesso dall’Italia alla Commissione europea il 25 settembre 2026. Particolare rilievo assume il ripristino degli ecosistemi agricoli, affrontato dall’articolo 11 del Piano. Come sottolinea il “Living Planet Report” 2026, trasformare i sistemi alimentari è una delle leve necessarie per affrontare le cause della perdita di natura e creare le condizioni per fermare ed invertire il declino della biodiversità. Significa intervenire lungo tutta la filiera, ridurre gli sprechi, favorire modelli di consumo più sani e sostenibili e rendere più accessibili le informazioni sugli impatti ambientali e nutrizionali degli alimenti. In questa direzione si inserisce anche “Environmental Food Label 2.0” (EFL 2.0), progetto europeo coordinato dal Wwf Italia e cofinanziato da Eit Food, ente dell’Ue per l’innovazione agroalimentare. Il progetto esplora come integrare indicatori relativi a biodiversità, salute del suolo, circolarità e rischio legato alle microplastiche nelle valutazioni ambientali dei prodotti alimentari basate sul ciclo di vita, insieme agli aspetti nutrizionali. L’obiettivo è offrire alle persone informazioni più complete per scegliere alimenti sani e sostenibili e supportare la transizione verso filiere più sostenibili e resilienti. “La tutela degli ecosistemi non viene dopo la produzione di cibo: è una delle condizioni che permettono di continuare a produrlo. Trasformare i sistemi alimentari significa quindi intervenire oggi per proteggere la sicurezza alimentare di domani”, conclude Wwf Italia.

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