Per riequlibrare una domanda in riduzione ed una produzione in eccesso, la filiera del vino, in molti Paesi, dalla Francia alla Spagna, dall’Australia agli Usa (in particolare in California), assiste a più o meno massici piani di espianto dei vigneti, e più o meno sostenuti da fondi pubblici. E mentre in Italia ancora si discute sul da farsi (con sempre più rappresentanze di filiera che si dicono favorevoli, o quando meno non contrarie, ad azioni di estirpo mirate nei territori in difficoltà, e non generalizzate a livello nazionale), a far sentire la propria voce è chi le viti, o meglio le barbatelle, le produce. Ovvero i vivaisti italiani, che chiedono di “non finanziare la riduzione del vigneto italiano, ma investire le risorse disponibili per rinnovarlo”. Proposta congiunta che arriva dalle due associazioni di filiera che rappresentano la quasi totalità del comparto, ovvero la Miva - Moltiplicatori Italiani Viticoli Associati, che riunisce 100 realtà in tutte le regioni d’Italia, e l’Associazione Vivaisti Viticoli Friuli Venezia Giulia, che conta 12 realtà diverse per dimensioni e produzione, tra cui quella leader dei Vivai Cooperativi Rauscedo, in un regione che concentra oltre il 50% della produzione nazionale.
Per affrontare le difficoltà che la viticoltura italiana sta attraversando, secondo le due associaizoni, “la risposta alla crisi non può essere individuata nei contributi all’espianto, con il rischio di ridurre in maniera permanente un patrimonio produttivo costruito in decenni. Occorre, invece, concentrare le risorse sulla ristrutturazione e riconversione dei vigneti, trasformando uno strumento già previsto dalla politica vitivinicola europea e dal Piano Strategico della Pac in una vera leva di innovazione”.
“Non paghiamo per togliere vigneti: investiamo per renderli adatti al futuro - afferma Dino Scanavino, presidente Miva - ridurre oggi il potenziale viticolo significa intervenire sugli effetti della crisi anziché sulle sue cause. Abbiamo, invece, l’opportunità di utilizzare le risorse disponibili per accompagnare le aziende verso vigneti più efficienti, resilienti e capaci di produrre ciò che il mercato chiederà nei prossimi anni”.
Guardando ad una ristrutturazione che non sia un semplice “rifacimento”, ma che punti ad un salto di qualità. “Troppo spesso ristrutturare ha significato sostituire un vecchio vigneto con uno nuovo sostanzialmente uguale - sottolineano i vivaisti - riproponendo varietà, cloni, portinnesti, densità e sistemi di allevamento senza interrogarsi sufficientemente sull’evoluzione climatica e commerciale. Occorre, invece, incentivare un rinnovamento strutturale e consapevole: varietà e cloni capaci di conservare acidità, equilibrio e qualità anche in condizioni climatiche più calde; portinnesti più efficienti nell’utilizzo dell’acqua e adattati ai diversi suoli; varietà resistenti alle malattie; materiale vegetale selezionato in funzione delle nuove condizioni pedoclimatiche; sistemi di allevamento e gestione della chioma più adatti agli estremi climatici”.
“Dobbiamo uscire dalla logica della semplice sostituzione - sottolinea Yuri Zambon, direttore Vivai Cooperativi Rauscedo, a nome dell’Associazione Vivaisti Viticoli Fvg - se estirpiamo un Merlot per ripiantare lo stesso Merlot, con lo stesso modello produttivo, abbiamo rinnovato l’età del vigneto, non necessariamente la sua capacità di affrontare il futuro. Genetica, varietà, cloni, portinnesti e forme di allevamento devono diventare parte di una strategia che parta da una domanda molto semplice: quale vino dovremo produrre e vendere tra dieci o quindici anni?”.
Secondo i vivaisti, quella della viticoltura italiana è “una crisi che viene da due direzioni”. “A rendere urgente il cambio di passo sono i numeri. Al 31 luglio 2026, alla vigilia di una vendemmia insolitamente anticipata, nelle cantine italiane erano presenti 42,6 milioni di ettolitri di vino, il 6,9% in più sullo stesso periodo 2025, ai quali si aggiungevano 3,1 milioni di ettolitri di mosti, +31,5%. Contemporaneamente rallenta la domanda. Nel primo semestre 2026 l’export vinicolo italiano si è fermato a poco più di 3,6 miliardi di euro, con una contrazione del 6,2% a valore e del 4% a volume. I vini fermi imbottigliati hanno perso l’8,9% a valore, mentre sul mercato interno le vendite in Gdo hanno registrato una flessione del 2,5% a volume. Alle difficoltà commerciali si sommano quelle climatiche: maturazioni accelerate, vendemmie anticipate, temperature elevate ed eventi meteorologici sempre meno prevedibili stanno modificando le condizioni nelle quali viene prodotta l’uva. Clima e mercato esercitano, quindi, due pressioni contemporanee sul medesimo modello produttivo, che finisce per non reggere. Gli espianti rischiano di lasciare un’eredità difficile da recuperare”, sottolineano le associazioni.
Che invitano alla prudenza, dunque. “Le politiche di espianto già adottate in passato non hanno risolto strutturalmente gli squilibri tra domanda e offerta, e possono produrre conseguenze difficilmente reversibili. Il tema è particolarmente delicato per i vigneti storici e collinari, dove la permanenza della viticoltura rappresenta anche un presidio territoriale e paesaggistico e contribuisce a contrastare abbandono e dissesto idrogeologico”, sottolineano i vivaisti. Che aggiungono come si debba “progettare il vino partendo dal vigneto”, perché “il rinnovamento deve riguardare anche il prodotto. La crescente domanda di vini a minore gradazione alcolica, ad esempio, non dovrebbe essere affrontata soltanto attraverso interventi tecnologici in cantina o considerata una possibile destinazione delle eccedenze. Un vino naturalmente più leggero può essere progettato già in vigneto, attraverso genetiche, cloni, portinnesti, tecniche agronomiche ed epoche di raccolta capaci di raggiungere la maturità aromatica e fenolica con concentrazioni zuccherine inferiori”.
“Il punto non è adattare a posteriori al mercato il vino che abbiamo già prodotto - aggiunge Zambon - ma progettare il vigneto in funzione del vino che il consumatore chiederà. Il vivaismo può mettere a disposizione della filiera genetica, conoscenza agronomica e materiale vegetale per accompagnare concretamente questa trasformazione”.
Miva e Associazione Vivaisti Viticoli Fvg, dunque, propongono di aprire un confronto con istituzioni, organizzazioni della filiera, consorzi e mondo della ricerca per costruire un progetto nazionale di rinnovamento del vigneto italiano, collegando risorse pubbliche, ricerca genetica, sostenibilità, adattamento climatico e strategie di mercato.
“Il primato enologico italiano non si difende semplicemente producendo meno - conclude Scanavino - si difende producendo meglio e progettando oggi il vigneto di cui avremo bisogno domani. È su questo terreno che il vivaismo italiano è pronto a lavorare insieme a produttori, consorzi, ricerca e istituzioni”.
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