Garantire ai produttori di vino di Toscana la tutela di un marchio collettivo fortissimo, quale è, appunto Toscana, conosciuto e riconosciuto in tutto il mondo, puntando sulla massima libertà espressiva di tipologie di vitigni e vini, compresi, a breve, gli spumanti (Metodo Classico e Martinotti), purchè tutto, o il più possibile, avvenga all’interno della regione. Arrivando, magari, un domani, anche ad avere vini Igt con uve al 100% di provenienza esclusivamente Toscana, con una regolamentazione ancora più stringente di quanto previsto dal regolamento europeo in materia, secondo cui per i vini Igp è obbligatorio “solo” il minimo dell’85% di uve provenienti dalla regione. Per affermare ancora con più forza, nel vino, che “io sono Toscana”. È la rotta, concreta ed ideale, e per step, tracciata dal Consorzio Toscana Igt, guidato da Cesare Cecchi e Stefano Campatelli, che, dal giugno 2026, può operare in regime di “erga omnes” (come già riportato da WineNews), e che tutela una denominazione, nata giusto 31 anni fa (era il 9 ottobre 1995), dai numeri enormi: una produzione media, negli ultimi 5 anni, di 91 milioni di bottiglie, per un valore alla produzione che si avvicina al mezzo miliardo di euro (458 milioni di euro), con un mercato che per il 69% è all’export, con l’Europa in testa (46% delle esportazioni), seguita dagli Usa (33%). Una denominazione che coinvolge 1.600 produttori imbottigliatori, vale il 36% del vino Dop e Ipg della regione imbottigliato, e ad oggi con un forte sbilanciamento sui vini rossi, che rappresentano il 77% delle bottiglie che arrivano sul mercato sotto Toscana Igt. A spiegare presente e futuro dell’azione del Consorzio, come detto proprio all’insegna di due concetti chiave, ovvero la “libertà” dell’espressione enoica, e una “toscanità integrale”, gli stessi vertici del Consorzio, in un incontro con i media, approfondito con WineNews.
Una denominazione, l’Igt Toscana, che mette insieme tanti prodotti diversi per zone di provenienza, stili produttivi e anche posizionamento di prezzo, e che vede tra i suoi alfieri alcuni dei vini italiani più preziosi, blasonati e premiati dalla critica italiana ed internazionale, e che ora, proprio anche in virtù dell’erga omnes (oggi il Consorzio rappresenta il 40,23% dei produttori e il 66,39% della produzione, superando i minimi di legge previsti), può iniziare un nuovo percorso di tutela e promozione di una Indicazione geografica che, pur garantendo aderenza ad una territorialità importante, nel mondo del vino, come quella toscana, consente ai singoli produttori di esprimere grande creatività enoica. “Il riconoscimento erga omnes ha formalizzato di fatto il riconoscimento all’utilizzo di uno strumento importante, come l’Igt Toscana, ed è l’avvio di un percorso importante”, ha sottolineato il presidente del Consorzio, Cesare Cecchi.
Un’Indicazione geografica, l’Igt Toscana, che pur dentro i paletti del disciplinare e di un ancoraggio territoriale che coinvolge i territori amministrativi di tutte le 10 province della regione, consente ai produttori una certa libertà di scelte stilistiche in materia di vitigni, metodi di vinificazione e così via, una versatilità che oggi sembra quanto mai un punto di vantaggio rispetto ad un mondo del vino in rapido cambiamento.
“Con il Toscana Igt si potrà fare praticamente ogni tipologia di vino, bianco, rosato, rosso, novello, bianco frizzante, rosato frizzante, passito, vendemmia tardiva, e, dal 2027 anche rosso frizzante, e soprattutto spumante, bianco e rosato, sia Metodo Martinotti o Charmat e Classico, ad eccezione del Vin Santo che si può fare solo in regime di Dop. Utilizzando tutti i 97 vitigni ammessi in Toscana”, ha sottolineato il direttore del Consorzio Stefano Campatelli. Che ha aggiunto: “ogni anno viene rivendicata una superficie intorno ai 13.600 ettari, ma stiamo arrivando ai 15.000 negli ultimi anni, e vengono rivendicati circa 620.000 ettolitri, il 27% del vino di Toscana al momento della rivendicazione, che diventa il 36% di vino imbottigliamento, perché a volte i produttori preferiscono riclassificare alcuni vini a denominazione a Toscana Igt. Cambiare il disciplinare è stato un lavoro lungo, ma ce l’abbiamo fatta e prima dell’estate è stato inviato all’Unione Europea ed è all’esame della direzione Agricoltura della Commissione Europea, e auspichiamo con ottimismo che tra fine 2026 e inizio 2027 sarà tutto approvato”.
Le principali modifiche, ha ricordato Campatelli, hanno riguardato il nome, per passare da “Toscano o Toscana” al solo termine Toscana, per rafforzare territorialità e tutela. “Inoltre, secondo i nostri dati e ricognizioni, il 60% delle etichette dei vini sotto Igt Toscana vanno riviste, a volte per questioni normative, altre comunicative. Ci arrivano tante richieste di “consulenza” al punto che correggiamo 2-3 etichette al giorno. Si potrà scrivere, secondo normativa, sia “Toscana”, che “Indicazione Geografica Tipica”, e facoltativamente anche il vitigno, ma non più grande di Toscana. Non si potrà più scrivere “Rosso di Toscana” o “Sangiovese di Toscana”, ma Toscana Igt Sangiovese o Toscana Igt Rosso, per esempio. E con l’erga omnes, dall’anno prossimo, come tutti i consorzi saremo obbligati a fare controlli su quello che è in commercio, e a segnalare eventuali irregolarità. Secondo il piano di controlli che metteremo a punto in primavera con il Ministero dell’Agricoltura, si tratta di 40-50 prelievi a scaffale, viste le nostre dimensioni, e in caso di irregolarità le segnalazioni vanno all’Icqrf. Controllando sia le etichette che le caratteristiche dei vini con analisi di laboratorio, come fanno tutti i consorzi del vino in regime erga omnes. Tutto questo a partire dalla vendemmia 2027, quindi i produttori, soprattutto sulle etichette, hanno tempo di adeguarsi, ma è un percorso importante”.
E poi c’è il tema dello spumante: “si potrà fare anche Metodo Martinotti o Charmat, ma anche Metodo Classico, e c’è su questo una grande richiesta da parte dei produttori. Non ci aspettiamo che sia la panacea di tutti i mali, ma uno strumento in più per i produttori, e ci aspettiamo di arrivare nel giro di 5-10 anni a qualche milione di bottiglie, tra 4-5 di Charmat e 2-3 di Metodo Classico, ma vedremo poi i numeri reali”. E tutta la fase di spumantizzazione - hanno spiegato Cecchi e Campatelli - dovrà avvenire in Toscana. Gli spumanti Toscana Igt non potranno essere spumantizzati altrove. “Serviranno tempo e investimenti, ma ci è sembrata una questione di credibilità e serietà, e già ci sono 4-5 centri di spumantizzazione in grado di lavorare in regione”.
Ma, nel complesso, il lavoro del Consorzio, sotto il cui ombrello ricadono, pur rimanendo con disciplinari indipendenti, le altre due Igt che hanno il nome “Toscana” in etichetta, ovvero l’Igt Colli della Toscana Centrale (che rivendica in media 1.650 ettolitri) e l’Igt Costa Toscana (30.200 ettolitri) - mentre la altre tre, Alta Val di Greve, Montecastelli e Val di Magra non arrivano, nel complesso, a 500 - è molto più ampio. “Oggi abbiamo l’erga omnes sull’Igt Toscana. Arrivare ad averla anche su Igt Costa Toscana e Igt Colli della Toscana Centrale, al di là dei numeri - ha spiegato Cesare Cecchi - vorrebbe dire avere una tutela ancora più forte del brand Toscana nel vino. Il percorso che ha portato prima alla costituzione del Consorzio e poi al riconoscimento erga omnes non è stato semplice, spesso si tratta di coinvolgere anche produttori che fanno 50, 70 quintali di uva. Ma piano piano tanti hanno capito le potenzialità di questo strumento: avere un riconoscimento consortile vuol dire poter accedere a bandi, accedere a risorse, fondamentali per poter svolgere le attività mantenendo di fatto “il costo” del consorzio a livelli bassissimi, per i produttori. E vuol dire avere il ruolo per poter fare azioni concrete. Per esempio, come Consorzio - ha aggiunto ancora Cecchi - abbiamo registrato il nome “Toscana” in classe 33, quella che riguarda anche i vini, e abbiamo registrato “Toscana” come marchio collettivo in Usa, che è un aspetto importante perché negli States il riconoscimento delle denominazioni di origine europee non è automatico. Abbiamo contestato e impedito numerose richieste di registrazioni di marchi come “Bella Toscana”, “Toscanello”, “Toscanino”, “Toscanotto”, “Alicante of Tuscany” e così via. È un’operazione costosa, e quindi servono risorse”.
Inoltre, con la tutela della denominazione, precisa Cesare Cecchi, “possiamo partecipare ad accordi bilaterali come quelli con Canada, Mercosur, Giappone e Australia, per esempio. Ma quello che più ci interessa, è dare ancora più valore aggiunto e organizzazione ad una Indicazione Geografica peculiare. Perché a differenza di quello che avviene in altre zone d’Italia, dove solitamente l’Igt regionale è il gradino più basso della piramide qualitativa, in Toscana succede che moltissimi dei vini più premiati, blasonati e anche costosi, siano Igt Toscana. Che oggi è ovviamente anche una denominazione di ricaduta, ed in parte è giusto che lo rimanga, perché se, per esempio, un “tender” di degustazione va male ad un produttore su un vino Dop che produce, è giusto che abbia uno strumento di tutela geografica sotto il quale riclassificarlo, perché poi, alla fine, il vino va venduto. Ma questo è difficile da gestire, perché, a volte, ci troviamo improvvisamente con 100-150.000 ettolitri di vino, rispetto alle prime rivendicazioni dell’annata, che arrivano da riclassificazioni di tante Dop. Con alcune che arrivano anche a riclassificare a Igt anche metà della produzione prima rivendicata a Dop, e altre, piccole, che riclassificano addirittura più di quanto rivendicato a Dop, andando, quindi, a riclassificare anche vini di annate precedenti. Ci piacerebbe, un giorno, arrivare al punto che, in fase di vendemmia, il produttore dichiarasse il quantitativo rivendicato a Igt Toscana e che, senza misure draconiane, quello più o meno rimasse il quantitativo reale. Ma non solo: oggi c’è il tema del riequilibrio dell’offerta, e noi abbiamo già chiesto, per la vendemmia passata, la riduzione delle rese (del 20%, da 170 a 136 quintali di uva per ettaro per i vini rossi e da 160 a 128 per i vini bianchi, ndr) come, peraltro, hanno fatto solo poche denominazioni in Toscana. Ma noi vorremmo farlo strutturalmente - aggiunge Cecchi - così come vorremmo chiudere l’albo dei vigneti. Perché, ad oggi, quell’aumento dell’1% delle autorizzazioni di impianto che prevede la normativa europea, in Toscana avviene quasi tutto sotto Igt Toscana, perché gli albi dei vigneti delle Dop sono di fatto chiusi. E se lo fosse anche quello dell’Igt Toscana, rimarrebbe solo la possibilità di vigneti destinati a vino da tavola, e non credo che nessuno ci investirebbe. Anche perchè già oggi quasi ogni azienda ha una quantità di ettari di vigneti che per varie ragioni - stato sanitario, fallanze, manutenzione, mercato - costa più di quanto rende, e non c’è bisogno di aumentare ancora, anzi. Ma, soprattutto, quello che vogliamo affermare, è il valore del marchio Toscana, nel vino, come terra di libertà espressiva dei produttori, purchè tutta la fase produttiva avvenga all’interno della stessa Toscana. Secondo me, una Doc o una Docg dovrebbero essere legate ad un solo prodotto, con le sue sfumature, magari, ma solo a quello, che esprime la massima vocazionalità di quel territorio per quella tipologia di vino specifico. Mentre l’Igt Toscana certifica la provenienza geografica, dentro la quale, però, ci deve essere la massima versatilità e libertà stilistica, come di fatto già oggi. Per una Indicazione geografica versatile - aspetto fondamentale anche nell’ottica di un mercato che cambia in maniera molto più rapida e improvvisa rispetto al passato - ma con un concetto chiaro: la forza e l’autorevolezza di dire “io sono Toscana”, possibilmente al 100%, con una bottiglia di vino”.
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