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ECONOMIA DEI TERRITORI

La logica di distretto funziona, e le imprese che fanno rete, anche nell’agroalimentare, crescono

Il rapporto sui distretti italiani di Intesa Sanpaolo. Tra i migliori performer i distretti dei vini del Bresciano, del Friuli e del Prosecco Docg
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I 25 migliori distretti italiani per Intesa Sanpaolo, con vino e agroalimentare al centro

Il distretto dei “Vini e Distillati del Bresciano”, quello dei “Vini e Distillati del Friuli”, delle “Conserve di Nocera”, del “Caffè e Confetterie del Napoletano”, e del “Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene”, passando per quello delle “macchine agricole di Padova e Vicenza”: sono i distretti vinicoli, agricoli e legati all’agroalimentare, presenti nelle “top 25” dei distretti migliori per performance di crescita, redditività e patrimonializzazione d’Italia secondo il rapporto annuale n. 16 firmato da Intesa Sanpaolo, focalizzato su “Economia e finanza dei distretti industriali: le sfide green e digitale”. Secondo il quale, la logica del distretto è sempre più funzionale, soprattutto di questi tempi.
Nel 2023, infatti, il fatturato delle imprese distrettuali è stimato in crescita dello 0,8% a prezzi correnti, in aumento di oltre il 20% sui livelli pre-covid del 2019. Con una crescita del giro d’affari prevista al +1,1% nel 2024 e al +2% nel 2025. Ancora, emerge dal report, l’export distrettuale del 2023 si è confermato sui livelli record del 2022; in evidenza meccanica, in primis, ma anche l’agroalimentare, a +4,5%. L’avanzo commerciale è salito di 4,4 miliardi di euro (+4,8%) e ha toccato un nuovo massimo a 94,3 miliardi di euro. E nei distretti prosegue il processo di rafforzamento patrimoniale: il patrimonio netto in percentuale del passivo è salito sopra la soglia del 30% nei distretti, percentuale raddoppiata negli ultimi vent’anni. Questo livello di patrimonializzazione si conferma un argine contro i rischi dei mercati. Ma sono in crescita anche gli investimenti per efficientare i processi produttivi e potenziare l’autoproduzione di energia. Un quarto delle imprese distrettuali è riuscito a contenere l’aumento delle bollette al 4% nel quinquennio 2019-23. Guardando al futuro, la doppia transizione green e digitale sarà il principale driver degli investimenti: le imprese con investimenti 4.0 ottengono vantaggi sia in termini di crescita sia di produttività. Tecnologia, capitale umano e gestione dei rischi derivanti dal cambiamento climatico saranno le priorità da affrontare nei prossimi anni.
Con il settore agroalimentare che, nello specifico, potrà contare su un potenziale di crescita inespresso sui mercati internazionali. Tra le curiosità del rapporto, guardando al ricambio generazionale alla guida delle aziende, emerge come i distretti più virtuosi nell’inserimento di almeno un under 40 nel board appartengono tutti ai settori agroalimentari. In particolare, si differenziano positivamente: il Lattiero-caseario di Reggio Emilia (41,5%), i Vini delle Langhe, Roero e Monferrato (39,5%), l’Agricoltura della Sicilia Sud-occidentale (37,3%) e il Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene (36,9%), con una buona distribuzione territoriale. Ma con una quota intorno al 30% ci sono anche i distretti dei Vini del Montepulciano d’Abruzzo, dei Vini del Veronese, dei Vini dei Colli Fiorentini e Senesi, e dei Vini e Liquori della Sicilia occidentale.
Focus - L’analisi dei bilanci di esercizio delle imprese operanti nei 51 distretti agroalimentari monitorati da Intesa Sanpaolo, con riferimento agli anni 2019-2022

Il periodo considerato è stato caratterizzato da un susseguirsi di eventi del tutto inattesi, che hanno messo a dura prova l’economia mondiale: dapprima la pandemia da Covid (e i successivi lockdown), poi la crescita dei prezzi delle materie prime, causato anche dalla repentina ripartenza post-pandemica e dai colli di bottiglia che si sono generati nelle supply chain. Successivamente è intervenuta l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, con impatti sui mercati energetici, e quindi il ritorno dell’inflazione, con la svolta restrittiva delle politiche monetarie e il conseguente aumento dei tassi di interesse. L’agroalimentare italiano, in questo contesto, ha dato ampia prova di resilienza grazie anche alle sue caratteristiche anticicliche; inoltre, le aziende operanti nei distretti sono spesso specializzate in produzioni di nicchia e posizionate su fasce di elevata qualità, con forti legami con il territorio e una buona propensione all’export, caratteristiche che hanno in parte attutito gli effetti delle tensioni che si sono susseguite. Tuttavia, il sistema agroalimentare italiano non è rimasto indenne dagli impatti di alcuni fattori, non solo gli incrementi dei prezzi dei prodotti energetici e delle commodity, ma anche gli eventi climatici sfavorevoli e alcuni agenti patogeni che hanno in parte compromesso i raccolti agricoli. La dipendenza dall’estero dell’Italia per i prodotti energetici da un lato, e per le commodity e i beni intermedi dall’altro, ha favorito il propagarsi dell’inflazione, e gli effetti asimmetrici sulle imprese, in particolare quelle di più piccole dimensioni, che non sempre riescono a trasferire gli aumenti dei costi sui prezzi di vendita o a rinegoziare i contratti di fornitura. I prezzi delle food commodity hanno cominciato a ridimensionarsi dalla seconda metà del 2022: il Food Price Index, l’indice elaborato dalla Fao che misura le variazioni mensili di un paniere internazionale di prodotti agro-alimentari, è calato di 27 punti a dicembre del 2022 (rispetto al picco di aprile dello stesso anno); tuttavia si stanno assestando su livelli più alti rispetto agli anni precedenti al Covid-19, in un quadro di permanente incertezza.
L’obiettivo dell’analisi di Intesa Sanpaolo è analizzare gli effetti di questi eventi sui bilanci delle imprese dei distretti agroalimentari, presentando la situazione economico-reddituale delle imprese a fine 2022. Dopo una breve descrizione del campione, ci focalizzeremo sulle performance di crescita, sulla redditività e sulla patrimonializzazione delle imprese distrettuali, confrontando i risultati per filiera e per dimensione delle imprese. Allo scopo di rappresentare in maniera più completa le realtà produttive legate ai distretti agro-alimentari (in particolare quelli della filiera agricola, lattiero-casearia e del vino), la definizione dei distretti è stata ampliata includendo anche le imprese che operano a valle, in quanto si tratta di attività commerciali che in molti casi si sono integrate completamente all’interno della filiera. Per lo stesso motivo, per le filiere dell’olio e del vino sono state incluse le attività a monte, operative nella coltivazione delle olive e della vite; così come per le filiere del lattiero-caseario, delle carni e salumi e dell’ittico sono ricomprese le aziende che si occupano di allevamento e di pesca e acquacoltura. Per il periodo 2019-2022 sono state estratte 4.163 imprese attive nei 51 distretti agroalimentari monitorati; è stato utilizzato un campione chiuso, formato cioè da imprese presenti nella banca dati dei bilanci aziendali della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo per tutti gli anni analizzati. Non sono pertanto considerate le imprese costituite o cessate nel frattempo. Le imprese del comparto della trasformazione alimentare (che comprende le filiere del lattiero-caseario, delle carni, delle conserve, della pasta e dolci, dell’olio, dell’ittico e dell’altro alimentare) rappresentano quasi la metà del campione in termini di numerosità (48,9%); le imprese agricole sono quasi un terzo (31,7%), mentre le imprese vitivinicole sono circa un quinto (19,4%). In termini di fatturato, invece, il peso delle imprese alimentari supera il 72%, con 59,5 miliardi, mentre le imprese agricole e le vitivinicole rappresentano rispettivamente il 15% (con 12,1 miliardi) e il 13% (con 10,8 miliardi) del totale. La classificazione per dimensione fa emergere una maggior incidenza, in termini di numerosità, delle imprese di piccole e piccolissime dimensioni, in particolare per la filiera agricola, dove si raggiunge l’83%. L’incidenza di imprese di grandi dimensioni è invece maggiore nelle filiere della pasta e dolci (10%), delle carni (9%), dell’altro alimentare (9%) e delle conserve (8%), più legate alla trasformazione industriale, e in quella dell’olio (11%), frammentata a monte ma caratterizzata a valle da grandi imprese dedicate all’imbottigliamento e alla commercializzazione. In termini di fatturato, cresce il peso delle imprese di grandi dimensioni che superano il 60% del campione, con punte dell’85% per la filiera della pasta e dei dolci, dell’80% per l’olio e per l’altro alimentare e del 78% per le carni, mentre sono meno del 30% in termini di fatturato nella filiera agricola.
L’evoluzione del fatturato nel 2022 ha risentito della spinta inflattiva, con una crescita a prezzi correnti del 9,4%; nel complesso sono stati recuperati i livelli di fatturato del 2019 per tutte le filiere, anche quelle che avevano risentito in maniera particolare delle limitazioni determinate dalla pandemia perché più legate al mondo della ristorazione, come quella dell’ittico. L’indice dei prezzi alla produzione per l’industria alimentare ha segnato nel 2022 una crescita del 15,3% rispetto allo stesso periodo del 2021 (+20,5% rispetto al 2019); per le bevande l’incremento è stato più contenuto (+5,9% rispetto al 2021; +5,3% rispetto al 2019). Oltre all’effetto-prezzo, l’andamento del fatturato è stato sostenuto anche dalla forte espansione delle vendite all’estero: il 2022 si è chiuso con un nuovo record per le esportazioni italiane dell’agro-alimentare che hanno sfiorato i 59 miliardi di euro (+15,3% a valori correnti rispetto al 2021); per i distretti agroalimentari l’export in valore ha raggiunto i 25,7 miliardi di euro (+12,6% tendenziale). Lo scoppio del conflitto russo-ucraino a inizio 2022 ha in parte impattato sui comportamenti di consumo, oltre a generare aumenti di prezzo di prodotti specifici come l’olio di girasole, di cui l’Ucraina è il principale produttore europeo: è partita una nuova corsa all’accaparramento che si è estesa agli altri oli vegetali, ai prodotti da forno e alla pasta, facendo schizzare gli acquisti nei mesi di marzo-aprile 2022. La filiera dell’olio è, infatti, quella che si colloca su livelli di fatturato più elevati sia rispetto al 2021 (+18%), ma anche rispetto al pre-pandemia; la scarsa produzione causata dagli effetti climatici e da alcuni eventi patogeni ha favorito l’aumento del prezzo dell’olio di oliva (soprattutto nella seconda parte del 2022). Segue la filiera della pasta e dolci (+17,6%), sostenuta anch’essa dalla dinamica inflazionistica: nel 2022, i prezzi della pasta sono cresciuti del 25% rispetto al 2021, ma il forte radicamento nelle abitudini di consumo, la facilità e velocità di preparazione, per piatti con buone capacità nutritive a un basso prezzo unitario, hanno reso piuttosto rigida la domanda di pasta rispetto al prezzo. Il dettaglio per classi dimensionali mostra come crescite maggiori in termini di fatturato nel 2022 si siano avute per le grandi imprese (+12,1% rispetto al 2021), seguite dalle micro imprese (+10,4%); queste ultime avevano sofferto maggiormente durante la crisi pandemica e riescono in questo modo a posizionarsi su livelli di fatturato superiori al 2019 di circa 17 punti percentuali. La crescita di fatturato a prezzi correnti è stata in parte influenzata anche dal tentativo delle aziende di scaricare a valle i maggiori costi subiti.
Intesa Sanpaolo ha analizzato se questo incremento di fatturato a prezzi correnti, a fronte di costi crescenti, sia stato accompagnato da una tenuta dei margini di redditività, ma le evidenze dell’analisi mostrano il contrario. Nel 2022, per le imprese dei distretti agroalimentari, si registra un calo del margine operativo lordo in percentuale del fatturato (Ebitda margin) su livelli inferiori a quelli del 2019. La contrazione nella marginalità si è verificata per tutte le classi dimensionali. Tutte le filiere hanno registrato una contrazione dei margini, con l’unica eccezione di quella dell’olio, che mostra un lieve recupero ma si posiziona comunque su livelli più bassi rispetto al 2019. Per alcune filiere il calo è particolarmente marcato, come ad esempio la filiera della pasta e dolci (-2,2%) che ha risentito in maniera particolare degli incrementi dei costi energetici e delle materie prime, in primis il grano duro, le cui quotazioni hanno toccato i picchi nel corso del 2022 a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina, e le conseguenti speculazioni che ne sono derivate (il prezzo del frumento duro è aumentato nel 2022 del 38% sul 2021, dopo il +32% già registrato nell’anno precedente). La minor redditività non ha arrestato il processo di rafforzamento del capitale, che nel 2022 è proseguito con una percentuale di patrimonio netto sul totale attivo che ha superato il 25%. Il processo è stato favorito anche dalle misure governative introdotte nel 2020 volte a incrementare la patrimonializzazione delle imprese che avevano subito perdite durante la pandemia, con la possibilità di iscrivere a bilancio cospicue riserve di capitale legate alla rivalutazione di immobili e partecipazioni, ed è proseguito anche nel 2021 e 2022. Il processo di rafforzamento ha riguardato tutti i comparti; emergono peraltro differenze rilevanti tra filiere, con l’agricoltura poco patrimonializzata, perché composta da imprese meno strutturate; mentre valori più elevati si sono registrati per le imprese delle filiere del vino e delle carni e salumi.

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