“Il Governo Meloni è quello che ha investito di più in agricoltura e anche la filiera del grano duro ne beneficerà. Oggi con le associazioni agricole abbiamo concordato sul fatto che bisogna fare di più per sostenere questa filiera: bisogna incentivare i nostri agricoltori in un momento in cui il grano ha un prezzo di vendita davvero molto basso rispetto al costo di produzione. Lo facciamo con risorse concrete per garantire una filiera che è strategica ed identitaria. Abbiamo garantito anche più controlli ai punti di ingresso per verificare che il grano importato non abbia residui delle sostanze da noi vietate in modo da garantire una concorrenza leale. Abbiamo investito in ricerca, sulle Tea, per aumentare la capacità produttiva e la qualità del grano italiano. E da ultimo, ma non per importanza, abbiamo annunciato iniziative promozionali dedicate alla pasta italiana. Bisogna sensibilizzare gli italiani, primi consumatori di pasta al mondo, a comprare italiano”. A dirlo il Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, al termine del Tavolo del Grano di scena, oggi, al Ministero a Roma, con le principali organizzazioni di categoria. In particolare, spiega il Ministero, tra le varie misure, “la riserva di crisi messa a disposizione dall’Unione Europea compensa il settore primario per coprire fino al 50% degli incrementi di costo subiti dai fertilizzanti, e sono allo studio misure per aumentare questo contributo per le filiere sensibili come quella del grano duro”. Ancora, “il ColtivaItalia, in approvazione alla Camera, potrà destinare a partire da gennaio 2027 40 milioni di euro a sostegno della filiera di grano duro. Nella legge che garantisce un miliardo di euro in più al settore primario ci sarà una parte dedicata agli investimenti che ammonta, sommando le varie voci, a 300 milioni di euro che potranno essere destinati anche al settore cerealicolo”.
Inoltre, ricorda ancora il Ministero, “dal 2022 a oggi i contributi dedicati al settore cerealicolo ammontano a 2,5 miliardi di euro. Queste misure comprendono, oltre ai contributi Pac, gli investimenti garantiti con il Pnrr, 533 milioni di euro ai quali vanno aggiunti i 53 milioni di euro del Piano nazionale complementare, i 64 milioni di euro del Fondo Grando duro e i 21 milioni di euro dei distretti del cibo”.
E dal tavolo, arrivano le reazioni, più o meno positive, delle principali organizzazioni di categoria. La Cia-Agricoltori Italiani, nel ringraziale il Ministero per la convocazione del Tavolo, ricorda come “il settore del grano duro è ormai allo stremo e c’è tensione nelle campagne come dimostrano le recenti mobilitazioni promosse da Cia sui territori, da Bari a Ravenna, a Cagliari. Cia chiede, dunque, di ampliare i contratti di filiera (oggi solo il 15% delle superfici) accelerando l’iter di approvazione dei 40 milioni di euro previsti al settore nel provvedimento ColtivaItalia. Importante l’impegno del Ministro di sostenere la promozione della pasta 100% grano italiano e di rafforzare la ricerca pubblica per migliorare le pratiche agronomiche, contenere i costi e aumentare le rese, a fronte di cambiamenti climatici e scenari geopolitici sempre più instabili”. Ancora, la Cia-Agricoltori Italiani, ricorda che “i prezzi del grano duro si attestano sui 26 euro al quintale al Centro-Sud, fino a 24 euro in Sicilia e sono sempre più “imbarazzanti” se confrontati con i costi di produzione, che per Ismea si attestavano già a 32 euro al quintale nel Sud a settembre 2025 (cifra allora contestata dagli agricoltori come sottostimata) e ulteriormente lievitati con la guerra in Iran (con il gasolio agricolo da 0,80 a 1,40 euro) e il successivo aumento dei fertilizzanti (+80%). Il raccolto 2026, pur atteso in buona quantità e qualità (circa 3,8 milioni di tonnellate su 1.150.000 ettari, prima coltura del Paese per superficie), non compensa questi costi crescenti.L’import è ormai fuori controllo. In pochi anni l’auto approvvigionamento italiano di grano duro è sceso dall’80% al 56%, con l’import stabile al 44%: nel 2025 sfiorate le 3 milioni di tonnellate importate e nel 2026 sono previsti altri 2,6 milioni. Chiediamo controlli rigorosi e non più a campione, piena reciprocità sugli standard sanitari e ambientali, e un’applicazione più restrittiva - con possibile sospensione in caso di estrema difficoltà del settore - del regime di “perfezionamento attivo”. Riguardo alla Commissione Unica Nazionale (Cun), questa resta uno strumento utile di trasparenza, ma va affinata: griglie su proteine e peso specifico troppo selettive, necessità di introdurre i garanti, di quotare il biologico e di garantire un meccanismo che impedisca vendite sotto i costi di produzione, come previsto dalla direttiva Ue sulle pratiche sleali”.
Per la Coldiretti, che ha chiesto in primis i “40 milioni di euro per rafforzare i contratti di filiera, maggiori controlli sulla provenienza del grano estero con l’uso di strumenti innovativi come risonanza magnetica, mappa genomica e mappatura isotopica, e una stretta sulle pratiche commerciali sleali, oltre a un piano straordinario di investimenti per gli stoccaggi”, l’emergenza, che sta mettendo a rischio migliaia di aziende, “nasce da una situazione di mercato ormai insostenibile. In appena due anni il prezzo del grano duro è passato da circa 35 euro al quintale agli attuali 27 euro, ben al di sotto dei costi di produzione, mentre i prezzi della pasta e del pane sugli scaffali restano elevati. Una situazione che scarica il peso della crisi esclusivamente sugli agricoltori, costretti a produrre in perdita. Emblematica la situazione della Sicilia, dove si registrano addirittura offerte di acquisto fino a 19 euro al quintale per il nuovo raccolto. A pesare sul mercato - continua Coldiretti - sono anche le frodi sull’origine, i tentativi di aggirare il sistema di trasparenza garantito dalla Commissione Unica Nazionale attraverso listini alternativi che rischiano di alterare il corretto funzionamento del mercato e le distorsioni provocate dalle importazioni dall’estero proprio durante la campagna di raccolta. È il caso del grano canadese i cui arrivi sono aumentati del 55% in quantità a maggio rispetto allo stesso mese dello scorso anno, dopo un mese di aprile dove erano addirittura cresciuti del 200%, secondo l’analisi Coldiretti su dati Eurostat. Un’invasione di prodotto che, come al solito, precede l’avvio delle operazioni di raccolta, facendo abbassare i prezzi pagati ai cerealicoltori italiani. Il grano canadese viene peraltro seccato col glifosate, pratica assolutamente vietata in Italia e in Europa per gli agricoltori. Una forma di concorrenza sleale che viola il principio di reciprocità. Per quanto riguarda i contratti di filiera - sottolinea Coldiretti - è urgente lo stanziamento di 40 milioni di euro a valere sul fondo previsto dal Ddl ColtivaItalia, vincolando le risorse all’utilizzo del prezzo della Commissione Unica Nazionale (Cun) come riferimento nei contratti, così da garantire maggiore trasparenza e una più equa distribuzione del valore lungo la filiera. Allo stesso tempo è necessario rafforzare i controlli contro le frodi sull’origine del grano, il traffico di prodotto estero spacciato per italiano e il mancato rispetto dell’etichettatura. Va inoltre intensificata l’attività di vigilanza sulle pratiche commerciali sleali per verificare e sanzionare chi acquista il grano al di sotto dei costi di produzione sostenuti dagli agricoltori”. Tra le priorità indicate al Ministero, ribadisce la Coldiretti, anche un piano di investimenti per il rinnovo della rete nazionale degli stoccaggi, considerato che oltre il 60% dei centri di raccolta ha più di 40 anni. “Occorre modernizzare una infrastruttura strategica per consentire agli agricoltori di conservare il prodotto e sottrarsi alle speculazioni che si concentrano proprio nelle fasi del raccolto, valorizzando anche il ruolo dei Consorzi Agrari d’Italia e promuovendo, a livello europeo, strumenti di finanziamento per gli stoccaggi strategici dei cereali. Tra le altre proposte avanzate - conclude Coldiretti - impedire i conflitti di interessi all’interno della Cun, il coinvolgimento delle regioni con misure straordinarie di sostegno ai cerealicoltori (come si sta facendo in Sicilia), l’avvio del percorso per il riconoscimento della Dop della pasta del Sud Italia, un piano nazionale di invasi e investimenti per l’irrigazione di precisione, come la subirrigazione, e il risparmio idrico, oltre al rafforzamento della ricerca sul miglioramento genetico del grano duro, sulle Tecniche di Evoluzione Assistita (Tea) e sull’innovazione varietale per aumentare rese, qualità e resilienza ai cambiamenti climatici”.
Per Confcooperative Agroalimentare e Pesca, la priorità è premiare in primo luogo le forme organizzate di produttori. “I fondi pubblici - ha spiegato il presidente Raffaele Drei - dovrebbero premiare i produttori che scelgono di aggregarsi in cooperative e Organizzazioni di Produttori, che sono il perno su cui si costruiscono e si mantengono solide filiere strutturate, che gestiscono programmazione produttiva, assistenza tecnica e agronomica, concentrazione dell’offerta, stoccaggio, commercializzazione e a valorizzazione del prodotto. La cooperazione è in grado di garantire una migliore valorizzazione del grano non perché ottiene automaticamente prezzi più elevati, quanto proprio perché gestisce un percorso organizzato in grado di creare valore aggiunto. Dove il modello cooperativo è realmente sviluppato, emergono non a caso risultati virtuosi”. Sulla base di queste argomentazioni, Drei ha ribadito l’auspicio che il Ministero, pur mantenendo gli aiuti de minimis, “provveda ad orientare maggiormente le risorse verso quei modelli organizzativi che dimostrano di creare maggiore valore per gli agricoltori, mantenendo alta nel contempo la guardia sui livelli qualitativi e rafforzando così la competitività dell’intera filiera nazionale del grano duro”.
Rispetto alla circostanza per cui il grano duro di importazione riesca a spuntare generalmente prezzi più elevati del grano di origine nazionale, Drei ha evidenziato come “l’industria abbia bisogno di una garanzia di quantitativi costanti programmati in qualità e quantità per lunghi periodi, cosa che l’offerta di prodotto nazionale non riesce a garantire a causa di una offerta polverizzata e una qualità disomogenea”. E a tal riguardo vale la pena sottolineare come le cooperative, che gestiscono e stoccano mediamente tra i 1,6 e i 1,8 milioni di quintali di grano duro all’anno, “stipulano accordi stabili e pluriennali con l’industria che consentono di fissare prezzi con un plus valore rispetto al mercato libero, svincolandosi parzialmente dalle oscillazioni delle vendite sul mercato spot”. Per questo, se l’obiettivo del Ministero è far sì che i contratti di filiera diano risultati, allora, secondo le Cooperative, “andrebbero assunte decisioni volte ad incentivare non la semplice sottoscrizione di un contratto formale, bensì l’adesione a filiere”. Secondo Drei, servirebbe anche “una misura strutturale nella cornice della nuova Pac, ovvero il ricorso agli aiuti accoppiati per far fronte a situazioni critiche di mercato, laddove sia dimostrabile per una determinata cultura un divario significativo tra costi e ricavi, il tutto collegato sempre al rispetto di opportuni parametri qualitativi”.
“Abbiamo ricevuto dal Ministro Francesco Lollobrigida rassicurazioni sulla nostra richiesta di sostegni alle imprese cerealicole per fronteggiare l’incremento dei costi di produzione e per rilanciare il comparto. Le risorse dovrebbero essere recuperate sia a livello europeo sia nazionale”, ha commentato, invece, Filippo Schiavone, della giunta nazionale di Confagricoltura, che già ieri, alla vigilia del Tavolo, aveva avanzato diverse richieste: “l’istituzione di un fondo straordinario dedicato e il rafforzamento dei contratti di filiera tra produttori e trasformatori, con incentivi concentrati esclusivamente sugli agricoltori, senza contributi all’industria, eliminando il regime de minimis e consentendo di superare la soglia dei 50 ettari per l’accesso ai sostegni. Oltre alla valorizzare del grano 100% italiano, limitando gli aiuti alle produzioni destinate a semole e pasta nazionali e chiedendo regole più stringenti sull’etichettatura, con l’innalzamento dal 50% al 75% della quota minima di frumento duro italiano necessaria per poter riportare in confezione la dicitura “grano italiano” insieme all’indicazione Ue o Extra Ue”. Mentre sul fronte della liquidità, Confagricoltura aveva sollecitato contributi, cambiali agrarie dell’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (Ismea) e la sospensione per 12 mesi delle rate dei finanziamenti.
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