Dal valore di oltre 34 miliardi di dollari e con più di 11 milioni di tonnellate di prodotto movimentate nel 2024, il caffè è tra le commodity agricole più rilevanti al mondo. Una filiera che garantisce il sostentamento a 25 milioni di coltivatori e alle loro famiglie, composta per l’80% da piccole aziende agricole e guidata dalla varietà Arabica, che rappresenta il 60% della produzione globale. In questo scenario, l’Italia si conferma protagonista della trasformazione del prodotto: primo produttore di caffè tostato dell’Unione Europea, nel 2025 ha realizzato 424.168 tonnellate di caffè tostato e solubile, per un fatturato di 5,9 miliardi di euro. Il settore conta 1.000 torrefazioni attive, mentre i consumi hanno raggiunto 287.143 tonnellate, equivalenti a 4,9 chili pro capite e a 812 espresso all’anno per persona. Sul mercato nazionale domina il caffè macinato, con il 64% delle vendite, seguito da cialde (24%), solubile (8%) e caffè in grani (4%), a conferma di abitudini di consumo sempre più diversificate. Numeri che fanno da sfondo alla prima celebrazione ufficiale della “Giornata Internazionale del Caffè”, oggi, 1 ottobre, con l intervento del dg Fao Qu Dongyu dallo Sheikh Zayed Centre, a Roma.
Nata sotto lo slogan “Celebrare il caffè, onorare le persone dietro ogni tazza”, la ricorrenza intende accendere i riflettori non solo sul valore economico della filiera, ma soprattutto sul lavoro di milioni di piccoli produttori che rappresentano il cuore del settore. Lanciata nel 2015 dall’Organizzazione Internazionale del Caffè (Ico) e riconosciuta ufficialmente dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 marzo 2026, dopo una proposta adottata dalla Conferenza Fao nel 2025, la giornata inaugura un percorso annuale di sensibilizzazione promosso da Fao e Ico per favorire modelli più sostenibili di produzione e consumo. Un obiettivo reso ancora più urgente dalle tensioni dei mercati e dagli effetti del cambiamento climatico, con fenomeni come El Niño che stanno mettendo sotto pressione molte delle principali aree produttrici del mondo.
Proprio la Fao porta oggi all’attenzione internazionale esempi concreti di sviluppo nei Paesi produttori africani. In Ruanda, nella regione di Huye, la formazione dei coltivatori, l’introduzione di rigorosi sistemi di selezione delle ciliegie di caffè e la diffusione delle stazioni di lavaggio, hanno consentito di incrementare la qualità del raccolto e di rafforzare la presenza del Paese nel segmento degli specialty coffee. Aphrodis Twagirayezu, agronomo e responsabile della stazione di lavaggio del caffè di Kyarumba, spiega: “una volta che i lavoratori hanno selezionato con attenzione le ciliegie di caffè, eliminando quelle troppo mature, le trasferiamo nella vasca di flottazione per individuare ed eliminare quelle che galleggiano”. Twagirayezu precisa che le ciliegie danneggiate, acerbe o essiccate possono essere identificate attraverso un test di flottazione. “Tutto dipende dalla densità. Il caffè di qualità superiore presenta una densità maggiore e affonda nell’acqua, mentre quello di qualità inferiore galleggia. Rimuoviamo queste ciliegie prima di procedere con la lavorazione”. In Kenya, invece, le cooperative della contea di Baringo hanno beneficiato di percorsi di riforma della governance e della gestione aziendale sostenuti dal programma “Forest and Farm Facility” della Fao, che con un contributo di 30.000 dollari ha favorito una crescita degli associati da 756 a quasi 1.200 agricoltori in meno di 3 anni, aumentando al tempo stesso la partecipazione di donne e giovani dal 10% al 40%. “I nostri membri partecipano a ogni attività fin dalla fase di pianificazione - afferma Jackson Lenge, presidente della Tenges Farmers’ Cooperative Society Ltd di Baringo - abbiamo organizzato corsi di formazione sull’analisi e lo sviluppo della filiera del caffè, affrontando temi che vanno dalla preparazione del terreno alla gestione delle colture, dall’applicazione dei fertilizzanti alla potatura e ad altri aspetti agronomici”. Entrambi i Paesi collaborano con la Fao per rafforzare una coltura che rappresenta un pilastro dell’occupazione rurale, dei redditi agricoli e delle economie nazionali. Un ruolo centrale anche per l’Africa, che contribuisce al 17% della produzione mondiale e al 12% delle esportazioni globali di caffè.
Intanto, sul mercato italiano, il caffè continua a essere un simbolo identitario: secondo l’indagine di Altroconsumo “Evoluzione delle abitudini di consumo del caffè in Italia”, presentata dal Comitato Italiano del Caffè di Unione Italiana Food, 3 italiani su 4 lo consumano regolarmente e quasi 1 su 2 (49,5%) lo considera uno degli elementi che meglio rappresentano lo stile di vita e la cultura del Paese, quasi alla pari con la pasta. Un legame che resiste anche in una fase di forti rincari: sempre secondo Altroconsumo su dati Istat, infatti, il prezzo del caffè al consumo è aumentato del +44% tra il 2021 e il 2025, con una crescita del +21% nel solo 2025 sull’anno precedente, mentre il costo di un espresso al bar si colloca oggi mediamente tra 1,20 e 1,40 euro nelle principali città italiane. A incidere, secondo l’International Coffee Organization (Ico), è soprattutto l’aumento delle quotazioni internazionali della materia prima, più che raddoppiate rispetto al 2019, insieme ai maggiori costi di lavorazione, distribuzione ed esercizio sostenuti dai pubblici esercizi. L’Italia - continua lo studio presentato da Unione Italiana Food - importa 641.234 tonnellate di caffè verde, per circa due terzi Arabica e un terzo Robusta, con Brasile e Vietnam che coprono il 57% dei volumi e il 54% del valore delle importazioni, ed esporta quasi 280.000 tonnellate di caffè tostato e 4.550 tonnellate di caffè solubile, confermando il peso strategico di una filiera che oggi celebra non soltanto una bevanda, ma il lavoro, l’innovazione e le comunità che la rendono possibile, dalla pianta alla tazzina.
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