Il Vinsanto è una tipologia antica, che purtroppo da tempo sta diminuendo in modo sensibile la sua presenza nei portafogli etichette di molte aziende, anche degli areali più significativi della Toscana, dove storicamente è nato ed è diventato protagonista. Un fenomeno d’impoverimento, che interessa anche la denominazione del Chianti Classico, nonostante continuino a rimanere ben salde alcune eccezioni: è il caso, ad esempio, del Vin Santo Volpaia. La versione 2020 profuma di mallo di noce, fichi secchi, frutti canditi, confettura di prugne, caramello, miele e spezie. In bocca è denso e di buona vivacità acida, che ne allunga il finale e ne snellisce il sorso. Il Castello di Volpaia - dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, grazie alla famiglia Mascheroni Stianti - è diventata progressivamente una delle enclave più affascinanti della denominazione del Chianti Classico, percorrendo un solido e virtuoso percorso enoico. In tempi recenti, all’inizio del Nuovo Millennio, l’azienda si è convertita al biologico e gli attuali 45 ettari a vigneto sono diventati tra i primi ad abbracciare questa metodologia nell’Unità Geografica Aggiuntiva di Radda in Chianti. Oggi la cantina, condotta da Nicolò e Federica Mascheroni Stianti, produce 220.000 bottiglie all’anno e i suoi orizzonti enoici si sono allargati, abbracciano anche la Maremma (Tenuta di Castel Prile) e la Sicilia (Tenuta Nike a Pantelleria).
(fp)
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