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VINO E MERCATI

Corea del Sud, Giappone e Australia: l’Italia alla scoperta dei mercati di domani

Un’economia in crescita, un mercato storico ed un produttore sempre più “assetato” di qualità: le ultime tappe del Simply Italian Great Wine by Iem
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Corea del Sud, Giappone e Australia: l’Italia alla scoperta dei mercati di domani

Lontani, geograficamente e culturalmente, non ancora fondamentali, ma sempre più rilevanti, con prospettive di crescita che, in ottica futura, li renderanno imprescindibili: sono i mercati di Corea del Sud, Giappone ed Australia, meta dell’ultima tappa del Simply Italian Grat Wines, che chiude il tour mondiale del vino italiano firmato dalla Iem - International Exhibition Management, guidato da Marina Nedic e Giancarlo Voglino, con gli eventi di Seoul (19 novembre), Tokyo (21 novembre) e Sidney (25 novembre). Al centro, come sempre, i territori, le cantine ed i Consorzi top del Belpaese, dall’Istituto Marchigiano di Tutela Vini alle griffe dell’Istituto del Vino di Qualità Grandi Marchi, da Carpenè Malvolti a Col d’Orcia, da Jermann a Masi, da Michele Chiarlo a Umani Ronchi, tra seminari, approfondimenti e walk around tasting.
Paesi decisamente diversi l’uno dall’altro, ma ognuno con le proprie peculiarità ed aspettative, a partire proprio dalla Corea de Sud
, che con 51 milioni di consumatori ed un reddito pro capite che, nel 2018, ha sfiorato i 30.000 dollari, è ormai la dodicesima economia al mondo, e la quarta in Asia. Un mercato già importante per i beni di lusso, ed in crescita anche nel comparto enoico, con le importazioni che, lo scorso hanno, hanno visto un aumento del +11,4% sul 2017, con la crescita dei vini del Belpaese in linea, al +11,1%, poco meno della Francia (+11,5%), e decisamente meno degli Usa (+17,4%), ma più del Cile (+8,7%), per un giro d’affari di 29,35 milioni di euro, su 206,75 milioni di euro di import complessivo, che fa quindi dell’Italia il terzo fornitore, con una quota sul totale dell’import coreano del 14%, dietro a Francia (32,5%) e Cile (18,9%).
Meno esotico e ben più storicizzato è invece il mercato del Giappone,
dove il Belpaese esporta da decenni, e dove, nonostante un periodo di appannamento, i numeri sono tornati a crescere, tanto da restare di gran lunga il primo sbocco ad Oriente, anche in virtù di rapporti commerciali e culturali di lunga data. Secondo i dati di Nomisma - Wine Monitor, nel 2018 il Giappone ha importato vino italiano per un totale di quasi 166 milioni di euro (su 1,4 miliardi di euro di import complessivo), per 396.000 ettolitri. Numeri che fanno dell’Italia il secondo partner commerciale, e secondo fornitore di bollicine del Paese, dietro alla lontanissima Francia, prima sia negli sparkling wine (con una quota di mercato dell’82,9% in valore) che nel totale vino, dove detiene una quota del 55% in valore (con l’Italia seconda con l’11,6% del mercato, subito seguita dal Cile, terzo con l’11,3%). Il Belpaese, però, è considerato un produttore di qualità, al pari della Francia: se la fascia di prezzo più gettonata per i vini giapponesi e cileni, infatti, è tra i 500 ed i 1.000 yen a bottiglia (tra i 4 e gli 8 euro), per i vini italiani, il range di prezzo più gettonato è quello tra 1.000 e 1.500 yen. È importante poi ricordare che, grazie all’accordo di libero scambio tra Giappone ed Unione Europea, in vigore dal 1 febbraio 2019, i vini italiani, così come quelli degli altri paesi europei, potranno beneficiare della totale esenzione fiscale.
Infine, l’Australia, mai entrata in maniera “seria”nelle mire dei produttori del Balpaese, per tanti motivi, primo tra tutti il fatto che la terra dei canguri più che una meta è un competitor, in quanto produttore enoico di primissimo piano. Ciò nonostante, si tratta di un Paese ricco, dall’economia dinamica ed in crescita, dove, aggiungiamo, la presenza di italiani di seconda e terza generazione, ed il gran numero di ristoranti italiani presenti nelle principali città, potrebbe rivelarsi una molla importante, esattamente come successo, qualche decennio fa, negli Stati Uniti, fatte ovviamente le debite proporzioni e preso atto delle differenze. Per quanto riguarda la spesa pro capite in vino, l’Australia si posiziona davanti a tutti: ogni anno i consumatori australiani spendano circa 408,6 dollari americani, con le esportazioni di vini italiani verso l’Australia che, nel 2018 hanno toccato i 61 milioni di euro, mentre ad agosto 2019 (ultimo dato Istat disponibile), le spedizioni avevano raggiunto i 40 milioni di euro, in leggero calo sullo stesso periodo dello scorso anno.
Tornando ai dati economici, da 26 anni l’Australia registra continui tassi di crescita del Pil, record assoluto a livello mondiale. La solidità dell’economia australiana, che è la tredicesima a livello mondiale, è stata confermata dal limitato impatto generato della crisi finanziaria ed economica globale e, a differenza di quanto avvenuto per le principali economie avanzate, il Paese ha mantenuto un tasso di crescita di segno positivo durante tutto il periodo, senza mai entrare in recessione. Aspetti che lo rendono senza dubbio un mercato interessante ed appetibile per le aziende italiane di vino, anche perché a tutto ciò va aggiunto un vero e proprio cambio di paradigma: anche in Australia, il vino non è più considerato come una commodity, ma un bene di qualità, e questo apre spazi importanti per il vino italiano.
Oggi, inoltre, i consumatori australiani sono consumatori sofisticati, con buone disponibilità di reddito, che conoscono bene una bevanda come il vino e sono sempre più attenti e alla ricerca di prodotti di qualità, con una crescita importante dei consumi specie tra la popolazione femminile. Molto importante per la commercializzazione del vino italiano è il settore horeca, nel quale fondamentali sono i ristoranti di cucina italiana, anche se il principale canale di smercio dei vini restano i negozi all’interno delle catene della gdo. In forte crescita anche le vendite via web.

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