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Corriere Della Sera

Luciano Ferraro – Corriere della Sera
Le piante che non si ammalano La sfida dei Cavalieri delle vigne ... Docenti e produttori uniti nella ricerca di viti che resistano alle malattie, dalla fillossera all’oidio. Grazie alla genetica e alla tecnica degli incroci, la trasformazione dell’uva regala un prodotto più sano e più buono. Senza ricorrere a medicine e fitosanitari... Nella biblioteca del Dipartimento di Scienze agrarie e ambientali della Statale di Milano si radunano i Cavalieri delle Nuove Viti. Sono otto, vengono da università e cantine. Alcuni, come il professor Affilio Scienza, sono intrepidi della ricerca, pronti a girare il mondo per un’anfora o una traccia di Dna che raccontino la storia millenaria del vino. Altri, come Domenico Zonin, presidente dell’Unione italiana vini, e Marcello Lunelli di Cantine Ferrari sono misurati imprenditori. E la prima volta che si ritrovano tutti assieme per definire il fine del loro sodalizio: creare nuove viti che resistano alle malattie. E l’inizio di un nuovo capitolo della storia del vino: i capitani dell’industria dei filari finanziano le università per far crescere piante che inquinano meno e non che producano di più. Lo scopo di questo sodalizio che esiste solo nella narrazione giornalistica (tra loro si definiscono più sobriamente “protagonisti dell’innovazione genetica della vite”) è ottenere piante prive di malattie, in modo che le uve trasformate invino non contengano tracce dei trattamenti usati per evitare guai a volte mortali per lavi- te, come la peronospora o l’oidio. Con una doppia conseguenza: vino più sano da bere e meno costoso, grazie alla diminuzione del rischio di perdita di parte del raccolto e alle minori spese per spargere zolfo e altre sostanze. Obiettivo raggiunto. E come se, nel campo del l’olio, si trovasse una specie di ulivi refrattari alla xilella che colpisce in Puglia. Esistono diversi modi per ottenere queste super viti. Alcuni con la tecnica, in uso da secoli, degli incroci; altri con operazioni genetiche più complesse. Attilio Scienza, ordinario di Viticoltura e organizzatore del vertice di Milano, invita a procedere senza timori verso nuove frontiere: “Qualcuno sostiene che la genetica sia violenza sulla natura, senza pensare che nell’evoluzione genetica c’è la nostra evoluzione. Le viti resistenti sono il futuro”. A che punto siamo? Lo spiega Eugenio Sartori, alla guida dei Vivai cooperativi di Rauscedo, coop friulana attiva dal 1930, leader mondiale nella produzione di barbatelle. Sono piccole viti innestate su portainnesti che garantiscono immunità dalla fillossera, la malattia che fece strage di viti europee dal 1863 (contro la fillossera il rimedio fu l’incrocio tra le nostre viti e quelle americane, non intaccate). La coop vende 70 milioni di barbatelle l’anno, è il maggiore vivaio viticolo al mondo. “Assieme ai lavori di ibridazione anti fillossera, dal 1965 selezionano i doni di molti vitigni - racconta Sartori -. Ma la forza di questa tecnica si è esaurita, solo per il Sangiovese ci sono già io doni iscritti al registro nazionale. Le viti sono migliorate in questi decenni, però sono rimaste grosso modo le stesse, mentre si sono evoluti i vettori delle malattie, funghi e insetti, costringendo a usare prodotti con nuove molecole, oltre a zolfo e rame” (come nelle cure alle persone, con farmaci nuovi e più potenti contro i virus che evolvono). Fino a far diventare la viticoltura l’attività agricola con il maggiore uso di fitosanitari. Da parte di chi vuole bere il vino senza intossicarsi, è cresciuto l’interesse verso un’agricoltura più sostenibile, più “buona, pulita e giusta”, secondo la definizione di Carlo Petrini di Slow Food. “Per questo - continua Sartori - con l’istituto di Genomica applicata dell’Università di Udine dal 2006 abbiamo iniziato a studiare varietà di viti resistenti ad altre malattie oltre alla fillossera. In Francia, Germania, Russia, Serbia lo si sta facendo dal 1870. Ma finora, con gli ibridi ottenuti all’estero e anche in Italia, il vino non aveva la qualità necessaria. A Udine siamo riusciti a creare 30 genotipi resistenti a peronospera e oidio (e anche alle gelate, fino a -24 gradi) una decina già pronti, Fleurtali, Soreli, Julius e alcuni Cabernet, Merlot e Sauvignon. Altri arriveranno presto sul mercato”. Con quali vantaggi? “L’abbattimento dei trattamenti dell’80 per cento, rispettando la tradizione, perché in queste piante i geni non di Vitis vinifera, quella euroasiatica, non superano il 4 per cento”, spiega Sartori. E il vino? “Ottimo livello - assicura l’uomo dei Vivai - comparabile o superiore al vitigno parentale. Nelle degustazioni alla cieca non si distinguono il nuovo vitigno da quello d’origine. I viticoltori del Rio Grande, del Prosecco bellunese o del Collio Sloveno, zone con piovosità elevate che favoriscono le malattie delle viti, sono stati i primi a interessarsi a questa scoperta. Come le aziende che puntano sulla sostenibilità e quelle vogliono ridurre i trattamenti con fitosanitari perché si trovano a ridosso delle abitazioni”. I primi vitigni resistenti sono già stati autorizzati dal ministero dell’Agricoltura, dopo una lunga trafila che ha portato al cambiamento dei nomi (via gli aggettivi come Petit, sostituiti da nomi generici come Kretos, Rytos, Khantus, Khorus, Eidos, Volos). Le coltivazioni e le vinificazioni avvengono in Italia, Croazia, Slovenia, Moidavia. Da novembre inizierà la commercializzazione di queste super viti. Mentre si stappano le piccole bottiglie campione dei vini sperimentali, all’incontro di Milano si apre l’altro fronte dei Cavalieri delle Nuove Viti: si trova più a ovest, tra San Michele all’Adige, in Trentino, e Verona. La tecnica si chiama genome editing, correzione del genoma. Spiega Claudio Moser della Fondazione Mach: “Viene modificata la sequenza del gelo- ma della vite. Un intervento di microchirurgia del Dna per disattivare un gene che favorisce lo sviluppo di una malattia o per potenziare un gene che la combatte. Sul grano si è già testata questa tecnica, anche per la vite si sta percorrendo questa via”. Parliamo di Ogm? Moser lo esclude: “In questo caso non ci sono inserimenti di geni estranei come per gli Ogm, qui si agisce facendo esprimere geni che esistono. Stati Uniti e Canada hanno autorizzato questa procedura su mais e colza definendola non Ogm. L’Europa invece ritiene che questa mutazione debba essere approvata sottostando alle norme sugli Ogm, anche se non c’è nulla di transgenico”. Prendiamo un calice di Cabemet Sauvignon. Di solito profuma di peperone verde. “Sappiamo - dice Mario Pezzotti, ordinario di Genetica agraria all’Università di Verona - che questo profumo ci arriva al naso grazie a un gene del vitigno che produce un enzima. Con il genome editing possiamo disattivare questo gene, uno su 30 mila: e quello che abbiamo nel bicchiere resta un Cabernet Sauvignon. Possiamo disattivare il gene di un cattivo aroma. Possiamo trasferire il gene resistente da Vitis Vinifera a Vitis Vinifera, stessa pianta: questa è la Cisgenetica”. Su come funzionino i geni della vite, dalla formazione degli aromi al processo di maturazione, a Verona sono stati fatti passi avanti notevoli, li seguono ricercatori di tutto il mondo. “Siamo i leader in questo campo - dice Pezzotti -. Il prodotto uva può essere innovato. L’Italia può guidare questa rivoluzione scientifica”. Ci sono vitigni antichi che resistono naturalmente alle malattie, perché hanno sviluppato gli anticorpi, utili per nuovi incroci. “Nel Caucaso il vino ha 6.000 anni di storia - racconta Osvaldo Falla, ordinario di Agricoltura generale all’Università di Milano - da 10 anni collaboriamo con Georgia, Armenia, Azerbaigian e Uzbekistan. Abbiamo trovato vitigni adatti per vini moderni, non troppo alcolici, morbidi, non tannici, da uve che maturano tardi, superando gli stress estivi, perfette per il cambiamento climatico. Con fonti di resistenza ai funghi e anche ad altri organismi patogeni”. Dice il patologo Pier Attilio Bianco, direttore del Centro di ricerca sulla vite e sul vino dell’Università di Milano: “Le viti reagiscono diversamente alle malattie, siamo interessati ai casi positivi, a quelle viti che ce la fanno da sole, è l’Europa a chiederci di eliminare i trattamenti”. Informazioni che si potranno scambiare, aggiunge il professor Vasco Boatto, ordinario di Politica agraria all’Università di Padova, grazie a una “piattaforma tecnologica per l’innovazione applicata al vino, come si è fatto in Spagna. Uno strumento previsto dalla normativa comunitaria”. I Cavalieri delle Nuove Viti sono convinti che “questa buona scienza può far superare le paure verso la genetica”. “Ora - dice il professor Scienza - i vitigni resistenti sono una realtà, è possibile ottenere vini, indicandoli come Igt, Indicazione geografica tipica. In passato abbiamo abusato della cultura positivista, più concimi, più fitofarmaci e le piante si sono indebolite. Vorremmo tornare a uno stato di equilibrio, come dicono anche i cultori della biodinamica, senza rimedi chimici”.

Il Sistema Italia nasce intorno alle “barbatelle” ... Marcello Lunelli, delle Cantine Ferrari, è entusiasta: “Siamo passati dall’Italia dei campanili a un Sistema Italia sul vino. Un mondo che si mette assieme”. E il lato concreto dei Cavalieri delle Nuovi Viti: “il momento epocale di un gruppo che da oggi lavorerà nella stessa direzione”. Il mezzo sono i nuovi portainnesti, ovvero il “contenitore” vegetale delle viti innestate, le barbatelle, la “centrale operativa della pianta”, la chiama Lunelli. Dalla fine dell’Ottocento ad oggi non erano state fatte innovazioni radicali in questo campo. La novità è arrivata dall’Università di Milano: dal 2003 in Valpolicella, Chianti classico, Castello del Monte (Bari) e Contea di Sclafani (Palermo) nuovi portainnesti contenevano Cabernet Sauvignon e un vitigno locale diverso per ogni area: Corvina, Sangiovese, Uva di Troia e Nero d’Avola. Dopo molti annidi test, ora sono nati i portainnesti M. Il partner commerciale si chiama Winegraft, società formata da un gruppo di cantine con la società Bioverde Trentino, la Fondazione Venezia e le principali Regioni viticole italiane. La società vende le nuove piante, grazie ai Vivaldi Rauscedo e all’IpadLab, spin-off dell’Università di Milano. Con i ricavi si finanziano altre ricerche universitarie. Domenico Zonin, presidente dell’Unione italiana vini, illustra il progetto Univir: “Oggi possiamo usare la frammentazione italiana del mondo produttivo e della ricerca, con progetti che moltiplichino studi ed esperienze, in modo che ogni università dedichi ricerche alla sua terra e ai suoi vitigni. Da qui al 2020 l’Unione italiana vini, un gruppo di aziende, le Regioni, i centri di studio italiani e le Università raccoglieranno fondi per l’innovazione, dalla genetica della vite alla biodiversità e a molti altri temi”.

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