Uno dei prodotti più identificativi del made in Italy agroalimentare, tra i protagonisti assoluti della cucina italiana patrimonio Unesco, capace di modellare il paesaggio, tenere alta la bandiera della storia e di una tradizione qualitativa di eccellenza ma che, allo stesso tempo, sta attraversando un periodo difficile con tanti dubbi per il futuro. Tutto questo attraversa la filiera del riso italiano che è stata attenzionata nel “tavolo riso”, oggi al Ministero dell’Agricoltura, con la presenza del Ministro Francesco Lollobrigida e delle organizzazioni di categoria. Per Cia-Agricoltori Italiani, “servono interventi urgenti per salvare il settore risicolo, stretto tra crollo dei prezzi, cambiamenti climatici, crisi idrica e import in forte crescita. L’Italia è il primo produttore di riso dell’Ue, con oltre il 50% della produzione comunitaria e 233.000 ettari coltivati. Un patrimonio economico, ambientale e paesaggistico che oggi, però, attraversa una delle crisi più gravi degli ultimi anni. A pesare sono, da un lato, una campagna produttiva segnata dalla scarsità d’acqua e dalle alte temperature, che rischiano di compromettere rese e raccolti; dall’altro, un mercato che continua a deprimere il valore del prodotto”. Il crollo delle quotazioni, ha sottolineato ancora Cia-Agricoltori, sta mortificando il lavoro degli agricoltori, con cali di listino estremamente marcati soprattutto per le varietà indica, lunghi e da parboiled, ormai ben al di sotto dei costi di produzione. Secondo Cia-Agricoltori, “a incidere sono anche le scelte commerciali dell’Ue, che continuano a sacrificare il riso negli accordi di libero scambio. Solo nei primo trimestre 2026, le importazioni in volume sono cresciute di quasi il 30%. Dalle agevolazioni concesse ai Paesi del Sud-Est asiatico, come Cambogia e Myanmar, fino agli accordi Mercosur e con l’Australia, cresce la pressione sul mercato interno, mentre agli agricoltori europei vengono richiesti standard produttivi, ambientali e sociali sempre più elevati. Una concorrenza che non può essere considerata equa e che continua a comprimere i prezzi e a indebolire la competitività dell'intera filiera”. Vengono chieste “risposte immediate, ma anche interventi di prospettiva per dare futuro a una coltura centrale per l’agroalimentare italiano. A partire dall’acqua, risorsa vitale per il settore, sulla quale non sono più rinviabili scelte strategiche capaci di garantirne una disponibilità certa, sicura ed efficiente. Fondamentale, inoltre, accelerare su genetica, ricerca e innovazione, valorizzando il percorso avviato con le Tecniche di Evoluzione Assistita e rafforzando gli investimenti pubblici nelle buone pratiche agronomiche. Occorrono soluzioni fitosanitarie a minore impatto ambientale, ma in grado di garantire adeguati risultati sul piano produttivo”. Sul fronte commerciale, Cia-Agricoltori “chiede che il riso venga davvero riconosciuto come prodotto sensibile e non diventi merce di scambio nei negoziati internazionali. Il meccanismo automatico della clausola di salvaguardia previsto dal 2027 rappresenta un passo avanti, ma le soglie fissate restano troppo elevate e rischiano di limitarne l’efficacia. Per questo, nessuna nuova concessione sul riso deve essere prevista nelle aree di libero scambio”. Infine, allo scopo di rafforzare il settore e assicurare maggiori certezze alle imprese agricole, la Cia-Agricoltori “punta sui contratti di filiera con l’industria, sul modello già sperimentato nel comparto grano duro-pasta, capaci di creare benefici condivisi per produttori e trasformatori, e su una campagna istituzionale di valorizzazione del riso 100% italiano, con l’obiettivo di rafforzarne la competitività e il riconoscimento presso i consumatori”.
Secondo Coldiretti, “il crollo delle quotazioni del risone, provocato dal boom delle importazioni di riso straniero (+20%), sta mettendo in ginocchio le aziende agricole italiane, già schiacciate dall’aumento dei costi di produzione e dagli effetti della siccità”. Parte anche da qui “la richiesta di un piano straordinario per salvaguardare una produzione simbolo del made in Italy e un settore che rappresenta oltre il 50% dell’intera risicoltura europea”. Coldiretti “chiede un bando da 12 milioni di euro per destinare riso 100% italiano alle famiglie in difficoltà, rafforzando al tempo stesso il reddito dei produttori, controlli più severi per certificare l’origine e impedire truffe ai cittadini, anche con strumenti innovativi come risonanza magnetica, mappa genomica e mappatura isotopica, un fondo dedicato ai contratti di filiera nell’ambito del Fondo Sovranità alimentare. Ma il pacchetto deve prevedere anche risorse regionali per sostenere le imprese; stop alle importazioni selvagge con l’applicazione del principio di reciprocità negli accordi commerciali con i Paesi extra Ue; un piano nazionale degli invasi per affrontare le emergenze idriche; investimenti nella ricerca e nelle Tecniche di Evoluzione Assistita (Tea) e il rafforzamento del sostegno al riso nella futura Pac, premiando le aziende che investono in qualità, innovazione e sostenibilità”. La campagna commerciale 2025-2026 non ancora conclusa, spiega ancora l’associazione guidata dal presidente Ettore Prandini, “ha visto arrivare in Italia oltre 190 milioni di chili di riso straniero, con quattro confezioni importate su cinque provenienti dall’Asia, alimentando un eccesso di offerta che ha fatto precipitare di oltre il 50% i prezzi riconosciuti ai produttori italiani proprio mentre le campagne devono fare i conti con caldo e scarsità d’acqua, con perdite produttive che in alcune aree potrebbero superare il 30%. Una situazione ulteriormente aggravata dalle scelte commerciali dell’Unione Europea che negli anni hanno favorito l’ingresso di prodotto ottenuto con regole ambientali, sanitarie e sociali profondamente diverse da quelle richieste agli agricoltori italiani. A preoccupare è anche il negoziato per l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Thailandia, che rischia di aprire ulteriormente il mercato comunitario a uno dei maggiori esportatori mondiali di riso, con effetti pesanti sulla competitività della produzione nazionale”.
Confagricoltura chiede “più controlli sulle importazioni extra Ue per evitare, come sta accadendo per altri settori, l’arrivo di merci senza i requisiti necessari per la vendita in Europa, ma anche contratti che valorizzino la filiera 100% italiana e la programmazione delle semine. Le scelte degli imprenditori agricoli sono infatti inevitabilmente guidate dall'andamento dei prezzi della campagna precedente, con il rischio di determinare eccessi di offerta e conseguenti tensioni al ribasso delle quotazioni”. Un’altra proposta di Confagricoltura “riguarda la costituzione del Consorzio del Riso Aromatico italiano. Poi la gestione dello stoccaggio con l’attivazione di strumenti finanziari per favorire la liquidità delle aziende agricole valorizzando le merci in magazzino, come capita per altri comparti”. Il presidente Confagricoltura, Massimiliano Giansanti ha inoltre ricordato la necessità di migliorare l’etichettatura obbligatoria di origine sulle confezioni di riso, ma anche la promozione, nella Pac, di pratiche che favoriscano un utilizzo razionale della risorsa idrica in risaia. E questo perché le condizioni climatiche estreme stanno infatti caratterizzando l’attuale stagione estiva e potrebbero avere ripercussioni significative sulle rese produttive, finanche con la rinuncia alla raccolta per alcune aree particolarmente colpite e con scarsa disponibilità idrica.
Per il presidente Confcooperative Agroalimentare Pesca, Raffaele Drei, “con l’esplosione dei costi del carburante, dei fertilizzanti e dell’energia, produrre oggi una tonnellata di riso costa circa 450 euro, con il mercato che la remunera mediamente solo 350 euro. Una forbice che rende insostenibile la continuità produttiva. In poco più di sei mesi il valore del prodotto si è quasi dimezzato: ad ottobre il risone Baldo era venduto a quasi 60 euro al quintale, prezzo che è crollato un mese fa a 38 euro. Coltivare riso oggi è un lavoro non più redditizio ed è a rischio la tenuta di molte aziende agricole e di una filiera che ha un valore alla produzione di oltre mezzo miliardo di euro”. Una situazione difficile “che sta interessando un comparto che vede il nostro Paese primo produttore europeo con una produzione pari a 810.000 tonnellate annue, pari al 56% del riso europeo”. Questi gli interventi sollecitati da Confcooperative a sostegno delle imprese della filiera risicola che sono alle prese con i danni dovuti alla siccità: “l’attivazione degli strumenti di gestione del rischio, a partire dal fondo Agricat per il quale il Ministro si è impegnato a valutare la fattibilità e l’utilizzo delle risorse esistenti, che ammontano a circa un miliardo: l’attivazione di un apposito strumento di stabilizzazione del reddito da parte di Ismea (Fondo Ist). Infine, lo stanziamento di risorse ad hoc per il riso nell’ambito del Coltiva Italia, dedicato ai contratti di filiera per il riso, con l’obiettivo di stimolare l’aggregazione dell’offerta e la programmazione produttiva, oltre che sostenere gli investimenti. Grande attenzione, infine, al tema delle della disponibilità di acqua, con la richiesta da parte di Confcooperative di recuperare invasi e di creare nuove vasche di accumulo”. Il Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha evidenziato Confcooperative, “ha manifestato la propria disponibilità a valutare le progettualità attualmente in essere, di concerto con altri dicasteri e enti coinvolti”.
Al termine del “tavolo riso” è stata anche presentato “Risò”, il Festival Internazionale del Riso, di scena a Vercelli dall’11 al 13 settembre. Un evento che unisce istituzioni, cultura e gastronomia e che rappresenta un’ulteriore occasione di confronto per l’intera filiera sulle criticità e sul futuro del settore.
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