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ANALISI

I fondi destinati all’agricoltura dal Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (Pnrr)

Il 30 aprile il Pnrr a Bruxelles: vale 191,5 miliardi di euro, 4 miliardi al primario. Tra le speranze del settore e le critiche di Slow Food
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I fondi per l’agricoltura nel Pnrr

Il Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (Pnrr), che dovrà permettere all’Italia non solo di uscire dalla crisi causata dalla pandemia, ma anche di gettare le basi per la crescita futura, è praticamente pronto, blindato, e dopo un passaggio alle Camere, arriverà finalmente a Bruxelles. Il documento, ovviamente, è complesso, ma riassumendo possiamo dire che il Piano, come si legge nell’introduzione del Presidente del Consiglio Mario Draghi, si articola in 6 Missioni e 16 Componenti. Le 6 Missioni del Piano sono: digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute. Il Piano comprende anche un ambizioso progetto di riforme relative a: pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza.

L’Italia è la prima beneficiaria, in valore assoluto, dei due principali strumenti del Next Generation EU - il programma europeo che prevede investimenti e riforme per accelerare la transizione ecologica e digitale, migliorare la formazione delle lavoratrici e dei lavoratori e conseguire una maggiore equità di genere, territoriale e generazionale - ossia il Dispositivo per la Ripresa e Resilienza (RRF) ed il Pacchetto di Assistenza alla Ripresa per la Coesione e i Territori d’Europa (REACT-EU). Il dispositivo RRF richiede agli Stati membri di presentare un pacchetto di investimenti e riforme, ossia nel caso dell’Italia il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, e garantisce risorse per 191,5 miliardi di euro, da impiegare nel periodo 2021-2026, delle quali 68,9 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. L’Italia intende utilizzare appieno la propria capacità di finanziamento tramite i prestiti della RRF, che per il nostro Paese è stimata in 122,6 miliardi.

Come ha spiegato nei giorni scorsi il Ministro delle Politiche Agricole, Stefano Patuanelli, “per il comparto agricolo sono stati stanziati 800 milioni per la logistica, 1,5 miliardi per sostituire le coperture degli stabilimenti agricoli con impianti fotovoltaici (il cosiddetto agrisolare), 500 milioni per l’ammodernamento delle macchine agricole e 1,2 miliardi, nel fondo complementare, per i contratti di filiera, che spingeranno il settore agricolo verso un’innovazione profonda. Inoltre abbiamo stanziato quasi 2 miliardi per lo sviluppo delle produzione e delle tecnologie inerenti il biogas e il biometano e 880 milioni per gli invasi e il sistema irriguo, così da aumentare la capacità di raccolta dell’acqua piovana, proteggendo questa risorsa fondamentale, per noi e per l’ambiente”. In totale, quindi, quasi 7 miliardi di euro, ma non tutti direttamente stanziati per il settore. La cifra, secondo l’analisi de “Il Sole 24 Ore”, scende a 3,88 miliardi di euro: 833 milioni per i contratti di filiera e di distretto, 833 milioni per la logistica, altri 833 per il parco agrisolare e 500 per le innovazioni nella meccanizzazione e negli impianti di molitura, mentre altri 880 milioni di euro saranno destinati gli investimenti per l’adeguamento delle infrastrutture irrigue per migliorare la gestione delle risorse idriche.

Insomma, l’argomento è complesso, così come lo sarà la gestione e la ripartizione di risorse immani, che nel caso dell’agricoltura si vanno ad aggiungere, a livello europeo, a quelle, importanti, previste dal Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale, il cui bilancio, per il periodo 2021-2027, ammonta a 95,5 miliardi di euro. Tornando a quanto previsto dal Pnrr che, è ben ribadirlo, non si compone di soli fondi, ma anche di riforme strutturali, il mondo agricolo italiano ha indicato, ormai una settimana fa, in maniera unitaria, le proprie priorità, indicate dal coordinatore di Agrinsieme, Massimiliano Giansanti, all’incontro online con il premier Mario Draghi. Giansanti ha portato all’attenzione del Governo alcuni capisaldi condivisi con tutte le forze di Agrinsieme, che riunisce Cia-Agricoltori italiani, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, di cui è coordinatore: garantire cibo sicuro e sostenibilità ambientale, attraverso la valorizzazione del settore agricolo e la digitalizzazione del Paese, obiettivi che il Pnrr deve avere ben chiari.

“Per raggiungerli - ha spiegato Giansanti - occorrono filiere intelligenti, produttive e integrate, basate sulla valorizzazione del prodotto italiano, innovative, sostenibili e competitive”. È stata quindi ribadita l’urgenza di una generale semplificazione del Paese, che passa attraverso le riforme del fisco, con la riduzione del cuneo fiscale per spingere la domanda, della pubblica amministrazione e della giustizia: tutti aspetti che ribadiscono la complessità e l’iterconnessione che esiste all’interno delle tante e diverse misure presenti nel Piano. “Ma affinché il Recovery Plan sia davvero una grande spinta propulsiva alla ripresa post pandemica - ha aggiunto Giansanti - sarà fondamentale la governance, con una valutazione ex ante sulla ricaduta degli investimenti, sulla qualità della progettazione, e sull’esecuzione dei programmi in corrispondenza con le scadenze definite nel cronoprogramma”.

Critica, invece, allargando il campo all’obiettivo principale del Pnrr, è la posizione di Slow Food, sia per le modalità che per i contenuti, che non rispondono, secondo l’organizzazione fondata da Carlo Petrini, alle ambizioni di accompagnare e accelerare la transizione ecologica di cui, invece, avrebbe bisogno l’Europa. “Quella che emerge dalla lettura del Pnrr non è una strategia per la transizione ecologica ma piuttosto un programma per l’ammodernamento del Paese. Come se all’origine delle crisi che stiamo vivendo ci fosse principalmente una condizione di arretratezza dell’Italia rispetto al contesto globale e non, invece, un problema di modello di sviluppo. La transizione dovrebbe essere un passaggio da un modello all’altro e non un aggiustamento, pur se profondo, di un modello che si vuole perpetuare. Per fare un esempio: nei capitoli dedicati all’agricoltura si propone il rinnovo del parco macchine, che può anche non voler dire nulla in termini di transizione ecologica o, addirittura, può avere effetti negativi, se dovesse tradursi nel passaggio a mezzi sempre più pesanti che compattano sempre più i suoli”, commenta Francesco Sottile, a nome di Slow Food Italia.

Scendendo nello specifico dei temi che più stanno a cuore a Slow Food, saltano subito agli occhi alcune assenze che pesano. “Non possiamo accettare che nell’elenco delle riforme non ci sia la legge sul consumo di suolo, e potremmo aggiungere anche la chiusura dell’iter della legge sul biologico. Come si fa a non considerare queste riforme come urgenti per un Paese che guarda alla transizione ecologica?”, sottolinea ancora Sottile. “Inoltre, come già accennato, notiamo l’assenza della parola agroecologia: in presenza di un Green Deal e delle strategie Farm to Fork e Biodiversità 2030 (che pure vengono citate), è una dimostrazione di straordinaria miopia. Il grande investimento nelle energie rinnovabili, poi, solleva come minimo un grande punto interrogativo su quanto e come contribuirà alla conservazione delle risorse naturali, e non il contrario: a questa domanda occorrerà dare una risposta prima che partano gli investimenti.

Si parla di biometano senza approfondirne i termini, con il rischio che una misura di economia circolare diventi un ulteriore stimolo a incentivare un sistema di allevamento intensivo. Anche perché la sensazione è che, almeno per quanto riguarda la parte agricola, questo piano sia di stretta vocazione industriale: logistica, commercio e internazionalizzazione sono utili e necessarie ma vengono dopo fertilità del suolo, ruolo dell’agricoltura nella gestione del territorio, biodiversità agricola, prossimità e filiere, il cui ruolo nel PNRR non ci sembra invece adeguatamente considerato.

Il tema del cibo, per noi così cruciale, investe in maniera trasversale l’ambiente, l’agricoltura, le attività artigianali e industriali di trasformazione, la salute, la cultura e l’educazione, la ricerca, il commercio e il turismo, la cooperazione... Ha a che fare direttamente con la crisi climatica, con la crisi alimentare e molto spesso con i processi migratori. Per queste ragioni, come Slow Food crediamo vi si debba riservare una nuova centralità, contrariamente alla disattenzione e alla marginalità che si evince dalla stesura del Pnrr.

Infine, anche l’attenzione per le aree interne, così importanti per l’agricoltura e la biodiversità in particolare, è ampiamente inadeguata: eppure proprio la pandemia sembrava averci mostrato le opportunità per costruire efficaci politiche di rigenerazione di terre alte e aree rurali. I tempi imposti dalla scadenza del 30 aprile non offrono oggi margini per una discussione e un ripensamento profondo del piano. Tuttavia, la partita non è chiusa: a fare la differenza sarà il modo in cui i soldi saranno effettivamente spesi e c’è ancora la possibilità di incidere. In questa ottica, Slow Food propone 5 punti, che considera imprescindibili, da portare in evidenza nel seguito del cammino del Pnrr: l’approvazione di una legge per fermare il consumo di suolo; la riduzione e riqualificazione dei consumi come asse portante di tutto l’approccio; l’avvio di un grande programma nazionale di educazione alla cittadinanza sui temi della transizione ecologica e dell’alimentazione, a partire dal coinvolgimento delle scuole; una maggiore centralità del cibo e il rafforzamento di politiche locali legate a modelli agricoli non industriali; il rafforzamento, anche in termini di risorse dedicate, delle Green communities (pensate per le aree interne ma che potrebbero essere interessanti su tutto il territorio, anche le isole).

Focus - Dentro il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

Andando ad analizzare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, tutto ciò che riguarda il mondo dell’agricoltura e le misure che la riguardano è compreso all’interno della seconda Missione, ossia “Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica”, che si pone come obiettivi generali: rendere e il sistema italiano sostenibile nel lungo termine garantendone la competitività; rendere l’Italia resiliente agli inevitabili cambiamenti climatici rafforzando le infrastrutture e la capacità previsionale di fenomeni naturali e dei loro impatti; sviluppare una leadership internazionale industriale e tecnologica nelle principali filiere della transizione ecologica; assicurare una transizione inclusiva ed equa, massimizzando i livelli occupazionali e contribuendo alla riduzione del divario tra le Regioni; aumentare consapevolezza e cultura su sfide e tematiche ambientali e di sostenibilità.

In tutto, la Missione 2 prevede stanziamenti per 59,33 miliardi di euro, ma solo una piccola parte di questa somma riguarda direttamente il mondo agricolo, e sta all’interno della Componente 1, “Economia Circolare e Agricoltura Sostenibile”, per cui sono previste risorse pari a 5,27 miliardi di euro, che serviranno al raggiungimento di tre obiettivi generali: miglioramento della capacità di gestione efficiente e sostenibile dei rifiuti e avanzamento del paradigma dell’economia circolare; sviluppo di una filiera agroalimentare sostenibile, migliorando le prestazioni ambientali, la sostenibilità e la competitività delle aziende agricole; Sviluppo di progetti integrati (circolarità, mobilità, rinnovabili) su isole e comunità. Il secondo ambito di intervento, “Sviluppare una filiera agroalimentare sostenibile”, sarà sostenuto da 2,8 miliardi di euro, ed è l’unico che riguarda in maniera diretta l’agricoltura, anche se, ovviamente, non il solo. Risorse che saranno distribuite tra : Sviluppo logistica per i settori agroalimentare, pesca e acquacoltura, silvicoltura, floricoltura e vivaismo (800 milioni di euro), Parco Agrisolare (1,5 miliardi di euro) e Innovazione e meccanizzazione nel settore agricolo e alimentare (500 milioni di euro).
Come si legge nel documento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il Piano d’azione Europeo sull’economia circolare e “Dal produttore al consumatore” sono il fulcro dell’iniziativa Green Deal europeo e puntano a un nuovo e migliore equilibrio fra natura, sistemi alimentari, biodiversità e circolarità delle risorse. La componente 1 “Economia circolare e agricoltura sostenibile” intende perseguire un percorso di piena sostenibilità ambientale con l’obiettivo di rendere l’economia sia più competitiva che più inclusiva, garantendo un elevato standard di vita alle persone e riducendo gli impatti ambientali. In questo contesto l’Italia nel settembre 2020 ha recepito le direttive del "Pacchetto Economia Circolare" con gli obiettivi di riciclo dei rifiuti urbani: almeno il 55% entro il 2025, il 60% entro il 2030, il 65% entro il 2035 e una limitazione del loro smaltimento in discarica non superiore al 10% entro il 2035.
Le proposte progettuali dell’Italia sull’economia circolare all’interno del PNRR mirano a colmare le lacune strutturali che ostacolano lo sviluppo del settore: il miglioramento della gestione dei rifiuti e dell’economia circolare tramite l’ammodernamento e lo sviluppo di impianti di trattamento rifiuti risulta fondamentale per colmare il divario tra regioni del Nord e quelle del Centro-Sud anche tramite progetti “faro” altamente innovativi.
In linea invece con la strategia “Dal produttore al consumatore”, la componente si prefigge l’obiettivo di una filiera agroalimentare sostenibile, migliorando la competitività delle aziende agricole e le loro prestazioni climatico-ambientali, rafforzando le infrastrutture logistiche del settore, riducendo le emissioni di gas serra e sostenendo la diffusione dell’agricoltura di precisione e l’ammodernamento dei macchinari. Si vogliono quindi sfruttare tutte le nuove opportunità che la transizione porta con sé in uno dei settori di eccellenza dell’economia italiana. Infine, per garantire una transizione equa e inclusiva a tutto il territorio italiano su temi di bioeconomia e circolarità, verranno avviate azioni integrate per rendere le piccole isole completamente autonome e “green”, consentendo di minimizzare l’uso di risorse locali, di limitare la produzione di rifiuti e di migliorare l’impatto emissivo nei settori della mobilità e dell’energia.

Focus - Cosa prevede il Pnrr: M2C1.2 Sviluppare una filiera agroalimentare sostenibile

Investimento 2.1: Sviluppo logistica per i settori agroalimentare, pesca e acquacoltura, silvicoltura, floricoltura e vivaismo

L’Italia presenta un forte divario infrastrutturale. È diciottesima al mondo nella classifica del World Economic Forum 2019 sulla competitività delle infrastrutture. Il progetto proposto intende colmare questa lacuna nel Paese, intervenendo sulla logistica 167 dei settori agroalimentare, pesca e acquacoltura, silvicoltura, floricoltura e vivaismo, caratterizzati da forti specificità lungo tutta la filiera.

In particolare, il piano logistico mira a migliorare la sostenibilità tramite: riduzione dell’impatto ambientale del sistema dei trasporti nel settore agroalimentare, intervenendo sul traffico delle zone più congestionate; miglioramento della capacità di stoccaggio delle materie prime, al fine di preservare la differenziazione dei prodotti per qualità, sostenibilità, tracciabilità e caratteristiche produttive; potenziamento della capacità di esportazione delle PMI agroalimentare italiane; miglioramento dell’accessibilità ai villaggi merci e ai servizi hub, e della capacità logistica dei mercati all’ingrosso; digitalizzazione della logistica; garanzia di tracciabilità dei prodotti; riduzione degli sprechi alimentari.

Investimento 2.2: Parco Agrisolare

L’Italia è tra i paesi con il più alto consumo diretto di energia nella produzione alimentare dell’Unione Europea (terza dopo Francia e Germania). I costi energetici totali rappresentano oltre il 20% dei costi variabili per le aziende agricole, con percentuali più elevate per alcuni sotto-settori produttivi. L’intervento proposto mira a raggiungere gli obiettivi di ammodernamento e utilizzo di tetti di edifici ad uso produttivo nei settori agricolo, zootecnico e agroindustriale per la produzione di energia rinnovabile, aumentando così la sostenibilità, la resilienza, la transizione verde e l’efficienza energetica del settore e contribuire al benessere degli animali. In particolare, il progetto si pone l’obiettivo di incentivare l’installazione di pannelli ad energia solare su di una superficie complessiva senza consumo di suolo pari a 4,3 milioni di mq, con una potenza installata di 0,43GW, realizzando contestualmente una riqualificazione delle strutture produttive oggetto di intervento, con la rimozione dell’eternit/amianto sui tetti, ove presente, e/o il miglioramento della coibentazione e dell’areazione.

Investimento 2.3: Innovazione e meccanizzazione nel settore agricolo ed alimentare

La strategia “Dal produttore al consumatore” sostiene espressamente che "gli agricoltori devono trasformare più rapidamente i loro metodi di produzione e utilizzare al meglio nuove tecnologie, in particolare attraverso la digitalizzazione, per ottenere migliori risultati ambientali, aumentare la resilienza climatica e ridurre e ottimizzare l’uso dei fattori produttivi". Il progetto mira a sostenere attraverso contributi in conto capitale l’ammodernamento dei macchinari agricoli che permettano l’introduzione di tecniche di 168 agricoltura di precisione (es. riduzione di utilizzo pesticidi del 25-40% a seconda dei casi applicativi) e l’utilizzo di tecnologie di agricoltura 4.0, nonché l’ammodernamento del parco automezzi al fine di ridurre le emissioni (-95% passando da Euro 1, 80% del parco attuale, ad Euro 5). Inoltre, in ottica di economia circolare, l’investimento include l’ammodernamento della lavorazione, stoccaggio e confezionamento di prodotti alimentari, con l’obiettivo di migliorare la sostenibilità del processo produttivo, ridurre/eliminare la generazione di rifiuti, favorire il riutilizzo a fini energetici. Tali obiettivi sono particolarmente rilevanti nel processo di trasformazione dell’olio d’oliva, settore strategico per l’industria agroalimentare italiana, che negli ultimi anni ha dovuto affrontare un calo significativo.

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