Il paesaggio, inteso come identità culturale da coltivare e tutelare, è un tema vasto e complesso, con importanti implicazioni per il futuro delle aree vitivinicole e non solo. Un tema che chiama in causa aspetti culturali, normativi, climatici, agronomici, economici, antropologici, in una continua sfida nel trovare un equilibrio tra conservazione e progresso, tutela della storia e necessità della vita (e dell’economia) contemporanea dei territori, tutela dell’ambiente e del patrimonio architettonico, e necessità delle attività produttive e non solo. Un tema forte e sentito anche nei territori del vino più importanti, per certi versi all’avanguardia nella gestione del territorio e dell’equilibrio tra i tanti elementi citati, come il Franciacorta. Con il Consorzio che tutela la denominazione delle grandi bollicine Metodo Classico lombarde, guidato da Emanuele Rabotti, che ha messo il tema al centro del “Festival Franciacorta in Cantina”, l’evento “di territorio” per eccellenza del vino italiano, capace di mescolare a momenti conviviali, cantine aperte, benessere e intrattenimento, anche approfondimenti come quello che, nell’antico convento francescano di Rodengo Saiano, retto da Padre Luigi Cavagna, che ospita l’Accademia Symposium, Istituto tecnologico superiore (Its Academy) specializzato nell’alta formazione professionale nei settori agroalimentare, vitivinicolo, del marketing e del turismo, diretto da Luca Nobili, ha visto i contribuiti, che hanno spaziato tra storia, arte, filosofia, normativa, agronomia e non solo, di personalità come Armando Castagno, scrittore, giornalista e critico del vino tra i più affermati, nonché storico dell’arte e docente all’Accademia Treccani, Fiona Colucci, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Bergamo e Brescia, Marco Pilotti, presidente della Riserva naturale Torbiere del Sebino e professore ordinario di Ingegneria idraulica all’Università degli Studi di Brescia, e Pierluigi Donna, agronomo e cofondatore dello Studio Agronomico Sata, tra i più importanti d’Italia.
“L’immagine che abbiamo del paesaggio è mediata dall’arte: letteratura, pittura, fotografia - ha esordito Armando Castagno, scrittore, giornalista e critico del vino, nonché storico dell’arte e docente all’Accademia Treccani - lo hanno ben presente i francesi, che sull’autostrada provenzale A8, nei pressi di Aix-en-Provence, indicano su un cartello turistico marrone il “paysage de Paul Cézanne”, come se il paesaggio provenzale, e in particolare la Montagne Sainte-Victoire (il massiccio montuoso che il pittore postimpressionista ritrasse in moltissime opere), fosse stato rivelato nella sua esistenza e nella sua monumentale evidenza non da mappe topografiche o geografiche, ma da un pittore, che ne ha fissato l’immagine oggi per noi più familiare. Allo stesso modo, per fare un esempio italiano, l’immagine che abbiamo di Venezia, misteriosa e dai contorni sfrangiati e indefiniti, dipende dal modo in cui la città lagunare è stata ritratta dai pittori romantici, Turner per primo, e poi da Monet e dai nostri migliori fotografi, che ne hanno colto l’aspetto “sfuggente”, più che la precisione del paesaggio veneziano di Canaletto e dei pittori settecenteschi”. Nel suo excursus Castagno non poteva non citare Luigi Ghirri, uno dei maggiori maestri della fotografia italiana del Novecento, celebre soprattutto per aver rivoluzionato la rappresentazione del paesaggio italiano ed europeo: non più una porzione di natura da cartolina o uno spazio geografico da documentare, ma un “pensiero-paesaggio” legato alla memoria, all’interiorità e all’identità culturale. “Mentre Ansel Adams, celebre fotografo ambientalista statunitense e uno dei padri della fotografia paesaggistica in bianco e nero, teorizzava la netta separazione tra natura incontaminata e contesto antropizzato - ha spiegato Castagno - Ghirri concepiva il paesaggio come un luogo in cui la cultura interviene sulla natura in modo saggio e misurato. In realtà è sempre l’uomo a intervenire sulla natura, pur entro i limiti fissati dalle leggi. Il punto nevralgico diventa allora la tutela del paesaggio, anzi dei molti paesaggi che, come in Franciacorta, sono stati costruiti quali tessere di un mosaico di identità culturali”.
Sulla percezione soggettiva del paesaggio si è soffermata Fiona Colucci, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Bergamo e Brescia. “Ognuno di noi vede il paesaggio in modo diverso, sulla base della propria cultura e delle proprie esperienze. È un filtro attraverso il quale guardiamo la realtà, e il paesaggio è la realtà che ci circonda, non soltanto quella fisica. È il terroir dell’anima, il modo in cui percepiamo noi stessi nel tutto. Se nella vita, per crescere e non deperire, dobbiamo prenderci cura di noi stessi, del corpo e dell’anima, allo stesso modo dobbiamo prenderci cura di quel “tutto” che è un’estensione di noi. C’è poi un aspetto pragmatico che può favorire la tutela: il paesaggio è il biglietto da visita di un territorio e, in Franciacorta, lo è in particolare per gli enoturisti”.
“Paesaggio e ambiente sono due realtà distinte - ha sostenuto Castagno - l’ambiente è il contesto, il complesso delle relazioni tra vari elementi, che esiste e può essere studiato di per sé. Il paesaggio, invece, è il modo in cui questo sistema di relazioni appare all’esterno e non esiste senza presupporre la presenza di un osservatore. La tutela del paesaggio è tanto più urgente quanto più esso è sfuggente, come tutte le manifestazioni di bellezza della nostra vita. All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, di fronte alle distruzioni provocate dai bombardamenti, i padri costituenti - in particolare Aldo Moro, allora giovane esponente della Democrazia Cristiana, e Concetto Marchesi, latinista, professore emerito ed ex rettore dell’Università di Padova, comunista - concordarono sull’inserimento, nell’articolo 9 della Costituzione, della tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, insieme alla promozione della cultura e della ricerca. Affidarono con lungimiranza tale compito alla Repubblica, anziché alle sole Regioni, ritenute più esposte alle pressioni locali. Nel 2022, con la legge costituzionale n. 1 dell’11 febbraio, sono state poi introdotte le disposizioni relative all’ambiente, agli ecosistemi e alla tutela degli animali, non contemplate nel testo originario del 1947”.
“Nel tempo, le concezioni del paesaggio, già presente nell’articolo 9 della Costituzione, e dell’ambiente si sono progressivamente divaricate - ha osservato Colucci - nel 1974, sulla scia delle preoccupazioni per l’inquinamento e delle istanze ecologiste, Giovanni Spadolini incluse l’ambiente nelle competenze del nuovo Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, del quale fu il primo titolare nel Governo guidato da Aldo Moro. Oggi esiste una separazione artificiosa tra le due concezioni, che non ha ragione di essere, perché il paesaggio è l’ambiente: è il tessuto connettivo in cui viviamo. Siamo parte di un tutto che è paesaggio. Anche i beni culturali sono paesaggio, perché esprimono il nostro modo di vivere”.
L’attuale concezione del paesaggio è il risultato di un’evoluzione. Si parte dalla visione di Benedetto Croce - uno dei più importanti filosofi, storici, critici letterari e politici italiani ed europei del Novecento - per il quale il valore del paesaggio era essenzialmente estetico e idealistico, per arrivare alla definizione della Convenzione europea del paesaggio, firmata a Firenze nel 2000: “una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni”. L’attenzione si sposta quindi dall’oggetto, la natura bella, al soggetto, la comunità che la vive, e il paesaggio diventa un elemento chiave del benessere individuale e sociale. Il terzo comma introdotto nell’articolo 9 della Costituzione dalla legge costituzionale n. 1 dell’11 febbraio 2022 stabilisce che la Repubblica “tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni” e che “la legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. La riforma inserisce esplicitamente la protezione della natura e degli animali tra i principi fondamentali dell’ordinamento e introduce per la prima volta nella Carta il concetto di responsabilità verso le generazioni future.
“Il paesaggio fa riferimento a un luogo fisico e può essere identificato con un nome geografico”, ha proseguito Castagno, concentrandosi sulla Franciacorta. “Nella percezione esterna, la Franciacorta è identificata con i suoi vini: un ambito culturale che plasma il paesaggio e riunisce, in un unico luogo geografico, natura, cultura, gusto e savoir-faire, cioè il terroir. I produttori hanno reso la Franciacorta quasi sinonimo di una precisa tipologia di vino di qualità. La Costituzione attribuisce a tutti la possibilità e la responsabilità di tutelare il paesaggio: innanzitutto alla politica e alle amministrazioni, ma anche a coloro che hanno costruito il terroir, vale a dire i produttori. In Italia esistono purtroppo luoghi nei quali si producono vini e prodotti agricoli eccezionali, ma attraversando il territorio non ci si accorge nemmeno di trovarsi in un distretto agricolo. I confini comunali sono definiti con precisione amministrativa, ma non possono stabilire dove finisca un paesaggio o un terroir. A mio parere, acquisire questa consapevolezza è essenziale per il futuro della Franciacorta”.
Il paesaggio si tutela pianificando e progettando con qualità, ma anche prendendosi cura dell’esistente. “In Franciacorta - ha spiegato Colucci - le aree tutelate non sono moltissime e quindi la Soprintendenza, percepita talvolta come “rompiscatole”, può incidere solo in misura limitata sulla gestione del territorio. Una responsabilità enorme ricade perciò sulle amministrazioni locali, che dispongono di uno strumento fondamentale: il Piano di governo del territorio. Questo, tuttavia, è sempre il risultato di compromessi su questioni trascinate per decenni, come le legittime aspettative di edificare in aree logisticamente rilevanti. A un livello superiore c’è il Piano paesaggistico regionale, da concordare con il Ministero della Cultura, del quale tutte le Regioni dovrebbero dotarsi. Quello della Lombardia è fermo da molti anni: si è lavorato moltissimo, ma trovare un punto di equilibrio è difficile e il percorso sarà ancora lungo. Quanto ai centri storici, ritengo che una delle priorità della Franciacorta sia la salvaguardia dei palazzi nobiliari, sui quali spesso riusciamo a intervenire soltanto in situazioni di emergenza, quando ci vengono segnalati lavori non consoni”.
“In Franciacorta, come altrove - ha aggiunto Castagno - occorre prestare la massima attenzione alla regolamentazione degli edifici e delle “cose costruite”. Lo affermava già Leon Battista Alberti, tra i più importanti architetti, scrittori e teorici dell’arte del Rinascimento italiano, nel “De re aedificatoria”, pubblicato postumo nel 1485. Ciò che si costruisce, infatti, rimane ed è potenzialmente una bomba collocata nel paesaggio. L’architettura e l’urbanizzazione sono formidabili vettori di benessere collettivo e di sviluppo economico, ma devono essere sottoposte al massimo rigore possibile per tutelare i luoghi e i paesaggi”.
Le attività economiche umane alterano spesso l’armonia del paesaggio; trovare una composizione equilibrata è auspicabile, ma difficile. Lo ha evidenziato Marco Pilotti, presidente della Riserva naturale Torbiere del Sebino e professore ordinario di Ingegneria idraulica all’Università degli Studi di Brescia. Prendendo ad esempio le Torbiere, Pilotti ha spiegato la necessità di uno sguardo complessivo sul territorio, perché tutti gli elementi naturalistici ed economici che vi insistono sono strettamente connessi. La tutela delle Torbiere del Sebino, riconosciute come Riserva naturale nel 1984 e zona umida di importanza internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar del 1971, dipende, infatti, dall’azione dell’uomo, dalla salvaguardia del reticolo idraulico e dalla qualità delle acque. Queste zone umide hanno rappresentato in passato una risorsa economica per l’estrazione della torba e poi dell’argilla; oggi costituiscono un’area di grande biodiversità, importante anche sul piano turistico, con 60-70.000 visitatori all’anno.
“Dobbiamo tenere presente che le persone sono una componente fondamentale del paesaggio - ha sottolineato Pilotti - e perché possano abitarlo devono esistere attività economiche. Siamo quindi tutti chiamati a individuare soluzioni capaci di conciliare la tutela del paesaggio e, più in generale, dell’ambiente da consegnare alle generazioni future con lo sviluppo delle attività economiche. Sono convinto che il paesaggio della Franciacorta, nel senso olistico del termine, possa mantenere la propria identità pur evolvendosi. Ciò richiede soprattutto una crescita delle competenze tecniche di chi vi opera e una maggiore consapevolezza da parte di chi lo abita e lo rappresenta nelle istituzioni”.
Il passaggio dalla teoria alla pratica presenta, tuttavia, molte difficoltà. “Non tutti hanno questa attenzione e, talvolta - ha osservato Colucci - non la favoriscono neppure le leggi. In Italia il sistema normativo rende complessa la gestione. Nel Rinascimento esistevano figure capaci di riunire competenze diverse e persino molto lontane tra loro; oggi, invece, la criticità risiede nella dispersione delle competenze. Dovremmo ricomporle e orientarle verso un fine più alto, al servizio della comunità, senza escludere la tutela dei legittimi interessi privati”.
Il fondamento di una gestione virtuosa del paesaggio è l’evoluzione culturale. Lo ha sottolineato Pierluigi Donna, agronomo e cofondatore dello Studio Agronomico Sata. “La cultura degli agricoltori, dei viticoltori e degli amministratori è condizionata anche da chi vive nel territorio - ha affermato Donna - ritengo importante questo legame: proprio l’evoluzione culturale sta guidando il nostro lavoro di consulenti e il rapporto con chi gestisce la viticoltura. È un errore pensare che la cura del paesaggio, di ciò che circonda o si trova all’interno delle aree coltivate, sia possibile soltanto nelle zone agricole più redditizie. In Alto Adige, territorio particolarmente ricco, si incontrano per esempio frutteti con bordi non diserbati e filari di girasoli; ma anche in Africa centrale, dove l’agricoltura garantisce appena un reddito di sussistenza, ho osservato esempi di gestione straordinaria, caratterizzati da una cura persino commovente. È dunque soprattutto un fatto culturale”.
“Il cambiamento climatico - ha proseguito Donna - sta modificando gradualmente anche il concetto di bellezza del paesaggio. Stiamo passando dall’apprezzamento per l’ordine di una viticoltura geometrica, precisa e uniforme a quello per una forma di disordine governato, che accresce la resilienza della vite grazie all’ombra degli alberi e al rafforzamento della biodiversità. È una diversa interpretazione del paesaggio, nella quale la Franciacorta è all’avanguardia, benché vi sia ancora molto da imparare sul rapporto tra queste funzioni e la qualità paesaggistica. Come Studio Agronomico Sata lavoriamo in tutta Italia e non conosco altre aree nelle quali Consorzio, aziende, istituti di ricerca ed enti, come la Fondazione Lgh, collaborino con la stessa intensità. Questa condizione crea opportunità, spesso su impulso delle stesse aziende: per esempio, l’avvio di una nuova zonazione territoriale multidisciplinare, che non comprende più soltanto le tradizionali analisi pedoclimatiche, ma anche la misurazione della biodiversità e lo studio delle relazioni tra gli organismi del suolo responsabili della fertilità. Questi organismi contribuiscono all’evoluzione della sostanza organica e rafforzano la resilienza del sistema ai cambiamenti climatici, oltre a favorirne la qualità”.
Questa evoluzione ha avvicinato il territorio della Franciacorta ad un nuovo rapporto tra agricoltura e paesaggio, fondato sull’agroforestazione, alla quale si stanno dedicando diverse aziende. In viticoltura, l’agroforestazione rappresenta un’alternativa alla monocoltura e uno strumento per limitare i danni del cambiamento climatico. La piantumazione di alberi, arbusti e siepi all’interno o ai margini dei vigneti permette di creare sistemi ecologici complessi e corridoi di biodiversità che, attraversando le vigne, collegano tra loro ambienti naturali, come i boschi.
“Le realtà che intraprendono sul territorio il percorso innovativo dell’agroforestazione - ha spiegato Donna - diventano anche modelli da imitare. Per questo i dati e i risultati ottenuti devono essere condivisi e divulgati, affinché diventino patrimonio comune. Sono pochissime, anche a livello europeo e mondiale, le aree che stanno sperimentando su questi aspetti con l’intensità della Franciacorta. Non c’è altra strada che lavorare sul proprio territorio, perché ogni contesto pedoclimatico è diverso. In collaborazione con le Università di Brescia e di Milano, anche grazie a modelli previsionali, stiamo cercando di capire quali piante saranno adatte alle condizioni che si presenteranno tra trenta o cinquant’anni. Una gestione del paesaggio capace di unire utilità e bellezza, funzione ed estetica, richiede competenze diverse e un approccio multidisciplinare, vicino anche alla nuova sensibilità sociale verso la diversità. L’elemento più importante per accrescere sensibilità e consapevolezza su questi temi - ha concluso Donna - è la formazione dei più giovani, a partire dalla scuola primaria”.
Clementina Palese
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