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IL MESSAGGIO

Il vino italiano ha ancora un grande futuro. Parola di chi ne ha scritto passato e presente

Le riflessioni di “quattro tenori” come Piero Antinori, Sandro Boscaini, Angelo Gaja e Fausto Maculan, da “VinoVip Cortina” by “Civiltà del Bere”

Lavorare seriamente ma con divertimento, perché il settore del vino, nonostante le mille difficoltà del presente, consente di farlo; fare in fretta, ma “con calma”, e abbandonare il settore se non lo si ama, perché il “mestiere del vino” si può fare solo se c’è passione; dare fiducia ai giovani, dare loro consigli ma lasciarli fare, perché sono più preparati e partono da una situazione comunque migliore di quella del vino di mezzo secolo fa; continuare a fare bene quello che è stato fatto fino a oggi, con un occhio particolare al quadro economico generale e aziendale: è la “sinfonia” cantata oggi, a “VinoVip Cortina 2026” by Civiltà del Bere (oggi e domani nella “perla delle Dolomiti”), da quattro “tenori” del vino italiano. Piero Antinori, l’uomo che ha fatto diventare Marchesi Antinori, azienda toscana dalla storia plurisecolare, ormai con tenute in tutta Italia e anche in California, uno dei brand più forti, rispettati e prestigiosi del vino italiano nel mondo; Angelo Gaja, produttore tra i più autorevoli, icona delle Langhe in primis, ma non solo; Sandro Boscaini, alias Mr Amarone, al vertice di una delle più importanti aziende della Valpolicella, Masi Agricola, ma non solo; Fausto Maculan, visionario produttore di Breganze, interprete dell’uva Vespaiola e del Torcolato: quattro grandi padri nobili del Rinascimento del vino italiano, personalità che, con le loro qualità e la loro visione imprenditoriale, hanno segnato in maniera indelebile, insieme a pochi altri, il rinascimento del vino italiano. Capitani d’impresa che, alla guida delle loro aziende di famiglia, hanno attraversato tante fasi del vino moderno: dall’affermazione mondiale, grazie agli investimenti sulla qualità e sull’identità, di un vino italiano che, ancora negli anni Settanta-Ottanta del Novecento, era considerato “economico e di scarsa qualità” e oggi è apprezzato e rispettato in tutto il mondo, alla rinascita del settore dopo lo scandalo del metanolo, 40 anni esatti or sono, nel 1986; dai cicli di grande espansione alle crisi economiche e geopolitiche che hanno segnato la storia tra la fine del Novecento e questo primo quarto degli anni Duemila. I quattro si sono confrontati tra visioni, ricordi e idee, per cercare di immaginare il futuro del vino, partendo da quelle che, secondo loro, tra le tante difficoltà di oggi, sono le principali minacce. E per Piero Antinori la numero uno è quella che riguarda il tema “alcol e salute”: “uno dei pericoli maggiori è questa tendenza ad equiparare il vino agli altri prodotti alcolici: sono cose completamente diverse. Dobbiamo fare una comunicazione che spieghi i valori del vino, questa tradizione millenaria che ci accompagna da sempre e che ha ancora un grande potenziale. Il vino è qualcosa che accompagna la tavola, favorisce la convivialità, ha valori sociali e legati al benessere, se bevuto con moderazione. Va raccontato meglio, bisogna fare più comunicazione: oggi nel mondo sono prodotte 30 miliardi di bottiglie all’anno. Basterebbe che ogni produttore si “tassasse” di pochi centesimi a bottiglia per mettere insieme un grande budget di comunicazione, raccontare meglio il vino e realizzare una campagna di educazione a livello mondiale”.
“Abbiamo vissuto momenti belli e difficili, siamo stati vincenti come lo è stato il vino e come lo sarà, nonostante i cambiamenti che stiamo vivendo. Dobbiamo fare autocritica, però - ha detto Sandro Boscaini - siamo stati troppo ripiegati su noi stessi come “sistema vino”, non abbiamo visto il passo del cambiamento che la cultura e la socialità stanno vivendo; ancora si parla di vino come si faceva 40 anni fa. Basta autoincensarsi, basta egocentrismo: dobbiamo avvicinarci al vino con la chiave di oggi, ovvero con più leggerezza”. “A me quello che spaventa di più è il cambiamento climatico con i suoi effetti - ha detto Angelo Gaja - ma resto positivo sul futuro. Dobbiamo affermare con forza che il vino fa bene a chi lo sa bere, che non vuol dire parlare di moderazione, che è una parola che non mi piace, ma di misura, di cultura, di valori. E del calo dei consumi non dobbiamo preoccuparci troppo. Certo, nei mercati storici i consumi forse caleranno ancora, ma perché sono ancora alti: guardare a quando si consumavano 110 litri pro capite non ha senso, era un altro mondo. Dobbiamo esplorare altri mercati, asiatici e africani, dove i consumatori bevono magari prodotti più alcolici, e affermare il valore del vino”.
“Siamo scesi sotto i 50 litri pro capite in Italia ed è una cosa che può spaventare. Ma nel frattempo ci siamo inventati un vino nuovo - ha detto Fausto Maculan - di qualità, con bottiglie importanti. Gran parte della crisi del vino di oggi parte da Bordeaux, dove espiantano vigne, con ricadute su tutto il commercio mondiale. In Italia non siamo messi così male, abbiamo tante cose che ancora funzionano. Chi ha lavorato bene, fatto qualità, creato immagine, non va male. Il cambiamento climatico, invece, spaventa. Ma, in ogni caso, se oggi il mercato cerca più vini bianchi, più spumanti e vini più leggeri, seguiremo il mercato, come abbiamo sempre fatto. Abbiamo superato il metanolo e tante crisi, supereremo anche questa”.
Del resto, a guardare al futuro sono produttori che hanno visto un mondo del vino molto diverso, e più povero, da quello di oggi, attraversando anche tante difficoltà.
“Ricordo quando, dopo la guerra, avevo sei anni e mio padre Niccolò - racconta Piero Antinori - fu chiamato di corsa in cantina, perché i tedeschi, ritirandosi, avevano mitragliato le botti e avevamo perso tutto. Fu difficile ripartire da zero nel dopoguerra, ma ce l’abbiamo fatta. Abbiamo trasformato il settore: in pochi anni siamo passati dal fare quantità al fare qualità, con un rinnovamento quasi totale del vigneto italiano, esperimenti, investimenti ed errori. Abbiamo rinnovato le cantine, è stato un periodo che ci ha impegnato tanto. Abbiamo inventato l’enoturismo. Tutto quello che abbiamo fatto in questo periodo lo diamo per scontato, ma è stata dura, con tanti investimenti e rischi. Lo abbiamo fatto perché credevamo in questa transizione, in questo rinnovamento. E dobbiamo continuare a crederci”.
“In Valpolicella, dopo la metà degli anni Cinquanta del Novecento, si discuteva tra chi voleva continuare a produrre grandi quantità di vino, svilendo però il lavoro dei viticoltori con prezzi bassi, e chi voleva fare qualità. E io - ha ricordato Sandro Boscaini - ero per questa seconda strada. Era difficile cambiare mentalità e addirittura volevo smettere di fare questo mestiere. Poi, però, ho incontrato tante persone di cultura che mi hanno fatto cambiare idea, e anche per valorizzare l’aspetto culturale del vino è nato il Premio Masi”.
“Ho poca memoria e tendo a dimenticare le cose brutte - ha detto Angelo Gaja - e voglio guardare al futuro. Leggere il mondo del vino di oggi non è facile, ci sono tante ombre, ma possiamo fare meglio. È il momento di produrre meno, ma meglio. Dobbiamo anche ridare dignità al vino da tavola, che non è uno scarto, ma un prodotto con una sua collocazione. Il vino è il campione indiscusso del made in Italy, perché è l’unico prodotto che viene fatto in tutto il Paese e non può essere delocalizzato. Dobbiamo affermarne la forza e il valore”.
“Dobbiamo credere nel vino. Io non sono partito dalla Toscana, dalla Valpolicella o dalle Langhe. Sono partito da Breganze, che ho fatto fatica a far scrivere sulla mappa del vino mondiale. È stato difficilissimo. Ricordo che al nostro primo Vinitaly, nel 1975, facemmo tre ordini: uno nell’hotel in cui dormivo, uno nel ristorante in cui mangiavo tutti i giorni e uno, per caso, allo stand. Non è stato facile partire; poi, dialogando con varie figure, tra cui Luigi Veronelli, il percorso è iniziato e siamo qui. Non si deve mai mollare”.
Anche perché, pur in un contesto difficile come poche altre volte dall’inizio del secolo, c’è ancora tanto di bello e positivo nel vino di oggi.
“Nel vino c’è sempre da inventare qualcosa di nuovo. Ci sono stati tanti progressi tecnologici in vigna e in cantina - ha detto Antinori - e i vini che facciamo oggi sono di certo più buoni di quelli del passato. Possiamo migliorare ancora, ma il bello del presente è quello che mi aspetto dai mercati: nel mondo ci sono tante aree in cui il vino, di fatto, non è stato ancora scoperto. Bisogna guardare a questi mercati che si apriranno, ne sono convinto: India, Sud America e così via. Mercati che si svilupperanno, e questo ci deve lasciare tranquilli. Anche considerando che nessuna bevanda accompagna il cibo bene come lo fa il vino”.
“Il vino deve fare professione di umiltà, tornare alla sostanza e vendersi per quello che è, a tutti i livelli, da quelli più basilari a quelli più elevati. Il problema è che tutti cercano di vendere il proprio vino come se fosse quello di Gaja, ma ovviamente non è così”, ha detto, dal canto suo, Sandro Boscaini.
“A metà degli Anni Settanta del Novecento, a New York, gli enotecari - ha raccontato Angelo Gaja - mi dicevano che, perché il vino italiano si vendesse, doveva costare meno del vino francese più economico. Poi abbiamo fatto passi da gigante, nel vino come nel cibo: pensiamo a quello che ha fatto il Parmigiano Reggiano. Dobbiamo andarne fieri. Abbiamo dovuto costruire un mercato che non c’era. Oggi abbiamo tanti giovani preparati, laureati, che parlano le lingue e conoscono la tecnologia. Dobbiamo lasciare loro spazio, dare loro consigli e consentire loro di non ascoltarli. Diamo loro fiducia”. “Abbiamo fatto tanta innovazione in questi anni, raccolto tante informazioni che oggi possiamo fornire alle nuove generazioni. Dobbiamo continuare a ricercare una qualità ancora maggiore e a raccontarla meglio”, ha concluso Fausto Maculan.
Si chiudono così gli assoli di un coro di grandi tenori del vino italiano, che lascia nelle orecchie un vento di positività e di speranza per il futuro di un settore che oggi è in grande difficoltà, ma che deve guardare avanti, come del resto ha sempre fatto nella sua millenaria storia.

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