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LO SCENARIO

Il vino soffre in Usa e cerca nuovi mercati. Ma la guerra in Medio Oriente preoccupa

Lo studio Nomisma Wine Monitor ed i commenti di Diego Cusumano (Cusumano), Matteo Lunelli (Ferrari Trento) e Lamberto Frescobaldi (Uiv)

Il 2025 per il vino italiano sarà ricordato anche per la frenata riscontrata nel suo mercato principale, quello degli Stati Uniti. Il peso dei dazi, che, come una variante incontrollabile, a partire da aprile 2025, ha gravato sul comparto, è stato decisivo, ma non bisogna dimenticare altri fattori comunque rilevanti, dal calo dei consumi alle preferenze orientate altrove, fino al calo del potere di acquisto e alle problematiche del dollaro. E tanti altri mercati non hanno dato segnali positivi, dal Regno Unito all’Oriente, la Russia è crollata e realtà emergenti non sembrano, al momento, capaci di assorbire le quote che si stanno perdendo. Tutto ciò ha inciso, ma va sottolineato come il 2024 è stato un anno record per le esportazioni ed è anche normale una fase di riassestamento dopo i tanti piccoli o grandi terremoti che si sono manifestati per il comparto vino. Ma, indubbiamente, la situazione preoccupa perché è l’incertezza a dominare, alla luce anche del recente conflitto esploso in Medio Oriente che si va ad aggiungere ad uno scenario già difficile. Secondo l’ultima rilevazione di Wine Monitor, l’Osservatorio di Nomisma dedicato al mercato del vino, che fornisce aggiornamenti continuativi sulle dinamiche del mercato, i dati sulle importazioni di vino negli Stati Uniti certificano il trend negativo che si era già palesato in maniera chiara a partire da aprile e che ha condotto ad una flessione per l’anno 2025 pari a quasi -12% a valore, con il mercato che si è attestato intorno ai 5,5 miliardi di euro. L’indebolimento del dollaro e l’applicazione dei dazi hanno portato i nodi al pettine di una situazione di mercato che già subiva i contraccolpi negativi del calo dei consumi di vino in essere già da alcuni anni e che l’euforia post-Covid aveva tenuto nascosto. Uno scenario che poteva essere ancora più negativo considerato che, per Nomisma Wine Monitor, solo la presa in carico di una quota dei dazi imposti dall’amministrazione Trump a scapito della propria marginalità da parte di produttori e importatori ha permesso di evitare un crollo dal lato dei volumi.
In questo scenario, per quanto riguarda le esportazioni di vini italiani Dop negli Usa, i volumi spediti fino a novembre 2025 si attestavano a 2,37 milioni di ettolitri per un valore pari a 1,3 miliardi di euro, evidenziando una contrazione rispettivamente del -2,6% e del -6,2% sullo stesso periodo dell’anno precedente. La flessione si osserva soprattutto nel segmento dei vini rossi Dop, dove toscani, piemontesi e veneti hanno lasciato sul campo una riduzione a valore superiore al 7%. Fanno eccezione i bianchi siciliani (+12%) ed i bianchi toscani (+39%), mentre le esportazioni di Prosecco si mantengono in territorio positivo sul fronte dei volumi (+1,3%) malgrado il calo a valore (-2%).
Il mercato statunitense è sostituibile? Probabilmente no, ed i tempi non sono al momento maturi. Ma è giusto guardare altrove ed essere lungimiranti, e, non a caso, i produttori di vino stanno intensificando l’attività di posizionamento e sviluppo su altri mercati di destinazione. Purtroppo, però, il consuntivo 2025 degli altri top mercati di consumo di vino non sembra aver regalato grandi soddisfazioni alle nostre imprese, afferma Nomisma (e lo abbiamo visto, mese per mese, nei dati Istat sull’export analizzati da WineNews, l’ultima rilevazione è quella di novembre 2025).
Nel 2025 la Cina ha evidenziato una flessione delle importazioni totali di vino, attestandosi su volumi di poco superiori ai 2 milioni di ettolitri e un valore complessivo pari a circa 1,3 miliardi di euro. Nel dettaglio, le quantità importate e il valore registrano un calo significativo su base annua. Le riduzioni coinvolgono tutte le categorie di prodotto con la sola eccezione degli spumanti, per i quali le quantità risultano in crescita a fronte di valori in contrazione. Per quanto riguarda il vino italiano, il calo nei valori supera il 15%. Ma le importazioni di vino risultano in flessione anche in Giappone, con gli acquisti dall’estero che si attestano su un valore complessivo di circa 1,5 miliardi di euro. Nel dettaglio, le quantità importate registrano un calo del -2,2%, mentre il valore segna una diminuzione del -1,7% su base annua. Ed il rallentamento degli scambi interessa tutti i principali fornitori che perdono in valore, ad eccezione della Francia (che si conferma il primo partner commerciale del Paese), mentre Cile e Stati Uniti registrano una crescita nei volumi, ma una perdita a valore. Spagna e Italia mostrano, invece, cali sia a valore che a volume, con i nostri vini che detengono una quota di mercato pari al 12,5% del totale. Nell’anno appena concluso, poi, il mercato sudcoreano evidenzia una crescita del +5,3% dei volumi totali di vino importato a fronte di una perdita del -10% nel valore complessivo, che si ferma a circa 385 milioni di euro complessivi. La flessione interessa quasi tutte le categorie di vino in termini di valore, con l’unica eccezione degli sfusi che segnano una crescita decisa (+30,6%). Relativamente alle esportazioni di vini italiani Dop verso la Corea del Sud, i dati rilevati da Nomisma evidenziano un andamento positivo soprattutto per i rossi del Veneto, in crescita significativa sia a valore sia a volume.
Anche il Regno Unito mostra una flessione delle importazioni complessive di vino, sia in termini di volume (-6,0% rispetto al 2024), sia a valore (-6,3%), per attestarsi a circa 4,3 miliardi di euro. La flessione è generalizzata praticamente per tutte le tipologie di vino importato, accompagnate da una diminuzione su base annua dei prezzi medi di vendita per i vini fermi e frizzanti imbottigliati e per gli spumanti. L’Italia, secondo fornitore del mercato con una quota del 24%, lascia sul campo un 6% di perdita nel valore del vino esportato. Va giù pure il mercato della Svizzera che nel 2025 fa registrare una contrazione delle importazioni complessive di vino in termini di volume (-4,7% sul 2024) a fronte di un lieve incremento (+0,7%) nel valore totale, che raggiunge i 1,2 miliardi di euro. Per quanto riguarda i vini italiani, si registra una flessione pari quasi a - 6% a valore e -3% a volume. Una nota positiva arriva dal Brasile (che, però, rimane fino a questo momento una piccola nicchia per l’Italia, ndr), le cui importazioni di vino nel 2025 hanno registrato una crescita sia nei volumi (+3,5%) che nei valori (+1,9%) sul 2024. Questo incremento è riconducibile in particolare alla positiva performance dei vini fermi e frizzanti imbottigliati. Secondo le rilevazioni di Nomisma Wine Monitor, le esportazioni di vini italiani Dop verso il principale mercato sudamericano registrano una crescita sia in valore sia in volume, con i rossi della Toscana che si confermano il primo vino esportato in Brasile per valore mentre i bianchi del Veneto trainano la crescita a volume. Dati che, per Nomisma Wine Monitor, confermano la strategicità di questo mercato in chiave di sviluppo futuro, anche alla luce dell’accordo di libero scambio Ue-Mercosur che, come annunciato dalla Commissione Europea, sarà comunque applicato in via provvisoria in attesa della ratifica da parte del Parlamento Ue.
“Negli Usa - è il commento di Denis Pantini, responsabile Wine Monitor di Nomisma - l’introduzione dei dazi sulle importazioni di vino ha generato forti turbolenze lungo tutta la filiera: dopo una fase di stoccaggio preventivo per evitare le nuove tariffe, si è assistito a una riduzione delle spedizioni anche a causa di un mercato interno in contrazione, che non è riuscito ad assorbire il surplus di offerta. La necessità di mitigare l’aggravio fiscale per mantenere competitivi i prezzi al consumo ha spinto i produttori verso una riduzione dei prezzi medi sostanzialmente in tutte le categorie, così come evidenziato dal calo del valore complessivo delle esportazioni. Questo sta obbligando i produttori italiani sia ad incrementare il posizionamento negli altri Paesi, per quanto molti dei principali mercati di sbocco nel 2025 si sono caratterizzati per una performance negativa delle importazioni, nonché a cercare nuove destinazioni che, fortunatamente, non sembrano mancare a partire dai Paesi dell’Est Europa - come Polonia e Repubblica Ceca - a quelli del Sud-Est Asiatico come Vietnam e Tailandia”.

Focus - I commenti di Diego Cusumano (Cusumano), Matteo Lunelli (Ferrari Trento) e Lamberto Frescobaldi (Unione Italiana Vini-Uiv)
Oltre alla preoccupazione per i dazi, il vino italiano si interroga anche sulle possibili conseguenze che si possono generare dal nuovo conflitto in Medio Oriente che si è scatenato in Iran (e non solo). Per Diego Cusumano, tra i più riconosciuti vignaioli in Italia e all’estero, alla guida, insieme al fratello Alberto, dell’azienda di famiglia, tra i fiori all’occhiello della Sicilia enoica, la guerra “rappresenta un’ulteriore aggravante non solo per l’export del vino, ma per il made in Italy in generale. Se dazi e aumento dei prezzi hanno determinato un significativo rallentamento ora la minaccia è l’interruzione delle catene di fornitura, nello specifico in termini di logistica e trasporti. I corridoi internazionali, a causa della guerra, si stanno decisamente restringendo, con una scarsa disponibilità di carriers (trasportatori, ndr) operativi, il che si tradurrà in costi di trasporto, ove possibile, molto più cari e perciò antieconomici. D’altro canto domandiamoci anche cosa dovremmo fare, già in questo 2026, con la vendemmia di fatto alle porte (fine agosto), con le probabili eccedenze dovute alla forte frenata non tanto della domanda estera, che permane, ma della possibilità di soddisfarla logisticamente. E se noi vignaioli, per certe tipologie di vino, siamo leggermente fortunati, poiché ci sono i tempi di invecchiamento, mi domando quale sarà l’impatto su tutto il comparto enofood italiano”.
D’accordo con Diego Cusumano anche Matteo Lunelli, ad Gruppo Lunelli, carica che ricopre, insieme alla presidenza, in Ferrari Trento, tra i vertici della spumantistica italiana. “La guerra - sostiene Lunelli - avrà ripercussioni sicuramente anche sull’economia: porterà problemi nei trasporti perché compromette rotte strategiche, intacca la fiducia dei consumatori, si alzano i costi dell’energia e viene coinvolta anche la zona del Middle East, degli Emirati, che è un mercato in forte crescita e anche rilevante in generale per il vino italiano e il made in Italy”.
E la conferma sulle eccedenze arriva anche da Lamberto Frescobaldi, alla guida del Gruppo Frescobaldi e presidente Unione italiana vini - Uiv, che già a luglio scorso aveva lanciato l’allarme: “abbiamo oltre 40 milioni di ettolitri di vino in giacenza e se la prossima vendemmia - ovvero quella entrante, spiegava il presidente Uiv - sarà nella media con circa 50 milioni di ettolitri, avremo a fine anno una disponibilità di prodotto per circa 90 milioni di ettolitri. Un’offerta monstre che rischia di deprimere i prezzi. Non c’è proprio nulla da esultare”.

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