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LECTIO

La genetica nella storia della vite: tra pregiudizi e ricerca sui vitigni resistenti

“Da Linneo all’editing del genoma: anche la scienza ha i suoi pregiudizi”: dai Vivai Cooperativi Rauscedo la lezione del professor Scienza
ATTILIO SCIENZA, DARWIN, EUGENETICA, GENETICA, LINNEO, RAZZISMO, RICERCA, VITE, VIVAI COOPERATIVI RAUSCEDO, Italia
La genetica nella storia della viticoltura

La scienze e la ricerca, nella storia dell’uomo, hanno avuto - ed hanno - un ruolo fondamentale. Non solo per rispondere alle domande che ci poniamo ogni giorno, ma anche e soprattutto per risolvere le sfide e gli ostacoli cui il mondo ci mette di fronte. Vale per ogni ambito, compreso il vino, che - come non ci stanchiamo di scrivere - ha di fronte forse la più dura da quando accompagna la civiltà: l’adattamento ad un cambiamento climatico repentino e la resistenza alle malattie della vite. Sfide che la vite ha già affrontato in passato, vincendo quelle con il clima, ma anche perdendo quella con la Fillossera, almeno in Europa. A salvare la vite, alla fine, è stata sempre la scienza, o meglio, la genetica, come ha raccontato il professore Attilio Scienza, ordinario di viticoltura all’Università di Milano, dal convegno “Verso una nuova agricoltura: il ruolo della genetica e del vivaismo”, che ha seguito l’inaugurazione del “VCR-Research Center” (nei prossimi giorni, il video WineNews, tra ricerca e mercato delle barbatelle), l’avveniristico centro di ricerca dei Vivai Cooperativi Rauscedo, cui hanno preso parte i professori Michele Morgante e Andrea Testolin dell’Università di Udine, il dottor Riccardo Velasco, direttore del Crea-Ve, e Paolo De Castro, coordinatore S&D alla Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo.

“Serve uno sforzo per fare accettare i risultati della ricerca scientifica, c’è bisogno di divulgazione e comunicazione, altrimenti rischiamo che tutto ciò che facciamo rimanga una ricerca chiusa in un cassetto. Per riuscirci, bisogna uscire dal canone, dalla norma, perché siamo vittime di un canone scientifico che ci ha condizionato e ci condiziona nel modo con il quale vediamo la collocazione delle piante all’interno dello sforzo fatto da Linneo, che nell’opera “Genera Plantarum”, del 1748, introduce la nomenclatura binomia e la cosiddetta gerarchia linneiana, costituita da quattro categorie di ordinamento discendente: classe, ordine, genere, specie”, spiega il professore di Viticoltura all’Università degli Studi di Milano. “Il genere era per Linneo la pietra angolare della classificazione ed il criterio di classificazione si basava sui caratteri del fiore. Con Darwin, 100 anni dopo, la classificazione diventa scendente, naturale, evoluzionistica, parte da un progenitore comune e snobba il valore della specie, ma per Linneo, che era un creazionista, come per Darwin, che era invece un evoluzionista, il limite stava nella definizione stessa di specie”, continua Attilio Scienza.

A.R Wallace, contemporaneo di Darwin, ne condivide il pensiero ed approfondisce la teoria della speciazione nei suoi aspetti spaziali, introducendo un concetto allora nuovo, quello della biogeografia, secondo cui l’evoluzione della specie è avvenuta per l’areale che si era frammentato in conseguenza della scomparsa di porzioni di terre emerse. I requisiti più importanti per definire le regioni d’origine erano quelli della disponibilità di fossili del terziario, così da poter evidenziare i cambiamenti avvenuti sulla superficie della terra, e il genere “Vitis” possiede questi requisiti. Si è scoperto così che i climi degli Stati Uniti (Semiarido Freddo, Subpolare, Temperato Semiarido, Temperato Umido, Arido Caldo) sono all’origine della speciazione del genere “Vitis”. In base ai diversi climi, abbiamo infatti la Vitis Aestivalis, la Vitis Labrusca, Vitis Cinerascentes, Vitis Cordifoliae e così via. Se nel 1735 Linneo aveva individuato due specie (Vinifera e Vulpina), Michaux nel 1803 ne descrive 19, e Kuntze nel 1891 fa la prima classificazione organica del genere Vitis. Prima di lui, Planchon aveva messo in fila 10 generi e molti sottogeneri, mentre Baley, nel 1934, individua per il Nord America 6 serie con 30 specie, e Galet, nel 1988, descrive 17 generi viventi e 2 fossili e 59 specie. Oggi - continua il professor Attilio Scienza - la tendenza è di ridurre il numero delle specie e di inserire le nuove specie trovate in Cina”.

Per la genetica della vite uno dei passaggi più importanti riguarda la tassonomia post genomica, ossia “le classificazioni ottenute con l’analisi dei marcatori nSSR,cpSSR, SNP, a partire dagli anni 2000, che hanno evidenziato come le differenze morfologiche e fisiologiche siano dovute a strategie di adattamento (ecospecie), come l’analisi dei tratti molecolari (nucleari e cloroplastici) suggerisca l’assenza di una separazione netta tra le specie asiatiche ed americane (origine monofiletica), e quindi che la prima divergenza è avvenuta in Asia e poi tra Europa e Usa. Gli studi sulla speciazione della Vite Europea, e quindi sul passaggio dai Cissus alla Vitis Sylvestris, suggeriscono che si possa individuare un anello di congiunzione tra le due specie in una fase geologica tra il Paleocene e l’Eocene (65-55 milioni di anni fa), durante la quale i Continenti erano ancora incastrati tra loro. L’incastro perfetto – ricorda il professore Attilio Scienza – risale a 250 milioni di anni fa, quando avevano già iniziato il loro allontanamento (la Deriva dei Continenti), che avrebbe portato al mondo come lo conosciamo oggi, consentendo quella coesistenza in Europa di tipi americani ed eurasici. Gli ultimi studi sono stati fatti da botanici, perlopiù cinesi e nordamericani, che ci raccontano come la vicinanza genetica delle nostre vite da vino sia più con quella americana che con quella europea”.

La domanda, allora, è: dove sono le differenze tra le specie americane e quelle asiatiche? La distinzione classica tra le specie, spiega ancora il professore di Viticoltura all’Università degli Studi di Milano, “è il risultato di valutazioni di carattere ampelografico. Tra le specie americane e la vite europea la distinzione si è basata sulla presenza di due metaboliti delle bacche, l’etilantranilato e il di-glucoside della malvidina. L’origine comune delle specie asiatiche ed americane è stata recentemente dimostrata dall’analisi del Dna plasmidiale, che ipotizza il centro d’origine primario del genere in America e la successiva migrazione in Eurasia”. Insomma, non esistono veri e propri fattori di discriminazione tra le specie americane e quelle eurasiatiche, legate dal principio e figlie di un meticciato che - nonostante i pregiudizi della stessa scienza, durati un secolo, vissuto nel mito della purezza della specie e della razza - è la vera salvezza della vite. Lo testimoniano, ad esempio, “gli esteri dell’antranilato, del cinnamato e del furaneolo, responsabili dell’aroma di foxy di alcune specie americane (essenzialmente Vitis Labrusca e i suoi ibridi e Vitis Rotundifolia), sostanze che sono state rilevate anche nel Pinot Nero, e che sono le responsabili delle note fruttate e di frutti di bosco dei vini di Borgogna: i due geni che codificano per la sintesi degli antranilati sono espressi in modo differenziato nella Vitis Labrusca e nella Vitis Vinifera, ma l’espressione differenziale nelle due specie è proprio il risultato di una mutazione (da elementi trasponibili) o di ricombinazione genetica”, spiega Attilio Scienza.

La genetica, in sostanza, racconta molto, se non tutto, di un individuo e di una specie, sia esso un uomo o una varietà di vite, ma in passato ha conosciuto la degenerazione dei suoi eccessi, ossia l’eugenetica, che dalla fine dell’Ottocento ha spinto molti scienziati alla ricerca ossessiva del miglioramento della specie, in una rincorsa della purezza e della perfezione che poco o nulla ha a che fare con la vita, umana, animale e vegetale. L’eugenetica, in questo senso, “è il fondamento del razzismo: inventata dallo statistico inglese Francis Galton cugino di Darwin ed ispirato dalla sua opera, nel 1859, si basava sul concetto che la selezione naturale assicuri la diversità delle specie e la sopravvivenza degli individui più adatti, e parallelamente elimini i meno adatti, cosa che dovrebbe prodursi, a livello sociale, anche rispetto ai caratteri intellettuali”, riprende Attilio Scienza. Che fosse una scienza degenerata lo testimoniano, tra i tanti, tantissimi, le parole del Premio Nobel Richter che, nel 1919, sulle pagine de “La Selection Humaine”, scriveva: “dopo l’eliminazione delle razze inferiori, il primo passo nella via della selezione è l’eliminazione degli anormali”. Nel 1924 Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica, in occasione del I Congresso di Eugenetica Sociale, sosteneva che l’eugenetica rappresentasse una preziosa conquista in continuo sviluppo, in una interpretazione dell’umano radicalmente contraria a quella cristiana”. Oggi, fortunatamente, possiamo sposare, senza dubbi, la massima di Luigi Luca Cavalli-Sforza, che nella sua “Introduzione alla Genetica Umana” del 1976, scriveva: “Le razze esistono non nei nostri geni, ma nelle nostre teste, nelle società in cui viviamo”.

Ci sono, a ben guardare, tantissime analogie tra il razzismo e la discriminazione tra le specie di Vitis, perché per lungo tempo la fisiognomica è stata alla base della eugenetica per determinare i caratteri della discriminazione tra le razze umane, così come il metil-antranilato ed i di-glucosidi della malvidina sono i composti chimici usati per discriminare le specie americane dalla vite europea, con tanto di studi scientifici a supporto della dannosità della vite americana”, dice ancora il professore di Viticoltura all’Università degli Studi di Milano. Una grande intuizione su come, più che la purezza, sia proprio l’incrocio a garantire la prosecuzione ed il miglioramento della specie, arriva dal V Congresso Internazionale della Vigna e del Vino, nel 1938, quando il professor Husfeld del Kaiser Wilhem Institut presenta la ricerca “La Genetica in Viticultura”. “Attraverso quello che chiama “incesto” (autofecondazione) di Riesling ottiene 20 milioni di semi, e da successivo incrocio tra vitigni resistenti arriva a 10 milioni di semi, dai quali ottiene 7 piante di Riesling che tollerano la peronospora. Una relazione fortemente contestata dai francesi, mentre in Germania - per capire lo spirito del tempo - il Governo si appresta a promulgare le leggi razziali. Come se non bastasse, un bombardamento americano sulle serre del Kaiser Wilhem Institut di Muencheberg (Berlino) nel 1943 distrugge le preziose viti tolleranti, ma intanto si era dimostrato in modo empirico l’esistenza nella Vitis Vinifera di geni della resistenza”.

Verso gli “ibridi”, da allora, è resistito sempre un certo ostracismo, che, finalmente, sembra cambiare. “In Francia, nel 1937, venivano osteggiati per il ruolo crescente che avevano nella produzione nazionale di vino, e nel 1938, in Germania - come abbiamo visto - godevano di scarsissima popolarità sull’onda delle leggi razziali”, riprende Attilio Scienza. “Una impopolarità che resiste per decenni, tanto che nel 1974 in Francia le varietà figlie di incroci vengono ribattezzate “meticci”, per distinguerli dai vecchi ibridi. In questo contesto, fondamentale sarà la risoluzione dell’Oiv del 1979, presentata dalla Germania, per autorizzare la coltivazione degli ibridi di qualità nella Cee. Oggi possiamo ben dire che il meticcio salverà la viticoltura, perché la discontinuità territoriale tra le specie americane e la vite europea e la moltiplicazione agamica nella pratica viticola impediscono la creazione spontanea di piante resistenti tra le diverse specie del genere Vitis, ma con il miglioramento genetico tradizionale per incrocio e quello con le nuove tecnologie si superano queste barriere naturali, altrimenti invalicabili, che impediscono l’evoluzione naturale all’interno del genere. Si compie così la profezia ed il sogno di Mendel: la genetica è l’evoluzione nelle mani dell’uomo”.

Eppure, ancora oggi il mito del vino si identifica in molti contesti con il concetto di purezza, che ha prima di tutto un significato religioso: “incrociare specie diverse con la vite europea significa contaminare lo stato naturale dell’uva, contaminare chi produce quel vino e chi lo consuma, significa interrompere quel legame tra la tradizione classica e la contemporaneità. Attraverso la purezza del vino ottenuto dalla vite europea, i movimenti esoterici si propongono di ripristinare quel legame tra religione e vino ed attraverso questo far assumere alla natura uno stato superiore per predisporla ad un rapporto con il mistero. La ricerca della purezza varietale in un vino richiama i principi della cosiddetta viticoltura naturale e biodinamica, attraverso il rifiuto ideologico dell’enologia moderna intesa come officina alchemica”, spiega Attilio Scienza, secondo cui “l’accettazione antropologica dei vitigni resistenti si porta dietro il peso della storia e del mito, perché il vino è un oggetto simbolico, che contiene valori astratti fondamentali per la nostra cultura, è dotato di una efficacia simbolica capace di produrre risposte prevedibili e ripetute come il piacere, la devianza, suscitare eleganza, ricercatezza. Il vino è una bevanda totem,un mito (per etimologia un racconto), un valore sociale (in relazione alla comunicazione), richiama valori che non sono distanti dall’ideale dell’uomo: bello, sano, intelligente, che anche l’eugenetica voleva preservare dalla contaminazione razziale. Ma perché non ci scandalizziamo - si chiede Scienza - quando mangiamo una mela, altro oggetto mitico nella cultura occidentale, che è il risultato dell’incrocio (o ibridazione) del Malus Sieversii del Kazakistan con il Malus Sylvestris ed il Malus Orientalis? In futuro - conclude il professore Attilio Scienza, ordinario di Viticoltura all’Università degli Studi di Milano - la comunicazione avrà un ruolo essenziale per difendere il valore dei resistenti dalla falsa scienza, quella da cui nasce il negazionismo e il fenomeno contemporaneo dei No Vax”.

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