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La storia insegna sempre, anche quella agricola con i suoi rituali. In tempo di vendemmia è lo storico Massimo Montanari a raccontarne il rito a WineNews: “fondamentale per riscoprire il valore dell’agricoltura e il senso del rispetto del paesaggio”

Italia
Massimo Montanari, uno dei massimi studiosi al mondo di storia dell’alimentazione

“La vendemmia è una “data” importantissima, tanto che in passato veniva definita collettivamente con Decreti dell’autorità pubblica. Gli studiosi di storia del clima hanno potuto ricostruire gli andamenti climatici del passato, fino al Medioevo, guardando in quali date veniva definita. Più la vendemmia era tardiva più, ovviamente, il clima era stato rigido. Era un momento fondamentale nel calendario pubblico”. Nei giorni in cui nel vigneto Italia il rituale si ripete, ecco la raccolta delle uve raccontata per WineNews da uno massimi studiosi di storia dell’alimentazione al mondo: Massimo Montanari, medievalista, cattedra all’Università degli Studi di Bologna. Dal Medioevo ad oggi, ricorda lo studioso, “la vendemmia è da sempre un momento importante della coesione del mondo contadino, di festa, per stare insieme, per ridere, in immagini che sembrano quasi da favola, ma che funzionano ancora. Sono un elemento della nostra cultura che ci siamo portati dietro”.

Come momento importante di convivialità e condivisione tra generazioni, la vendemmia ci ricorda quindi che il vino è un simbolo di socialità. O no? “Diamo per scontato lo sia, ma non lo è per definizione - secondo Montanari - oggi tra i giovani il vino ha ricominciato a svolgere la funzione sociale che ha avuto per secoli, ma 30-40 anni fa non era così e si consumavano altre bevande, dai liquori forti ai soft drink. Nell’immaginario delle generazioni più giovani è tornato ad essere una cosa “buona” nel senso sociale del termine, perché favorisce la comunicazione. Penso, però, che i valori simbolici del vino non siano gratuiti, ma legati anche alla migliore qualità raggiunta negli ultimi 20 anni. Le due “bontà” vanno sempre insieme”.
Ma la vendemmia ci fa riscoprire anche e sopratutto il rapporto tra l’uomo e il paesaggio che lo circonda. “Lo rispettiamo poco. Vorrei essere provocatorio: è così per la carenza di senso civico che c’è nella nostra società, ma c’è anche un aspetto positivo, perché rispettare troppo il paesaggio significa pensarlo come un monumento intoccabile o un’opera d’arte data una volta per tutte, e in quanto tale da tutelare. Ma è sbagliato - sostiene Montanari - il paesaggio è stato costruito dall’uomo nel tempo, è il risultato di tanti interessi, affetti, rapporti sociali, economici e culturali. È giusto tutelarlo, ma ancora più giusto sarebbe capire che del paesaggio bisogna avere rispetto perché è il prodotto del nostro lavoro. Non si guarda, si fa. Una volta che avremo incorporato questa idea nel nostro atteggiamento, allora capiremo che è giusto non musealizzarlo ma rispettarlo, perché vuol dire rispettare noi stessi”.

Insomma, la storia insegna sempre, anche quando si ripercorre quella agricola con i suoi rituali. “L’agricoltura è un’attività che gli uomini hanno sempre fatto perché è utile a vivere. Non è buona di per sé, lo è perché serve. Ciò che dobbiamo imparare dalla nostra storia sono i risultati eccellenti che ci ha dato nelle modalità di lavoro, nel rapporto con le piante e con il territorio, perché gli uomini hanno sempre capito istintivamente che bisogna costruire il paesaggio per fare agricoltura in modo sostenibile, perché sennò non funziona. Il rispetto del paesaggio - conclude lo storico Montanari, uno dei massimi studiosi al mondo di storia dell’alimentazione - è il rispetto del nostro lavoro. Quando si fa un vigneto dietro ci deve essere un progetto sostenibile: non può essere pensato solo in funzione di un utile momentaneo che si ha perché quel vino va bene sul mercato, ma guardare anche all’interesse comune della collettività. Il rapporto che storicamente gli uomini hanno intrattenuto con l’agricoltura è collettivo, dove l’interesse delle comunità ha sempre contato di più di quello del singolo. Il rapporto con l’agricoltura dovrebbe tornare ad essere strumento di etica sociale, per capire che condividere interessi alla lunga funziona di più che perseguire quelli individuali”.

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