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L’espresso

Mister
Prosecco ... La raffinata tenuta nella Venezia nativa.
L’impero delle bollicene e gli altri vini.
Le riuscite scommesse di Gianluca Bisol … Curioso e ostinato, Gianluca Bisol
questo viaggio l’ha fatto mille
volte. Per tornare nella casa dei
primi veneziani, in barca da Venezia
a Mazzorbo, l’isola a nord
della laguna a mezz’ora da piazza San
Marco. Uno dei più antichi insediamenti
umani della laguna, tra gli ultimi angoli
che resistono al turismo di massa. “Potrei
tornarci altre cento volte senza mai annoiarmi
”, sospira l’imprenditore trevigiano,
andatura felpata, camicia di lino bianco e
baffetti arricciati da dandy. Mentre la
barca a motore avanza tra scrosci di pioggia,
tornano in mente le parole di Andrea
Zanzotto. Per capire qualcosa di Venezia,
suggeriva il poeta in un suo scritto, forse
bisognerebbe arrivarci “come in altri tempi
con mezzi d’altri tempi, per paludi, canali,
erbe, glissando con barche necessariamente
furtive, dopo esser passati attraverso
la scoperta di uno spazio dove tutte
le distinzioni son messe in dubbio”. Sulla
scia del poeta, Bisol più di dieci anni fa
scoprì la Venezia nativa: le isole di Mazzorbo,
Burano e Torcello, sempre più
spopolate. E qui oggi è riuscito a realizzare
il suo sogno l’imprenditore, presidente
e amministratore delegato di una delle
case storiche del prosecco superiore di
Conegliano-Valdobbiadene, la Docg che
cavalca il boom internazionale delle bollicine
con tassi di crescita a due cifre (vedi
box a pag. 127). La punta di diamante
dell’Italia da export, che vuole fare concorrenza
ai competitor più autorevoli e
tavolta ci riesce. Il 2013, infatti, è stato
l’anno del sorpasso: il Prosecco ha battuto
lo Champagne, conquistando il primato
per le bottiglie vendute nel mondo: 307
milioni contro 304. “È solo l’inizio: oggi
il Prosecco è al 30-35 per cento del potenziale
”, chiosa Bisol: “Le esportazioni sono
concentrate in tre Paesi - Germania, Gran
Bretagna e Stati Uniti - resta molto da fare.
Ma si tratta di vini diversi: lo Champagne
è simbolo di appagamento sociale, il prosecco
regala un momento informale di
piacevolezza”.
Zanzotto in Laguna
Intanto sbarchiamo a Massorbo, la
terra promessa dove la famiglia di Valdobbiadene
gestisce (in concessione fino al
2026) l’antica tenuta, ribattezzata Venissa
da un verso di Zanzotto: delizioso ostello
di charme, ristorante stellato, vigneto,
orto e sala degustazioni. Dopo aver vinto,
nel 2007, la gara pubblica indetta dal
Comune di Venezia (sindaco Massimo
Cacciari), proprietario del terreno allora
in disuso, Bisol ha trasformato Venissa in
buen retiro per golosi giramondo e ritrovo
di amici importanti come Oscar Farinetti,
Carlo Petrini e la star del design Philippe
Starck, che a Burano possiede tre case
color pastello.
All’inizio, tuttavia, non tutti i buranelli
l’hanno presa bene: per quanto veneto,
infatti, l’imprenditore 48enne per i tremila
abitanti di Burano resta un "foresto",
uno straniero. “Quando si entra in casa
d’altri, la prima regola è il rispetto del genius
loci. A Venissa mi sento come un archeologo
che, entrando in un nuovo sito
con la paura di danneggiare i reperti, li
spolvera con un pennellino, portando alla
luce dettagli preziosi. Se sbagli un passo,
rischi di rovinare l’intera scoperta”, racconta
Bisol mentre si siede sul divano
nella veranda dell’ostello, salutando ospiti
e collaboratori, una ventina in alta stagione.
Sullo sfondo il campanile trecentesco
svetta sul ristorante guidato dalla
giovane chef triestina Antonia Klugmann,
che per i suoi piatti raffinati impiega anche
le verdure dell’orto di Venissa: spinaci
crudi, pomodori gialli, erbe. Per vincere la
diffidenza degli isolani, infatti, Bisol ha
messo in campo le sue doti diplomatiche,
affidando orto e frutteto alle cure di una
decina di pensionati dell’Auser di Burano.
Un tempo artigiani del vetro a Murano,
bagnini, vigili del fuoco, fornai, oggi aspirano a riportare in auge i carciofi violetti
tipici della laguna, vendendoli ai ristoratori
veneziani. “Turismo di qualità, ambiente,
vino, cibo: è questo il futuro dell’Italia
”, profetizza. E se gli si fa notare che
in questo settore i posti di lavoro non abbondano,
ribatte secco: “In rapporto al
capitale investito, ne crea molti di più
dell’industria”.
A caccia di uve antiche
È difficile stare dietro a Bisol. Chi lavora
insieme a lui, incluso il figlio Matteo che
dirige Venissa, è abituato al flusso ininterrotto
di spunti da tramutare in idee imprenditoriali.
Si può capire che un carattere
del genere, in un mondo livoroso come
quello del vino, susciti sentimenti contrastanti:
c’è chi lo apprezza per aver contribuito
al salto di qualità del prosecco e chi
lo considera un po’ megalomane. Fatto sta
che spesso la realtà gli dà ragione. Per
farsi un’idea della caparbietà del personaggio,prima di riuscire a piantare nell’antica
vigna murata lo storico vitigno della
laguna - la Dorona, un’uva a bacca bianca
coltivata fin dal Quattrocento e persa nei
secoli - è andato a caccia delle ultime piante
rimaste insieme al fratello Desiderio e al
celebre enologo Roberto Cipresso. Nel
2001 ne scovò tre quasi per caso, in un
giardino di una signora di Torcello. “Ero
strabiliato e un po’ scettico, pensavo potesse
essere il sinonimo di un altro vitigno”, racconta orgoglioso: “E comunque
per fare una sperimentazione seria non
bastavano. Allora abbiamo cercato nelle
altre isole, trovando altre novanta piante
disseminate nei giardini privati nella laguna.
Con qualche chilo d’uva abbiamo cominciato
la microvinificazione. Finché,
dalla vendemmia 2010, abbiamo creato
Venissa, il vino bianco della Venezia nativa.
E a fine settembre saranno pronte le
prime 5.200 bottiglie di Venissa Rosso,
dall’uva di un isolotto grande meno di tre
ettari vicino a Mazzorbo”.
Non fa in tempo a finire il racconto che
già si infervora sui nuovi progetti, tutti
made in Veneto. “Ho acquistato delle
vigne favolose nei Colli Euganei, vicino
Padova. Un vitigno poco valorizzato, il
Moscato giallo. Una persona straordinaria,
Elisa Dilavanzo, con il nostro aiuto
farà diventare famoso questo vino spumante
”. E ancora: “A Cortina d’Ampezzo
abbiamo piantato il vigneto più alto
d’Europa, di soli due ettari, a 1.38 8 metri.
Insieme ad alcuni esperti, lavoriamo a
uno spumante metodo classico, ricavato
dall’uva di quattro vitigni: Palava, incrocio
Manzoni, Petit Rouge e André, i più
adatti a crescere a quelle condizioni climatiche
”. Come se non bastasse, l’imprenditore
di recente ha comprato cinque
case a Burano, che dal prossimo anno
diventeranno un albergo diffuso per turisti
fuori rotta.
Un vulcano con le radici ben salde a
Santo Stefano di Valdobbiadene, nel cuore
del “terroir” del Prosecco. A una trentina
di chilometri da Refrontolo, dove
l’alluvione del 2 agosto è costata la vita a
quattro persone. La procura di Treviso ha
aperto un fascicolo di inchiesta ipotizzando
i reati di disastro colposo e omicidio
colposo plurimo, e ha nominato tre periti
per ricostruire la dinamica dell’accaduto.
L’ipotesi è che la terra destinata ai vitigni
di prosecco, rubata al bosco, non
assorba l’acqua piovana, che così scende
a valle facendo esondare i torrenti. Bisol,
invece, si schiera con gli altri viticoltori e
con il governatore del Veneto, Luca Zaia,
e punta l’indice contro i boschi della zona,
cresciuti negli ultimi anni. “Si è trattato
di nubifragio di eccezionale intensità,
peraltro in una zona in cui i vitigni rappresentano
solo il 5 per cento della superficie.
L’uomo che coltiva la terra ha interesse
a mantenerla in ordine”, dice.
Aperitivo da Harrod’s
La Bisol Desiderio &Figli, 51 dipendenti
e quasi 18 milioni di fatturato,
possiede venti poderi, di cui uno in cima
alla collina Cartizze, al vertice della piramide qualitativa del prosecco, il vigneto
più costoso del mondo: due milioni a ettaro.
Ancora più prezioso di Cannubi, la
collina più importante del Barolo, ferma
- si fa per dire - a 700mila curo a ettaro.
Un’azienda a forte impronta familiare,
fondata nel 1542 e rilanciata nel dopoguerra,
che oggi vende in quasi settanta
Paesi il 75 per cento delle sue bottiglie. Al
comando i due fratelli: Gianluca, che ha
tre figli maschi (tra cui Matteo, il direttore
di Venissa) e una femmina, e Desiderio,
enologo e direttore tecnico, fin da giovanissimi
coinvolti dal padre Antonio nella
gestione della casa vinicola. Un caso tipico
di capitalismo familiare all’italiana,
che ancora resiste mentre tante altre
aziende passano in mani straniere. “L’impresa
familiare ben si adatta al modello
economico italiano, fatto di tante piccole
aziende. Quando diventa più grande,
però, il modello va in crisi”, spiega Bisol:
“Le persone al vertice, abituate a fare
tutto, quando il business cresce sentono
l’inadeguatezza del proprio know how e
della gestione del tempo. Allora ci si trova
a un bivio: perseguire l’idea folle che
tutto possa restare in famiglia, oppure
fare un piccolo passo indietro e condividere
le decisioni con altri, mantenendo la
regia. Anche per noi è arrivato questo
momento”.
Il riferimento è all’accordo siglato
pochi mesi fa con Lunelli, gruppo storico dello spumante
Trentodoc (con il marchio Ferrari), entrato
al 50 per cento nel capitale di Bisol per
sostenere la crescita del prosecco nel
mercato globale. Vale a dire Cina (“Il
gusto della loro cucina si sposa molto
bene con il prosecco, floreale e fruttato,
più che con lo Champagne”) e gli altri
Brics, oltre a Stati Uniti e Gran Bretagna.
“Oggi il Regno Unito è il nostro primo
mercato, l’Italia il secondo”, dice orgoglioso
Bisol, che adora viaggiare e punta
alla capitale britannica fin da tempi non
sospetti. “A poco più di vent’anni, appena
entrato in azienda, vendevamo tutte le
nostre 250mila bottiglie in Italia. All’epoca
mio padre era talmente scettico sull’argomento
export, che per cercare i primi
clienti andai a Londra con un amico fingendo
di essere in vacanza. E pensare che,
vent’anni dopo, le nostre bottiglie hanno
affiancato i marchi storici dello Champagne
nelle vetrine di Harrod’s”.

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