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Repubblica

Attenti alla qualità nella giungla dei prezzi…

Chi beve e chi berrà quale vino, e dove? La domanda è apparentemente semplice, ma più complesse sono le risposte che produttori, distributori, rivenditori e anche i consumatori eno-appassionati cercano di darsi. Al Lingotto di Torino, nel corso del Salone del Vino, che si svolgerà da domani a mercoledì 19 novembre, si rifletterà e si discuterà di tutto questo e si cercherà di mettere a fuoco indirizzi e tendenze.
Al di là degli alti e bassi delle vendemmie (l´ultima ha segnato un netto calo delle quantità di uve trasformate in vino, pur garantendo una qualità da buona a ottima secondo le zone) è ormai accertato che i consumatori stanno spostando l´attenzione verso i vini di maggior qualità, nonostante il protrarsi di una congiuntura economica che frena i mercati più ricchi e più importanti. Il vino è da parecchi anni non solo un prodotto di consumo ma un fenomeno di moda e di costume, ovunque se ne parla fa status atteggiarsi a esperti ostentando attestati di partecipazione a corsi e degustazioni, fa fino regalarne, fa piacere riceverne in regalo. E le aree dove crescono la domanda e l´attenzione per i vini di alta gamma non sono più quelle tradizionali europee di produzione ma gli Stati Uniti, il Nord Europa, l´Estremo Oriente e in genere i paesi a maggior reddito.
La fascia più consistente di consumatori di tali vini è ancora rappresentata da uomini di età matura, superiore a cinquant´anni, ma è in vistosa crescita il numero di giovani attenti e curiosi, con una forte percentuale di donne, che nei wine bar, nei bar normali e nei ristoranti dimostrano di preferire soprattutto i vini rossi fermi, ma apprezzano in misura crescente anche i bianchi e le "bollicine", mentre minor interesse riscuotono i vini rosati e i liquorosi.
L´Italia, nonostante la sua consolidata tradizione, è con la Grecia il paese nel quale più bassa resta non solo la produzione ma anche il consumo di vini di qualità (cioè i vini a Denominazione d´Origine Controllata e Controllata e Garantita) a vantaggio dei vini "da tavola": dei 52 milioni di ettolitri della produzione media degli ultimi anni solo il 20 per cento sono stati classificati DOC e DOCG.
Per contro, nel 2001 l´Italia ha conquistato la posizione di primo paese esportatore al mondo, superando la Francia.
Strada in discesa per il vino italiano, dunque? Non proprio, perché su tutti i mercati, compreso quello interno, e per tutte le fasce di prezzo, la competizione delle etichette si fa sempre più agguerrita. Senza contare che sul consumatore finale si sono scaricati aumenti di prezzo generalizzati per i vini di fascia media e medio-alta che spesso non hanno altro fondamento se non l´ingordigia speculativa di produttori che hanno ritenuto di poter tirare a oltranza la corda dei prezzi. E se i cosiddetti top wines, vini costosi e ricercati, trovano comunque e sempre acquirenti disposti a riconoscerne prezzo e qualità, sono cresciuti a dismisura all´origine come presso i distributori gli stock di vini che rischiano di essere messi fuori mercato dall´avvento dei vini del "nuovo mondo" ? australiani, neozelandesi, sudafricani, cileni, argentini ? ben fatti, costruiti per piacere anche ai palati meno esperti, più che bevibili e, soprattutto, dai prezzi supercompetitivi.
È appunto quello dei prezzi il tema oggi alla ribalta: i produttori, pur con qualche discutibile e coccodrillesca ammissione di colpa, si difendono accusando la distribuzione e i ristoratori che esagererebbero nei ricarichi (ed effettivamente qualcuno esagera), i ristoratori e i rivenditori fatture alla mano rinviano al mittente le accuse.
E il consumatore avveduto che cosa deve fare? Semplicemente aspettare che il mercato, giudice inesorabile, faccia giustizia, smascheri i bluff, premi i valori autentici: passata, e sta passando, l´ebbrezza, i vini eccellenti confermeranno i loro "giusti" prezzi e continueranno a essere riservati a chi saprà apprezzarli e potrà permetterseli, i vini "col trucco", gonfiati artificiosamente sia in cantina sia sugli scaffali delle enoteche, saranno ridimensionati proprio dalla maggior competenza e selettività dei consumatori.
Basta saper aspettare.

Autore: Enzo Vizzari

Il Salone: Quando, dove, come: tutti gli appuntamenti…

Lingotto Fiere, via Nizza 294; dal 16 al 19 novembre. Salone professionale aperto al pubblico domani con il "Wine Show". Orari: 10-18. Ingresso: 25 euro comprese le degustazioni. Info: 011-6644111. Web: www.salonedelvino.com Appuntamenti di domani: Convegno"La figura dell´Enoappassionato" ? Ore 10.30 Sala Blu. "Perché ci vuole orecchio ?" - Il sommelier Manel Plà insegna ad ascoltare il Vino ? Ore 14 Sala Jeroboam. "Luci e colori del Vino" - L´enotecnico Claude Boudamani e la sinestesia ? Ore 17 Sala Mathusalem. Degustazione dei Migliori 100 Vini ? Ore 18 Sala Nabucodonosor …

Ritratto del buon bevitore l´uva diventa passione…
Domani degustazioni aperte a tutti i cultori …

Un giorno intero dedicato ai cultori del buon bere. È il Wine Show di domani al Lingotto di Torino. Una festa per tutti i degustatori, l´unico momento in cui il Salone del Vino, riservato agli operatori professionali, apre i suoi stand al pubblico. «Un modo per soddisfare una doppia esigenza ? dice Alfredo Cazzola, presidente del Lingotto Fiere ? quella delle cantine, che rafforzano il rapporto con i consumatori più attenti, e quella dei cultori del vino di qualità che scelgono bottiglie selezionate». L´enoappassionato, sempre di più declinato anche al femminile, è il punto di riferimento per il settore, una figura che è stata analizzata dall´Osservatorio permanente del Salone per definire un identikit. Nel convegno inaugurale di domani mattina, dove saranno presentati i dati dell´indagine, si cercherà di capire come questo consumatore possa diventare una sorta di nuovo canale distributivo, collocandosi nel mercato come un opinion leader. Al taglio del nastro e alla tavola rotonda, moderata dal direttore di Rai Uno Fabrizio Del Noce, sarà presente anche il ministro all´Agricoltura Giovanni Alemanno.
Oltre 1200 produttori e cinquemila etichette: l´edizione 2003 del Salone vede una massiccia presenza dei più importanti «giacimenti». Al Piemonte, regione protagonista nei due anni precedenti, si sono aggiunti territori come il Nord-Est e la Sicilia, in forte crescita, e la Toscana, altra culla dell´enocultura italiana. Fitto il programma di degustazioni guidate da esperti e produttori. In tutto 50 appuntamenti alla scoperta dei classici e dei vini emergenti, con contaminazioni e abbinamenti stravaganti. Domani il sommelier Manuel Plà insegna come accompagnare una degustazione con le noti musicali, mentre l´enotecnico Claude Boudamani racconta il vino attraverso la luce e i colori. E non potevano mancare le sfilate, i cento top wines in passerella, e le sfide dirette, come il big match Toscana contro Bordeaux. Poi ci sono i vini da sigaro, quelli del Friuli, i novelli, l´esplorazione della Barbera piemontese e la scoperta di ventiquattro autoctoni molto rari. Ma al Wine Show, rispettando il motto che il «vino fa buon sangue», c´è spazio anche per le risate e la comicità della banda Zelig che domani si lancerà in numerose performance.
Da lunedì a mercoledì i 52 mila metri quadri del Lingotto tornano a essere di dominio degli operatori, ma il programma degustazioni continua, con un accento in parte internazionale. Si va dal Negroamaro al Primitivo, dai migliori Porto ai rossi del Marocco, dai passiti al Grignolino. Non può mancare il Dolcetto, il Prosecco di Conegliano e il Quagliano.
Oltre al gusto al Salone del Vino di Torino si discute anche degli affari, dei problemi e delle prospettive del settore. Oltre 30 appuntamenti tra convegni e seminari che spaziano dalla filiera vitinicola alle frontiere dell´Est, con un workshop dedicato che coinvolge circa 170 aziende e più di 43 importatori, dalle pari opportunità all´integrazione della tutela del paesaggio nel sistema economico delle cantine. Temi caldi sono i rapporti con i nuovi mercati, la logistica e le barriere doganali, la formazione professionale e il caro-prezzi. Altro tassello importante del salone sono le presentazioni delle maggiori guide enologiche. Nomi blasonati come la Guida Veronelli, quella degli spumanti del Gambero Rosso, l´Annuario di Luca Maroni, l´Ais-Bibenda Duemila Vini e il Bere quotidiano di Sloow Food. Ma ci sono anche le curiosità, come la guida del Friuli e quella dell´Ente tabacchi sui migliori abbinamenti tra vino e sigaro Toscano. «Siamo soddisfatti ? dice Cazzola ? della grande attesa per questa terza edizione del Salone del Vino. La nostra manifestazione si conferma come uno dei picchi di visibilità di un prodotto di eccellenza del made in Italy» .

Autore: Diego Longhin

Rossi e bianchi, i vitigni da proteggere…Oltre mille vitigni autoctoni, 350 quelli già certificati. Una piramide composta da 3 milioni di ettolitri di Docg, 9 milioni di Doc, ventidue di Igt e venti di vino da tavola, secondo i dati Ismea. Dal prossimo anno, in questo gran mare di nettare, l´Enoteca d´Italia - che debutta proprio al Salone del Vino di Torino - selezionerà la «Gran Carta dei Vini», con le migliori produzioni delle singole regioni. Rossi e bianchi rappresentano un vero volano per l´economia nazionale: basta pensare che, per l´Istat, ogni 10 euro spesi nel vino c´è una ricaduta sul territorio di 50 euro.
Essere il primo paese esportatore al mondo davanti a Francia e Spagna è un ottimo risultato, ma non basta. Anche se l´Italia del vino rappresenta un quarto dell´export internazionale, secondo i dati Ismea, ci sono ancora buoni margini di crescita. Strada che si persegue spostando l´ago della bussola verso il Nord e l´Est Europa, mercati emergenti, e rafforzando la presenza in Germania e negli Stati Uniti. Anche di questo si occupa l´Enoteca Italia, società che fa parte del «gruppo» BuonItalia, voluto dal ministro all´Agricoltura Gianni Alemanno per sostenere e promuovere all´estero il meglio del food&beverage. L´intento è innovare e portare ai massimi livelli la visibilità del vino made in Italy. «È ancora uno dei pochi prodotti interamente italiani ? spiega il presidente Pier Domenico Garrone ? ed è una caratteristica che ci viene universalmente riconosciuta. Siamo il sigillo, come il nostro marchio che richiama un timbro in ceralacca, della qualità italiana in cantina».
La strada da seguire è quella delle enoteche regionali storiche, del Piemonte, presieduta dallo stesso Garrone, quella Italiana di Siena e d´Abruzzo. Puntando però anche sulle regioni emergenti dal punto di vista enologico, Calabria e Sicilia, Puglia, Molise, Campania. «Al Lingotto abbiamo organizzato un workshop tra oltre 170 aziende e più di 45 compratori esteri, soprattutto del Nord ed Est Europa, dalla Scandinavia alla Lituania, dalla Lettonia ai Paesi dell´ex Unione Sovietica», spiega il presidente.


Autore: Diego Longhin

Gianni Zonin, Veneto: "Grandi produzioni questo è il segreto"…
Venticinque milioni di bottiglie fra sette regioni diverse, da Veneto a Friuli, Piemonte, Lombardia, Toscana, Puglia e Sicilia. E una qualità, a prezzi corretti, riconosciuta da anni sulle guide italiane.
Il segreto secondo Gianni Zonin, presidente della cantina omonima - nata a Gambellara e diffusa nell´intera Italia vinicola - è puntare su grandi aree vitate: «Il grande problema nel nostro Paese è il frazionamento delle vigne, la proprietà media è meno d´un ettaro. Noi per ogni vigneto abbiamo 1.800 ettari. Solo così si può aspirare ad una qualità elevata». Non tutti la pensano così, però. «È quella che io chiamo la qualità virtuale. Non è impossibile produrre due-tremila bottiglie di vino anche ottimo, straordinario perfino. Ma quando poi il consumatore lo cerca, sul mercato non lo trova». Anche se è un vino osannato dalle guide. «Appunto, ma la concorrenza ad australiani, cileni, etc non si fa con i piccoli produttori e le piccolissime produzioni».


Domenico Clerico, Piemonte: "La ricetta: bevibilità e attenti ai gradi"…

“Bevibilità. È questo il segreto perché la gente torni al vino. Non è detto che un grande vino debba fare 15 gradi. Può farne anche solo 12,5 avere eleganza oltre che struttura. Troppo spesso quando sono al ristorante, mi accorgo che ai tavoli vicini le bottiglie rimangono mezze piene. Dobbiamo fare autocritica noi produttori. Basta con le bottiglie "da degustazione", bere non è una gara, ma un piacere». Domenico Clerico, di Monforte d´Alba è uno dei grandissimi del barolo. Cinque stelle sulla Guida dell´Espresso e bicchieri e grappoli a volontà sulle altre. Dice: «Non credo che si possa parlare di crisi per il vino piemontese. Piuttosto, dopo oltre dieci di boom, c´è una pausa di riflessione. Come in Borsa: c´era anche un bolla speculativa che si è sgonfiata. Ma ci servirà: finora era stato tutto troppo facile, e nessuno di noi si è preoccupato di creare un mercato per i suoi prodotti. Li vendevamo, e basta. Adesso dobbiamo iniziare a farlo».


I produttori fanno autocritica. Ma puntano anche il dito sui concorrenti stranieri…"Sì, il vino è troppo caro guarderemo di più al cliente"…
Il vino è troppo caro? Lo dicono in tanti, e non sempre è vero, perché all´aumento del prezzo è corrisposto in Italia, negli ultimi anni, un incremento pari se non superiore della qualità. Sono i produttori, comunque, i primi ad ammettere che qualche esagerazione c´è stata, anche se le analisi su cause e rimedi non sempre concordano. «Il prezzo lo fa sempre il mercato - dice Bruno Ceretto, contitolare di una delle più note aziende vinicole piemontesi - e un buon imprenditore deve saperlo seguire. E quando l´offerta è superiore alla domanda?». «Il mio vino riesco sempre a venderlo. Ma è vero che invece di finire le bottiglie a giugno quest´anno le ho finite a novembre. Anche le Bentley hanno la retromarcia. E noi dobbiamo fare una riflessione e capire se è necessario ridurre qualche prezzo. Avendo ben presente però che a volte un vino a 5 euro è caro, per la qualità che dà, mentre un altro a 25 non lo è».
Un´analisi che in parte è condivisa da Enrico Viglierchio della toscana Banfi: ««I vini di fascia alta non sono cari. Sono costosi, ma si rivolgono a un mercato di nicchia, che ha esigenze precise. Io credo che in Italia sia caro invece il vino di fascia bassa. E qui entrano in gioco fattori competitivi che ci vedono in svantaggio rispetto ai paesi come l´Australia, il Sudafrica, il Cile. Il costo del lavoro, ma anche l´eccesso di burocrazie, di regole che attanaglia il mondo del vino italiano e che alla fine si riflette anche sul costo della bottiglia».
Fausto Perathoner, della La Vis, cantina sociale trentina le cui bottiglie hanno un grande rapporto qualità-prezzo punta invece il dito sulla distribuzione: «Il prezzo del vino è cresciuto negli ultimi anni, perché è cresciuto il costo della materia prima e sono stati fatti grandi investimenti dalle aziende. Credo però che noi dobbiamo preoccuparci di soddisfare il consumatore, che è il nostro vero cliente, non il distributore o il ristoratore. Un vino che al ristorante costa 4 volte di più che all´uscita dalla cantina, non penso dia prestigio al produttore. Bisogna accorciare la filiera tra noi e chi beve. E controllarla». Lina Paolillo, titolare dell´Enoteca Ferrara di Roma (ristorante e anche vendita vini) replica: «Vino caro? Da un lato c´è stato l´effetto euro: ciò che costava 5 mila lire oggi costa 5 euro. Ma ci sono anche altri problemi: ad esempio certi vini di pregio sono troppo rari. Se ci danno solo sei bottiglie l´anno, è chiaro che noi le mettiamo a prezzi alti, perché altrimenti finiscono subito. Produttori e distributori devono fare delle scelte. E poi si dovrebbe distinguere tra le grandi annate, che possono costare carissime, e quelle "piccole" che dovrebbero avere prezzi inferiori». «Io - conclude invece Gianfranco Massolino, titolare del ristorante la Posta di Monforte d´Alba - ho fatto qualche calcolo. Ho visto che nell´ultimo anno avevo venduto molti meno baroli e barbareschi. Allora ho abbassato il ricarico sulle bottiglie dal 70 per cento al 50 per cento. Ne ho venduti molti di più. Così siamo contenti tutti: io che alla fine guadagno di più e non ho magazzino da smaltire. I produttori da cui compero più vino e i clienti che possono bere meglio. E magari anche una bottiglia di più».

Autore: Marco Trabucco


Giuseppe Benanti, Sicilia: "Sfruttiamo le radici del nostro Etna"…
Alla definizione di farmacista piuttosto che di cavaliere del Lavoro o di industriale, Giuseppe Benanti ci tiene molto. Come ci tiene molto a spiegare che la passione per il vino nasce dal terroir dove abita e lavora, l´Etna. Azienda giovane che ha conquistato in pochi anni i vertici dell´enologia italiana con i 3 bicchieri per il Pietramarina e i due bicchieri per il Serra della Contessa e il Rovittello, la vinicola Benanti nasce come una sfida. «Abbiamo subito puntato sulla qualità cercando le nostre radici utilizzando le varietà autoctone. I nostri vitigni sono tutti sulle pendici del vulcano ad un´altitudine che va dai 450 ai mille metri. Un habitat unico che assicura un´intensa insolazione e una forte escursione termica tra il giorno e la notte». Lo sforzo di Benanti non si è però limitato alla scelta del territorio: «Per cinque anni abbiamo selezionato i vitigni e i cloni più adatti, individuando le microzone più vocate. Alla fine i risultati sono arrivati perché ci abbiamo messo un´anima, la stessa che spinge la lava dell´Etna».


Enrico Viglierchio, Toscana: "Il prezzo medio è quello vincente" …

“La Toscana risente meno di altre zone di questa piccola crisi. Perché il nostro toscano non è solo sinonimo di qualità, ma si porta dietro nel mondo, un marchio, una griffe, il nome Toscana appunto, che vuol dire anche cultura, paesaggio, storia, arte. Un nome a cui certi mercati, l´America in particolare, sono molto sensibili». Enrico Viglierchio, responsabile della Banfi, storica azienda di Montalcino non è pessimista: «Non parlerei di crisi, ma di battuta di arresto. Che riguarda però in particolare una fascia, quella dei vini di alta qualità e prezzo. Il mercato, prima di tutto negli Stati Uniti, si sta spostando sul vino di fascia media. Ed è comprensibile perché, oltre alla crisi economica e politica internazionale, oggi è possibile trovare vini di ottima qualità anche in questa fascia». Che fare? «Temo che a furia di parlare di crisi qualcuno pensi che sia necessario cambiare tutto. Sarebbe sbagliato. La Toscana deve solo andare avanti sulla strada che ha già tracciato».

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