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Sette / Corriere Dela Sera

Il gallo che batte la crisi con un tintinnar di bottiglie … Territorio candidato a diventare patrimonio dell’Unesco, conta su imprenditori che hanno fatto una scelta: “Tutti amici, tutti avversari” … Questa storia inizia con un gallo affamato e culmina con uno dei brand vinicoli più famosi al mondo. Protagonista Indiscusso è l’antico distretto del Chianti Classico: diecimila ettari vitati sulle colline tra Firenze e Siena, in mezzo a uliveti e fitti boschi. Una terra aspra e difficile, trasformata in un’area ad alta produttività. Ogni anno 600 aziende, con seimila dipendenti e una schiera di stagionali, producono circa 35 milioni di bottiglie. Se nel 2014 il fatturato del Gallo nero ha toccato i 300 milioni di euro, nell’anno di Expo le vendite sono cresciute dell’8 per cento. Una performance che archivia definitivamente lo scivolone del 2009, quando il crollo del mercato statunitense mise in ginocchio i viticoltori locali. A far uscire il distretto dalla crisi è stata la costante crescita delle esportazioni: +26 per cento nel solo 2015, grazie agli ottimi risultati in Usa, Germania e Canada. Più difficile il mercato dell’Estremo Oriente, ma per conquistare un importatore cinese talvolta basta raccontargli la leggenda del gallo nero. La storia narra che nel Trecento, per mettere fine alle continue dispute tra Siena e Firenze, si stabili che il confine del Chianti sarebbe stato tracciato nel punto di incontro tra due cavalieri partiti dalle rispettive città al primo canto del gallo. I senesi riempirono di cure un gallo bianco, appesantendolo di cibo. I fiorentini, invece, tennero il loro gallo nero al buio e a digiuno per giorni: appena liberato, l’animale cantò subito, anche se l’alba era ancora lontana. Fu così che il fiorentino si mise in moto molto prima del senese e conquistò buona parte del territorio. Cando i viticoltori del Chianti dovettero adottare un marchio per distinguere il loro vino da quello prodotto in altre aree della Toscana, si ricordarono di quell’aneddoto.
Osservando i filari perfettamente allineati che si perdono nell’orizzonte con le loro infinite sfumature di verde, non è difficile indovinare da dove arrivi la ricchezza nella campagna più rinomata d’Italia. “La bellezza delle nostre colline è un elemento di forza del nostro vino”, dice Giuseppe Liberatore, direttore generale del Consorzio Chianti Classico, “attorno a questo territorio ruota- no altri prodotti: olio, turismo, ristorazione, per un fatturato di quasi un miliardo di euro l’anno”. Una bellezza e un valore che hanno portato, lo scorso 15 febbraio, alla richiesta da parte del Consorzio di candidare quest’area a patrimonio dell’Unesco. Compito di Liberatore e soci è vigilare sull’intera filiera, dalla coltivazione all’imbottigliamento. il notevole afflusso di capitali stranieri non turba li direttore generale: “il territorio è qui, non si può esportare. Gli investitori esteri portano soldi e impiegano operatori locali”. Liberatore non ha dubbi: “Quando la gente parla del Chianti, intende noi del Gallo nero”. Anche perché il Chianti “semplice” ha regole meno stringenti rispetto al Classico: “La recente scelta di introdurre il Gran Selezione all’apice della nostra piramide conferma la nostra scommessa sulla qualità”, ribadisce il direttore nel trecentesimo anniversario dell’editto del 1716, che istituì la prima tutela del vino locale.
Dipende dai cerbiatto. In Chianti non mancano le grandi aziende, da Ruffino a Barone Ricasoli, sino a Marchesi AntinorL La maggioranza, però, sono piccole imprese tramandate di padre in figlio. Come il podere Fontodi, 35 dipendenti, 8 ettari di vigneto, 25 di uliveto, più una trentina di chianine per chiudere il ciclo rigorosamente biologico. “Nel 1968, quando tutti si spostavano verso la città, mio padre decise di trasferirsi in campagna. Fu uno choc: ricordo ancora il freddo sul motorino per andare al liceo”, racconta Giovanni Manetti, titolare dell’azienda. Presto, però, Manetti è stato “catturato dalla bellezza del posto, dal ritmo della natura, dal vigneto luogo di vita e di lavoro”, rievoca indicando casa sua, proprio al centro di una conca a forma di anfiteatro che garantisce fresco e sole alle sue uve. Quando, nel 2008-2009, gli americani hanno drasticamente ridotto i loro acquisti, Manetti è stato costretto a cercare nuovi sbocchi per le sue etichette. “Il Consorzio
è la portaerei che ci aiuta ad affrontare le sfide estere con un marchio collettivo. Ogni imbottigliatore, poi, gioca le sue carte. E il più
bravo vince”, precisa al ti- entro da un viaggio a New York. Se nei mercati più evoluti la vendita è sostenuta dall’attenzione al biologico e dalla diffusione della ristorazione italiana, nei Paesi emergenti i parametri sono inediti. “In Cina contano fattori impensabili, come il colore dell’etichetta o l’assenza della “r”, difficile da pronunciare, nel nome”, svela Manetti. Fare il vino in Chianti, con le sue pendenze, i suoi terreni sassosi e i suoi stringenti disciplinari, è decisamente più costoso che produrlo in pianura: “Non potendo ingaggiare la battaglia del prezzi, giochiamo sul tavolo della qualità, assieme al grandi rossi”, dice Manetti. “La nostra strada diverge sempre più da quella del Chianti non Classico: noi puntiamo verso l’alto, loro hanno aumentato il potenziale produttivo. La
gente comincia a capire la differenza, malgrado l’equivoco del nome”. Un
equivoco nato proprio
per l’eccessiva fama del Chianti, che già ai primi del Novecento non riusciva a soddisfare la richiesta internazionale. La zona di produzione fu quindi estesa al di fuori del territorio d’origine, tanto che nel 1924 i viticoltori storici decisero di allearsi per difendere il marchio classico.
Diversi per terreno e per clima, i poderi chiantigiani sono accomunati dalla prevalenza del Sangiovese. Tra le aziende che hanno scommesso sulla differenziazione c’è senz’altro Rocca delle Made, fondata nel 1973 da Italo Zingarelli, produttore cinematografico romano con il sogno di una tenuta agricola. Partita con due ettari di vigneto, oggi ne conta 200, suddMsi in sei tenute. Cento dipendenti, produce 3,5 milioni di bottiglie ranno, di cui 1,2 di Classico. Dal 1989 guidata dal figlio Sergio che, tra le due passioni ereditate dal padre
- il cinema e il vino - ha scelto la seconda. Con l’aiuto di moglie e figli, ha riposizionato l’azienda sul mercato: “Proprio nel momento del lancio è arrivata la crisi economica. Ci hanno salvato l’estero e i prodotti innovativi che abbiamo proposto accanto ai vini tradizionali”. La carta vincente è stata l’investimento continuo: “Abbiamo ripiantato i vigneti e ci siamo mossi in maniera frenetica sui mercati esteri”. I chiantigiani sanno bene che quando un produttore va a trovare un Importatore, gli mostra che cosa c’è dietro la sua etichetta e crea un rapporto duraturo. “Negli ultimi sei anni la crescita del Gallo nero è stata continua”, dice Zingarelli, che dal 2012 è anche presidente del Consorzio del Classico. “Il vino è l’ambasciatore del nostro territorio, che a sua volta, grazie alla cultura e all’arte, aiuta il nostro vino”.
Attraversato nei secoli da etruschi, romani, fiorentini, senesi e, negli ultimi decenni, da inglesi, americani e tedeschi, il Chianti è riuscito a mantenere il suo fascino millenario. A dimostrarlo è il borgo di Volpala, originario del XI secolo: “Fuori è rimasto uguale, ma all’interno dei palazzi, trasformati in cantine, orciaie, frantoi e tinaie, c’è la massima tecnologia”, assicura Giovanna Mascheroni, erede dei vigneti e di tre quarti del borgo dominato dal castello di Volpala. Basta aprire le porte dei palazzetti medievali o delle chiese sconsacrate ed è tutto un tintinnar dl bottiglie, mentre il vino scorre in tubi sotterranei che collegano i diversi edifici. “Mio padre, stampatore, aveva la passione per la caccia. Lo Stato gli ha confiscatole riserve e gli sono rimaste le vigne”, racconta Giovanna, che porta avanti l’azienda assieme al marito e ai due figli. Le prime difficoltà sul mercato Usa i Mascheroni le avevano sentite già dopo l’11 settembre, quando gli americani hanno ridotto i viaggi all’estero e il divieto di liquidi nel bagaglio a mano ha colpito la vendita diretta. Poi è arrivata la crisi economica e anche loro hanno dovuto rimboccarsi le maniche per ampliare gli sbocchi internazionali Senza esagerare, però: “Questi sono gli ettari cli vigneto che abbiamo a disposizione”, dice con un ampio gesto del braccio dal patio di casa, immerso nel verde e nelle colline. Undici dipendenti fissi, più gli stagionali, l’azienda biologica di Volpaia produce 200 mila bottiglie l’anno e sette etichette. “Siamo dei privilegiati: era più facile farsi conoscere quando eravamo quattro gatti”, dice Giovanna Mascheroni. Consapevole, però, che chi fa il vino è in balia soprattutto della natura. Madre e figlia, infatti, non si sbilanciano
sulla percentuale degli uvaggi del loro bianco: “Dipende dal cerbiatto e dal cinghiale:
se mangiano più germogli di Chardonnay o di Sauvignon”, rispondono serafiche. E prima
della vendemmia non azzardano previsioni. Se tutti riconoscono che il 2015 stata una grande annata, le Mascheroni ricordano ancora il 2014: “A un certo punto ha cominciato a piovere ininterrottamente”, rievoca Federica, la figlia. “Siamo riusciti a fare una buona vendemmia perché abbiamo aspettato. Solo due settimane prima erano pianti e lacrime”. Come in tutti i distretti italiani, anche in Chianti il rapporto tra i produttori è un misto di alleanza e concorrenza: “Siamo grandi amici, ma tutti nemici”, dice Giovanna. Dl una cosa, però, è certa: “Chi fa vini di scarsa qualità penalizza gli altri”. Arrampicati su colline che paiono quadri, i produttori del Classico hanno ben chiaro che per continuare a crescere devono mantenere alto il nome del loro vino. E guai a chiamarlo semplicemente Chianti.

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