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L’OMAGGIO

“Solo la gente volgare giudica la gastronomia una disciplina volgare”: parola di Luigi Veronelli

Oggi si celebrano 100 anni dalla nascita dei maestro del giornalismo enogastronomico italiano. “Un secolo d’oro” che ha proiettato l’Italia nel futuro
GIORNALISMO ENOGASTRONOMICO, LUIGI VERONELLI, MARIO SOLDATI, PAOLO MONELLI, PELLEGRINO ARTUSI, RAI, SEMINARIO PERMANENTE LUIGI VERONELLI, TG2, Italia
Il maestro Luigi Veronelli

“Solo la gente volgare giudica la gastronomia una disciplina volgare e la crede rivolta all’unica soddisfazione dell’appetito” (dal periodico di letteratura gastronomica “Il gastronomo” n. 1 dell’inverno 1956-1957). Tra le mille - davvero, mille e più - citazioni che avremmo potuto fare di uno dei più grandi personaggi della storia del Novecento italiano, abbiamo scelto il suo invito a godere appieno e perfettamente dei doni della natura, nobilitando il cibo e il vino, perché non c’è nessun dubbio che riconsiderare - noi italiani, prima di tutti - raccontare e promuovere la nostra enogastronomia come un’esperienza intellettuale e sensoriale, è stata la vera svolta per l’Italia, se solo si pensa al valore culturale, sociale ed economico che ha per il nostro Paese, per i suoi territori e le sue comunità, distribuito lungo le filiere agroalimentari, che si respira nell’accoglienza di un ristorante o nell’offerta del turismo enogastronomico, e che arriva sulle tavole del mondo, oggi sancito anche dal riconoscimento della Cucina Italiana come un Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco. Filosofo, prima di tutto, gastronomo e intellettuale, editore, scrittore, critico e giornalista, proprio oggi, Luigi Veronelli avrebbe compiuto 100 anni, nato il 2 febbraio 1926 a Milano, nel Quartiere dell’Isola, in una famiglia in cui, come è noto e come diceva il padre, il vino si beveva “con rispetto, perché dentro c’è la fatica dei contadini”, e scomparso il 29 novembre 2004 nell’amata Bergamo. Dove a raccogliere, custodire e portare avanti la sua grande eredità è il Seminario Permanente Luigi Veronelli, l’associazione senza scopo di lucro, creata nel 1986, dal maestro del giornalismo enogastronomico italiano, fondatore della critica gastronomica ed enologica nel nostro Paese, - che quest’anno, a sua volta, compie 40 anni dalla Fondazione - e che, celebrandone il “secolo d’oro”, ricorda i valori veronelliani: l’onestà intellettuale, la trasparenza e l’indipendenza della critica enologica, la ricerca della relazione, il rispetto per il lavoro e la gioia della condivisione, in cui il vino è un elemento principe.
Valori dei quali si è parlato, questa mattina, al “Tg2 Italia - Europa”, in diretta su Rai 2, condotto da Marzia Roncacci, con Umberto Broccoli, divulgatore storico, autore e conduttore radio-tv, Stefano Carboni, docente di Sociologia dei Consumi Università Tor Vergata Roma, Maurizio Zanella, fondatore della storica griffe del Franciacorta Ca’ del Bosco, Franco Maria Ricci, patron della Fondazione Italiana Sommelier (Fis) e Bibenda, e con il direttore WineNews Alessandro Regoli, che ha ricordato di aver conosciuto “Gino Veronelli da giovane, agli inizi della mia carriera professionale: è stato il vero maestro del giornalismo enogastronomico italiano. L’ho poi incontrato tante volte, non sono stato un suo allievo, e questo mi dispiace, ma ho sempre seguito il Seminario Permanente Luigi Veronelli, che ne porta avanti la grande eredità. Un’eredità che parte da Pellegrino Artusi - autore, nel 1891, della “Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, il più famoso manuale di cucina, che ha unito l’Italia e la lingua italiana, oggi tradotto in tutte le lingue del mondo, perfino in cinese, con più di 1 milione di copie vendute - passa per Paolo Monelli, autore del mitico libro “Il ghiottone errante” nel 1935 e non solo, e arriva a Mario Soldati, della cui opera monumentale non si può non ricordare il “Viaggio nella Valle del Po”, il primo reportage enogastronomico della Rai, nel 1956. L’Italia che raccontavano, come sarà per Veronelli, era ovviamente, un Paese molto meno acculturato, semplice, umile e contadino, ma genuino, come i vini e i cibi che nascevano nelle campagne italiane, dei quali questi “mostri sacri” hanno per primi raccontato la bellezza dei territori e lo spirito delle comunità. E lo hanno fatto con i pochi mezzi di comunicazione che avevano a disposizione, ma riuscendo a raggiungere ed affascinare il grande pubblico. La comunicazione, il giornalismo, la critica enogastronomica sono nati con loro, insomma: sono i “padri”, anche di “idee visionarie” per l’epoca, ma rivelatesi attualissime un secolo dopo”.
Rivendicando la sua anarchia, e con il suo inesauribile impegno per la rinascita del vino italiano, a partire dal suo esordio di scrittore enoico, con “I vini d’Italia” nel 1961, Veronelli fece leva sul concetto di “Cru”, sull’esaltazione della vigna di maggior pregio: “piccolo il podere, minima la vigna, perfetto il vino” scrisse nella celebre epigrafe dei cataloghi Bolaffi. Ma Veronelli, addirittura, aveva ideato le DeCo, le Denominazioni Comunali, convinto che i territori italiani, anche i più piccoli, fossero il futuro dell’Italia, e aveva ragione. E, compresa la potenza comunicativa della tv, negli anni Settanta lo raccontava al grande pubblico da “A tavola alle 7”, tra le trasmissioni di maggior successo ed ascolto della storia della televisione italiana, al fianco della grande attrice Ave Ninchi, formando, lei “massaia”, lui “professore”, una delle coppie più amate di sempre. In quella stessa Rai, dove oggi è stato omaggiato, tra le tante cose, “per aver saputo raccontare il vino in una maniera veramente moderna - ha concluso il direttore WineNews Alessandro Regoli - ha raccontato il vino, ma anche il cibo, dal punto di vista della loro qualità intrinseca, e del loro legame con i territori di provenienza. Parlando di un prodotto, raccontava il territorio, chi lo aveva fatto e perché, ed i legami che quel prodotto aveva con la storia e la cultura di quel luogo, con gli aneddoti, le amicizie, le emozioni. Questo è il vero valore del vino e della Cucina Italiana, Patrimonio Unesco: quella buona tavola, che tutto il mondo ama”.
Ma questo sono solo piccole storie dentro la storia di una vita, nella quale, ricorda il Seminario Permanente Luigi Veronelli - del quale oggi parte simbolicamente anche la speciale campagna associativa che chiama a raccolta i “veronelliani” sotto la sua egida, dai vignaioli ai ristoratori, dagli osti agli enotecari, dai sommelier agli appassionati di cultura del vino, mentre nel corso di tutto il 2026 promuoverà eventi aperti al pubblico e pubblicazioni dedicati al suo fondatore, a partire dall’Expo “Il Veronelli”, al Convento dei Neveri di Bariano, luogo fisico e simbolico che custodisce il cuore del patrimonio culturale del maestro, dall’archivio documentale alla biblioteca, dalla cantina con 12.000 bottiglie allo studio (come abbiamo raccontato in un video) - Veronelli ha accompagnato e sostenuto le produzioni agroalimentari e la cucina italiana di qualità dal Secondo Dopoguerra sino agli Anni Duemila. Interlocutore competente e ispiratore di moltissimi vignaioli, artigiani e ristoratori, maestro dei maggiori critici gastronomici d’Italia (Carlin Petrini, fondatore Slow Food, Alessandro Masnaghetti, il “cartografo” del vino italiano, direttore editoriale e curatore della “Guida Oro I Vini di Veronelli”, e il celebre critico Luca Maroni, per citarne solo alcuni, e che hanno tutti collaborato con lui) Veronelli ha educato generazioni di italiani alla cultura della terra e della tavola. “Veronelli ha segnato in modo indelebile il mondo del vino e della gastronomia in Italia. Con le sue battaglie, condotte coi vignaioli, ha portato l’eccellenza in vigna e in cantina. Ha speso una vita intera nel valorizzare le produzioni di qualità, i territori, il lavoro, l’ambiente e la cultura del vino”, sottolinea Angela Maculan, presidente Seminario Veronelli.
In questo giorno importante per il mondo dell’enogastronomia italiana - nel quale Rai Cultura riproporrà anche il bellissimo “Viaggio sentimentale nell’Italia dei vini” di Veronelli alle ore 18.30 su Rai Storia (e che poi proseguirà omaggiando Soldati, ma anche Gianni Brera, “mostro sacro” con Gianni Mura di questo “secolo d’oro”) - il Seminario ribadisce come la sua memoria non può essere ridotta a sterile monumento: il ricordo è un atto importante, ma Veronelli stesso ha più volte dichiarato di pensare al futuro come a una fucina in continuo lavoro, a partire dalle sue idee e intuizioni. Non un “beota ripetere” (come lui avrebbe detto nel suo gergo personale e acculturato), ma un’opera di rielaborazione ed evoluzione a partire dai fondamentali valori veronelliani che Veronelli ha portato nel mondo del vino e per tutto questo oggi opera il Seminario Permanente Luigi Veronelli: è il luogo che ha voluto per tenere vive le braci del suo pensiero, che conserva le sue idee come lui avrebbe voluto, facendole crescere. Come nel caso del vino, che, diceva, citando un’altra delle sue verità, “va bevuto per questo miracolo: spinge l’intelligenza alle cose migliori”.

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