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RICERCA E FUTURO

SOStain: non c’è sostenibilità senza comunità, senza messaggi chiari e dati misurabili

Le “interazioni sostenibili” multidisciplinari al centro del primo simposio di Fondazione SOStain, Assovini e Doc Sicilia

Un metodo di studio e di lavoro multidisciplinare per un obiettivo condiviso, quello dello sviluppo sostenibile: a partire da questa consapevolezza, le voci di molteplici esperti si sono alternate nel convegno “Interazioni Sostenibili”, il Simposio internazionale n. 1 della Fondazione SOStain - nata nel 2020 per volontà di Assovini Sicilia e Doc Sicilia a Palermo l’altro ieri: oltre venti i relatori, fra esponenti delle cantine, professori delle maggiori università italiane e rappresentanti della società civile, condotti dal giornalista Rai Federico Quaranta, in un percorso che ha voluto definire meglio i concetti che sono necessari per approcciarsi con eco-compatibilità alla viticoltura in modo efficace e per dimostrare quanto sia pervasiva, complessa e stimolante la sfida del nuovo millennio.
“Il primo Simposio non poteva che partire dalla base, cioè dal significato di “sostenibilità”, che proviene da “sustinere”, cioè resistere ma anche proteggere e nutrire, curare. Trovo sia fondamentale - ha esordito Alberto Tasca, presidente della Fondazione SOStain - dare significato alle parole che leggiamo, per non farle diventare luogo comune. SOStain è anche il nome del pedale del pianoforte che serve ad allungare il suono, a farlo durare nel tempo e anche questo è un concetto che conta. Pensiamo sempre che essere sostenibili significa salvare la natura, ma la natura si salva da sola. Dobbiamo salvare noi. Siamo diventati tanti, voraci. Dovremmo coltivare un senso di responsabilità maggiore verso il contesto che ci nutre, aumentando il nostro sguardo dal nostro piccolo orticello - il vino, le nostre vigne e le nostre cantine - ad una visione d’insieme, per capire e misurare qual è l’impatto generale del nostro vivere, scegliere le giuste direzioni e sostenerle”. Serve misurare, per acquisire consapevolezza sulla base di dati oggettivi, e serve il confronto: sedersi insieme ad un tavolo ad analizzare problematiche, provare a risolverle e, in caso, chiedere alla scienza, al mondo accademico di trovare soluzioni più sostenibili. “Ma perché un disciplinare siciliano? Sia perché siamo orfani di un disciplinare nazionale, ma soprattutto tutte le best practices devono essere contestualizzate per risolvere i problemi locali, tramite soluzioni che spesso non coincidono con le soluzioni trovare in altri territori e contesti. Non è un tema di esclusività - precisa Alberto Tasca - ma la risposta di 24 anni di cooperazione dentro Assovini, il contenitore di rinascita del vino siciliano, creato da Lucio Tasca d’Almerita, Giacomo Rallo e Diego Planeta che ha la capacità di creare aggregazione, il vero vantaggio che la Sicilia ha oggi: stare allo stesso tavolo e ragionare del patrimonio comune a partire dal nostro lavoro che è diventato la nostra regione, inteso come sistema. Queste caratteristiche e questa esperienza fortunata, ci ha permesso di capire ancora di più quanto sia importante essere meno “io” e molto più “noi”, arricchendoci vicendevolmente e diventando persone migliori”.
La retorica della sostenibilità, però, è vacua se non è sostenuta da dati: bisogna quindi mettere insieme storie ed esperienze con dati rigorosi, la cultura bassa - della strada, della terra e delle tradizioni che si tramandano di generazione in generazione - con la cultura alta - degli atenei, delle biblioteche e degli studiosi. Perché per diventare davvero reale e realizzabile la sostenibilità deve avere il sostegno di tutti, essere quindi semplice e comprensibile. Ecco quindi le esperienze di Cantina Settesoli, cooperativa che - tramite un lungo percorso di formazione - è riuscita a coinvolgere tutti i 2.000 soci, collaboratori e i dipendenti, tutelando le persone e lasciando il territorio intatto, evitando così due problemi importanti della regione siciliana: l’abbandono della terra e la cementificazione selvaggia. O quella di Alessandro di Camporeale, che tramite SOStain è riuscita finalmente a razionalizzare il proprio impatto, ragionando profondamente anche sull’enoturismo e sulle conseguenze che può avere sul territorio - sostenendo i produttori locali - e sulle persone, che tramite le esperienze dal vivo ricordano in modo molto più duraturo gli sforzi fatti dalle aziende, contribuendo a diffondere una coscienza ecologica. Infine di Donnafugata, che si impegna in pratiche sostenibili da oltre 30 anni, ma per la prima volta, grazie a SOStain, ha sperimentato un’adesione convinta da parte di tutti i reparti dell’azienda: un enorme stimolo da considerare non solo dal punto di vista tecnico ma valoriale, perché crea entusiasmo, unità e nuova energia, garanzia di continuità nel programma.
La Fondazione SOStain è ormai un’anima complessa che detiene l’insieme delle regole del disciplinare, il marchio e indirizza l’attività di ricerca anche intercettando fondi. Composta da un Consiglio Direttivo, che contiene la cooperazione e le imprese grandi e piccole; un Comitato Tecnico Scientifico, dove la ricerca di confronta con le aziende; un Comitato Operativo, dove i tecnici intercettano le esigenze delle aziende, la Fondazione SOStain ha superato il problema del conflitto d’interesse selezionando con un bando pubblico sia Sicilia Sostenibile, azienda che si occupa di fare assistenza tecnica e formazione per insegnare alle cantine a misurarsi, sia l’ente di verifica, che sottopone ad audit coloro che vogliono far parte della Fondazione.
“In fondo la Sicilia ha avuto una buona idea circa ogni 10 anni - racconta Alessio Planeta, componente del consiglio direttivo e guida di Planeta, la cantina di famiglia- 30 anni fa l’Istituto che ha messo insieme aziende, progetti e lavori che sono stati la ripartenza della regione; 20 anni fa Assovini; 10 anni fa, la crescita dei Consorzi e oggi la Fondazione SOStain, che contiene in sé il continuo miglioramento e il senso di responsabilità che proviamo verso questa terra straordinaria. Il vigneto Sicilia ha caratteristiche importanti: siamo il primo vigneto bio in Italia, la seconda viticoltura di montagna, il primo vigneto nelle isole minori, probabilmente anche il primo vigneto d’Italia per allevamento delle forme ancestrali e comprendiamo una ricchezza straordinaria delle varietà, attorniate da un contesto geografico a sua volta straordinariamente ricco. I numeri di SOStain oggi per noi all’inizio erano un sogno: 4.400 ettari, quasi 20 milioni di bottiglie: iniziamo ad avere una massa e visibilità, un impatto fondamentale per il successo del progetto. Come dice il detto latino “una apis nulla apis” - un’ape da sola non è un’ape - siamo come le api dentro all’alveare: un’ape da sola non sopravvive, noi viticoltori da soli non sopravviveremmo senza l’attenzione a queste problematiche”.
Il disciplinare ha 10 requisiti semplici da rispettare che affondano nel concetto di nuovo umanesimo ecologico, che mette in relazione la tecnica e la natura, con l’uomo a fare da ponte tramite la conoscenza, la misurazione, l’analisi e la ripetibilità.
“Dati che sono in gran parte già disponibili in ambito accademico - spiega Nicola Francesca, componente del Comitato Tecnico Scientifico - che la Fondazione rende usufruibili e trasferibili ai suoi associati, anche implementandoli. Tutti i 10 requisiti hanno come obiettivo principale e potente la difesa della biodiversità, che garantisce la qualità del prodotto finito, dando un senso anche commerciale e imprenditoriale al progetto”.
Ettore Capri e Lucrezia Lamastra, professori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e creatori del programma di sostenibilità VIVA, ricordano come 12 anni fa nessuno parlasse di sostenibilità. “Poi iniziarono i primi riferimenti internazionali: una bibbia sulle buone pratiche sostenibili dalla California, dove già stavano vivendo gli effetti dei cambiamenti climatici in termini di erosione dei suoli agricoli. Ma all’epoca in Italia non ci credeva nessuno, anche se la Sicilia era più percettiva. Nel 2011 nasce VIVA, un programma pubblico nazionale che realizza i primi disciplinari. Un programma volontario cui le aziende (pioniere anche in Sicilia) potevano aderire a loro spese e in cui si impegnavano per dare un contributo diretto per realizzare un disciplinare che diventasse uno standard di sostenibilità assolutamente italiano a 360 gradi, che includesse aspetti ambientali, economici, sociali, culturali ed etici attraverso un sistema finalmente misurabile”.
Negli anni nascono tanti tavoli di lavoro, ma uno in particolare è storico, quando i Ministri Galletti e Martina firmano per la prima volta un accordo interministeriale fra il Ministero dell’Ambiente e il Ministero dell’Agricoltura: un gruppo di lavoro sulla sostenibilità con l’obiettivo di fare una sintesi, a cui è presente anche SOStain. Nel 2020, nel Decreto Rilancio, l’articolo 224 ter fa nascere la sostenibilità come norma, che stabilisce finalmente lo Standard Unico Nazionale. I tempi sono maturi per il Sistema di Certificazione della Sostenibilità per la Filiera Vitivinicola e l’Italia capisce quanto è importante la sostenibilità. Il Sistema riconosce la produzione integrata come base di coltivazione sostenibile e riconosce anche i programmi esistenti fino a quel momento e che possono fare da impulso a tutte quelle realtà che non sono ancora arrivati a certi livelli di consapevolezza: sostenibilità alla portata di tutti. “La certificazione è il punto di partenza, il sistema di fare rete è la modalità per procedere con resilienza e resistenza. La Sostenibilità non è una cosa semplice - precisa Lucrezia Lamastra - che divide i buoni dai cattivi, non è un mondo in bianco e nero e chi lo fa si perde tutte le sfumature. È una disciplina, non una religione: non servono atti di fede ma una pratica che si fa giorno dopo giorno per diventare persone migliori di quelle che eravamo ieri”. Dello stesso avviso è il professor Attilio Scienza, dell’Università degli Studi di Milano, quando sostiene che il bollino nero che è stato dato alla genetica e al termine “ibrido” negli ultimi decenni sia un limite importante: “ perché se rifiutiamo il progresso che possono dare gli ibridi, non abbiamo molta possibilità di fare sostenibilità a tutto campo”.
Nelle viti esistono 400 geni di resistenza non espressi che provengono dal rapporto filogenetico con le primissime viti che hanno popolato il mondo ma che non si sono mai espressi perché non hanno mai avuto rapporti con il parassita vettore. In Caucaso esistono varietà resistenti alla peronospora e l’oidio, una fonte straordinaria di resistenza. “Abbiamo nel tempo trascurato l’Rna per valorizzare sempre di più il Dna. Ma il futuro sta lì, pensiamo solo all’epigenetica, che mette insieme le teorie di Darwin e di Lamarck. E l’ha dimostrato il Covid. Di recente si è scoperto che nel Dna della vita ci sono geni di suscettibilità: un fungo attacca l’ospite se c’è quel gene. Con tecniche di geno-editing possiamo togliere quel gene - conclude Scienza - o possiamo intervenire in modo meno aggressivo e utilizzare un Rna interferente spruzzandolo sulla pianta, che blocchi l’espressione di quei geni e impedisca al fungo di riconoscere la pianta ed attaccarla. Questa è la frontiera, che non fa male a nessuno. Se oggi noi perdiamo tempo dietro all’apparenza, alla contingenza quotidiana, non andremo mai avanti. La genetica non è la soluzione, ma è certamente un mare che è di fronte a noi: noi non possiamo ignorare il progresso della scienza”.
Anche il giornalismo può fare la sua parte nel contribuire alla diffusione di atteggiamenti più eco-sostenibili. Avere una voce, significa porsi la domanda, in quanto giornalisti, su cosa fare di fronte ai disastri naturali che stanno affliggendo anche la viticoltura. Il 2020 e 2021 sono stati anni drammatici: incendi in California che hanno distrutto tante parti di Sonoma e Napa; 12 notti di gelo in Borgogna e anche in Toscana; alluvioni in Germania, dov’è caduto l’equivalente di un mese di pioggia in 48 ore; siccità in Australia; grandinate in Piemonte, ormai praticamente annuali quando prima capitavano ogni 7 anni; caldo record in Sicilia; protocolli anti Covid. “La redazione intera si è riunita a ragionare intorno al concetto di “grande vino” - racconta Monica Larner, italian editor di “Robert Parker The Wine Advocate” - un grande vino è un vino che migliora nel tempo e che racconta una grande storia del territorio e della famiglia che lo produce. Un vino che stimola non solo dal punto di vista sensoriale ma anche dal punto di vista intellettuale. Il tema della sostenibilità è parte di questo stimolo e partendo da questa consapevolezza, abbiamo deciso dall’anno scorso di segnalare i vini che rientrano in queste caratteristiche tramite due simboli (e al momento siamo l’unica banca dati che permette una ricerca con un filtro sulla sostenibilità): il simbolo “certificato” - che segnala i vini ufficialmente certificati in biologico e biodinamico; e il “Robert Parker Green Emblem” - simbolo soggettivo e limitato a pochissime aziende non certificate ma eccellenti nei percorsi di sostenibilità (e che ri-verifichiamo annualmente)”.
Dal suolo all’acqua, fino alla bottiglia la sostenibilità può essere misurata in uno molteplicità di fattori. Fattori che non sempre oggi sono tenuti in considerazione, come ha spiegato Francesco Sottile, professore dell’Università di Palermo: “il suolo è un luogo pieno di biodiversità che però non consideriamo perché non vediamo. È una rete di connessione con ruoli diversi. Curiosamente a livello europeo esiste una norma che definisce i limiti dei residui chimici nelle acque, per i cibi ma non per il suolo. Nel Nuovo Documento di Posizione sulla Biodiversità pubblicato nel 2020 da Slow Food risulta che il rame è il residuo più diffuso a livello nazionale, ma ci sono ovunque residui di insetticidi, fungicidi, anche glifosate (come negli aranceti in Sicilia) e addirittura DDT, messo al bando da oltre 40 anni. Dobbiamo riconsiderare il limite massimo ammissibile nei terreni insieme all’effetto additivo ad altri pesticidi. Anche ricordando le 4 leggi dell’ecologia di Barry Commoner del 1971 “ogni cosa è connessa con qualsiasi altra; ogni cosa deve finire da qualche parte; la natura è l’unica a conservare la soluzione; ogni cosa ha un suo costo”, che dovrebbero essere la base della nostra conversione ecologica ormai inderogabile a protezione di una natura ricchissima che da sempre contiene tutta l’informazione che noi oggi racchiudiamo dentro il concetto di sostenibilità”.
Ancora, si può intervenire nella gestione delle risorse idriche o anche nella produzione sostenibile a circolo chiuso del vetro per le bottiglie (come dimostra l’interessante progetto 100% Sicilia della multinazionale statunitense O-I Italy, che ha sede a Marsala), ma bisogna soprattutto stare attenti alla comunicazione, per riuscire a coinvolgere le persone senza le quali non possiamo fare ciò che vogliamo fare. “Ma se la comunicazione non avviene in maniera chiara, il rischio è che l’azienda rimanga sola nelle sue scelte - spiega Carlo Alberto Pratesi, professore dell’Università degli Studi di Roma - e la sostenibilità da soli non esiste. Definiti i valori e comunicati a dovere, inizia il percorso a fasi: coinvolgere - di tutto il sistema che contribuisce ad attuare il progetto sostenibile - gli interlocutori più ostili, quelli meno simili a noi, che sono più condizionati dal risultato; e quindi definire il messaggio, scegliendo se semplificare concetti complessi in modo che siano comprensibili (ma rischiando di cadere nella fake news o nel green washing), oppure decidere per una maggiore scientificità, che può allontanare il nostro interlocutore. Insomma come si comunica la sostenibilità? È la costruzione di una struttura che necessita della collaborazione degli altri e per farlo bisogna definire gli interlocutori, definire i messaggi, ma soprattutto farlo con un approccio multidisciplinare, rinunciando a pezzi della nostra identità e imparando a ragionare con chi è diverso da noi.
L’esperienza di Andrea Bartoli, fondatore Farm Cultural Park a Favara, chiude il convegno, rimarcando quanto sia importante la forza di volontà nel raggiungere i propri obiettivi: insieme alla moglie hanno trasformato Favara, che nel 2010 era la città della mafia e dell’abusivismo, in un paese accogliente per la propria figlia e i suoi cittadini. “Cerchiamo di migliorare noi stessi migliorando i luoghi in cui abitiamo. Viviamo in un epoca in cui gli Stati, le regioni, i Comuni, le città, le banche, le aziende e gli enti non sono sostenibili, ma a volte le cose vanno fatte a prescindere che siano immediatamente sostenibili, come le attività culturali. Serve realmente solo un cambiamento di mentalità. Spesso investiamo in progetti che non hanno nessun nesso con la realtà in cui viviamo, come le società per azioni in borsa, anziché dedicarci agli spazi locali. Oggi la società si è costituita con 70 soci. Questo progetto, se si replicasse, potrebbe davvero cambiare una società, se solo le banche iniziassero a promuovere i cittadini e la cittadinanza attiva aiutandoli ad investire sul destino delle proprie comunità”. La chiosa è di Federico Quaranta: “le soluzioni ci sono, bisogna solo cambiare punti di vista. L’Italia è conosciuta nel mondo come la terra della cultura e la Sicilia ne è la culla: è bello che questo impeto alla sostenibilità venga da qui, dove la stratificazione culturale è la più impressionante che sia mai avvenuta al mondo. Oggi abbiamo gettato un semino per una rivoluzione culturale e il popolo che saprà affrontarla per primo sarà il popolo che traccerà la strada per tutti gli altri popoli: la Sicilia al centro del mondo ancora una volta”.

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