02-Planeta_manchette_175x100
Allegrini 2018

Style / Corriere Della Sera

Cantine social. Imprenditori, finanzieri, avvocati, artisti. Tutti con la mania della vigna. E tutti produttori di bianchi, rossi, rosé che promuovono sui giornali, che impongono sulle tavole degli amici e che cercano di vendere. Ma la qualità? Qualche volta eccellente, qualche altra un disastro. Ecco i “segnalati” dell’esperto. E la classifica delle bottiglie da evitare, da quelle di Sandrelli. Dalla, Al Bano, Depardieu ... Sarà stato il bouquet o, forse il retrogusto. Ma tant’è. Un’attrazione fatale per il vino ha colpito, come una sindrome, industriali, commercialisti, artisti e sportivi. Oppure, nessuna “malattia”: il contatto ravvicinato con i rossi e i bianchi è considerato semplicemente, un ottimo affare. Certo è che lo stesso fenomeno non si rileva per la produzione, per dire, di pane, di pasta o, ancora, di pelati. «Business in business»: con questa logica, un esercito di neo-agricoltiri-vignaioli ha invaso un mondo da sempre riservato a contadini e coltivatori diretti. Anzi, se si dovesse fare la conta, probabilmente emergerebbe che i nuovi imprenditori del vino oggi sovrastano, in numero, chi alla terra ha sempre dedicato il proprio lavoro. Una rivoluzione, questa, ristretta alla realtà italiana? Se diamo uno sguardo ai paesi tradizionalmente più legati alla produzione di uve pregiate siamo l’eccezione, perché l’unico caso eclatante riguarda i francesi, dove si distingue la grande operazione di Bernard Arnault, patron del gruppo LVMH e di aziende di vino tra le più prestigiose (Chateau d’Yquerm, Cheval Blanc, Krug). Solo da noi, però, si può parlare di fenomeno, anche se l’arrivo in massa di semi improvvisati neo-produttori è avvenuto in tempi diversi, negli anni Settanta, i primi sbarchi imprenditoriali sono stati in Toscana, a Montalcino e nel Chianti, i cui vini rossi non godevano, ancora, di particolare fama internazionale. Nella terra del Brunello sono arrivati Gianfranco Soldera, assicuratore, con Case Basse, l’imprenditore Giulio Consonno, con le cantine Caparzo e Altesino (rilevate poi da Elisabetta Gnudi Angelini, assieme a Borgo Scopeto, in Chianti) e l’avvocato napoletano Giovanni Peluso dell’Agricola Centolani (vini Pietrafocaia e Pietranera). Il prezzo del vino si è impennato: attratti anche i Nardi (dei trattori), i Loacker (dei biscotti), Andrea Illy (del caffé) e Sandro Chia, artista, proprietario dell’azienda Castello Romitorio: sue le belle etichette della Transavanguardia che adornano vini di buona qualità. Il territorio riservato al Brunello è però poca cosa rispetto al Chianti, dove sono arrivati professionisti, manager e perfino un’assicurazione: la Ras ha acquistato vitigni a San Felice. L’industriale siderurgico Sergio Manetti dell’azienda di Montevertine (presente nelle carte dei ristoranti più rinomati), il tipografo romano Raffaele Rossetti, con la sua famosa etichetta Capannelle, Lorenza Sebasti, proprietaria della cantina Castello di Ama, hanno segnato, con alcune famiglie chiantigiane, la rinascita di questo marchio, conosciuto, fino allora, solo per il fiasco impagliato. C’è anche l’editore Paolo Panerai con l’azienda Castellare di Castellina, uno fra i primi a seguire la strada degli autoctoni con il Sangioveto in purezza. Il suo Sodi di San Nicolò ha avuto grande successo all’estero: la Christies, a Londra, 12 bottiglie sono state battute all’asta per 1.000 sterline. Altrettanti risultati ha ottenuto la famiglia Cossia Castiglioni con l’azienda Querciabella di Greve in Chianti, soprattutto con il Camartina (Sangiovese e Cabernet Sauvignon) e sempre in Toscana, questa volta ad Arezzo, Salvatore Ferragamo jr fa il Borro, blend di Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah e Petit Verdot. C’è poi l’acerrimo nemico dello Champagne lo spumante italiano di Franciacorta. Anche qui, brillanti neo-vignaioli: l’illuminato Albano Zanella, spedizioniere, con il figlio Maurizio (azienda Caà del Bosco) Vittorio Moretti (cantine Bellavista) grosso imprenditore edile. E’ Barolo e Barbera? Nelle Langhe e Monferrato, non mancano i “neo-barolisti” e i “neo-barberisti” il più creativo fra i primi è Silvano Boroli, editore, che, con il suo rosso più importante, ha raggiunto il top dei punteggi, mentre Luigi Zunino, mega-immobiliarista, fa Barbera d’Asti La Zanna, ma solo per gli amici. Comunque, pure il Sud avanza: l’Italia dei forti investimenti in uve è anche la Campania, dove l’azienda Feudi di San Gregorio, delle famiglie Ercolino e Capaldo (Pellegrino Capaldo, stimano professionista e ormai un fenomeno unico per crescita e qualità. Da queste parti, si segnala un’altra esperienza: quella di Silvia Imparato, fotografa, con il suo eccellente Montevetrano. Più a sud, l’agricoltore conserviero Paolo Petrilli, di Lucera ha investito sul Ferrari, stessa strada seguita, con il rosso Vandalo, della Tenuta Cocevola di Andria (Bari)dai Marmo, costruttori. Attualmente però, nel Meridione, è la Sicilia ad attrarre capitali. I Benanti (Farmaceutica) fanno Etna Bianco, i Cambria, imprenditori, con l’azienda Cottanera, producono Sole di Sesta. Visto Catania, metalmeccanico, imbottiglia Nerojbleo, Valcanzjria, l’architetto Giusto Occhipinti fa Nero d’Avola. Un discorso a parte merita chi ha portato alla notorietà un vitigno fino a pochi anni fa sconosciuto solo dagli addetti ai lavori. Si tratta del Sagrantino, ottenuto da uve sangiovese e Montefalco, in Umbria. Lo ha valorizzato un imprenditore dell’abbigliamento, Marco Caprai (cantina Arnaldo Caprai), ed è già pluriblasonato e riconosciuto all’estero. Infine, sono da segnalare i vignaioli da “giornale patinato”. Renzo Rosso (Diesel) ha battezzato con ironia Rosso di Rosso (Merlot-Cabernet Sauvignon) e Bianco di Rosso (Chardonnay) i vini prodotti a Marostica, rari da trovare. I Brachetti-Peretti (Alpi), hanno da poco inaugurato un’azienda nelle Marche, a Talentino (Macerata), nella quale fanno il Pollenza. Insomma i soldi sono molti e arrivano da ogni parte: Domanda: chi resterà quando il mercato non sarà più drogato dalle banconote? Forse chi è nato tra le vigne; più abituato di questi signori a combattere con la “vendemmia ballerina”.

Le volpi e l’uva. Il derby vinicolo Brachetto-Moratti? Il confronto alcolico
tra Lauzi (astemio) e Ron? Esito pericoloso.
Come per lo “Stronzetto dell’Etna” e ... di Ciro Mattei

Vini dei vip? Una sola regola: parlarne ma non berli, proprio come per i ristoranti finanziati dai ricchi o frequentati da loro, guardarli (i danarosi signori) ma non toccarli (i piatti). Il motivo è evidente: nessuno, solcato il mezzo secolo di vita e accumulato un ragguardevole gruzzolo lavorando o trafficando, cose che a volte coincidono anche a livello di Borsa, per svoltare e regalarsi un piacere, apre uno studio dentistico (o lo regala all’amante) o si mette a costruire ponti dirigendo i lavori in prima persona. Viceversa, personaggi che hanno raggiunto i vertici professionali cavando denti, difendendo nei tribunali, cantando o maneggiando soldi (degli altri), pensano che sia piacevolmente facile imbottigliare bacco o soffriggere e risottare alla Vissani. E saranno dolori, soprattutto per loro che butteranno via soldi, spernacchiati dai media e dagli amici, oltre che turlupinati da winemaker (i vip non si rivolgono agli enologi, troppo provinciale) e chef (idem come prima, volete mettere la banalità di ingaggiare un cuoco?) che diventeranno ricchi alle loro spalle.
Distinzione. Una, ed è un po’ come separare la farina (poca) dalla crusca (tanta): ci sono autentici produttori che i casi della vita hanno portato a incrociare il mondo della finanza (Gianni Zonin è diventato anche presidente della Popolare di Vicenza e consigliere della Bnl) o quello dell’industria o dello spettacolo, e ci sono dei nomi luccicanti che un bel/brutto giorno si mettono a imbottigliare per capriccio come Renzo Rosso, il signor Diesel, che senza tanta fantasia fa il Rosso di Rosso e il Bianco di Rosso, da cui la classica domanda “bianco o rosso signore?”. In questo caso meglio essere astemi.
Grandi. Alcuni vini-vip sono di gran livello. Quando si parla dell’Aglianico della Cantina del Notaio s’intende uno dei vertici della vitivinicoltura italiana, merito di Gerardo Giuratrabocchetti che notaio lo è per davvero. Così il Fiano dei Feudi di San Gregorio in Irpinia, anche se molti si chiedono quante porte Enzo Ercolino ha potuto aprire di slancio grazie al suocero Pellegrino Capaldo, ex presidente della Banca di Roma. Se invece Bob Dylan firma il Planet Waves è solo perché chi lo produce, Antonio Terni nella sua azienda Le Terrazze a Numana (An), è uno che non perde concetti e dischi del menestrello. Sempre nelle Marche, gli Sparaco sono costruttori e produttori perché titolari di Fazi Battaglia, la Fiat del Verdicchio, e della Fassati a Montepulciano, i cugini poveri di Montalcino. Per le analisi in laboratorio non dovrebbero avere problemi: Spartaco Sparaco è sposato a Fernanda Angelini, superfamiglia della farmaceutica. E’ in Piemonte si maligna dei Dolcetti e dei Barolo di Enrico e Giovanni Cordero di Montezemolo; degustati alla cieca piacciono poco, a etichetta scoperta tanto. Un loro parente stretto si chiama Luca.
Derby. Lo avremo tra petrolieri: nell’Oltrepò, Letizia e Gianmarco Moratti hanno ingaggiato il winemaker di grido (Riccardo Merlot Cotarella) per il loro castello di Cicognola nel tentativo di dare dignità agli inchiostri donati dall’inter a Natale. Nelle Marche, Aldo Brachetti-Peretti, quello che con Api si vola e ora pure di beve, sta investendo a Tolentino. Visto il prezzo della benzina, i soldi non gli mancano.
Voglia di stupire. Le bottiglie di prosecco, messe a dimora a Villa Sandi nella Marca Trevigiana da Giancarlo Moretti Polegato (suo fratello Mario è mister Geox), riescono a stupire gli ospiti sotterranei come fosse la champagne.
Ugole. Per il vino “cantato” ci sono l’Oltrepò di Ron, il Piemonte di Enrico Ruggeri, la Sicilia di Mick Hucknall (Simply Red), e la Puglia di Al Bano. Felicità, per così dire.
Il massimo. Della fantasia con Bruno Lauzi, astemio (!). Come si chiama il suo vino? Barbera del Cantautore. Dello stile con Lucio Dalla: ha battezzato il suo Bianco cineo Stronzetto dell’Etna. “Lo bevo io e non lo vendo”, avvisa l’esatto contrario di Don Versè che l’Arghitta lo vorrebbe vendere caro come il Petrus.

Da comprare
CASTELLO DI AMA
Loc. Ama Gaiole in Chianti Tel. 0577 746031 Vigna l’Apparita Merlot 2000 2001 (rosso) Vigneto La Casuccia Chianti Classico 2001 (rosso)
BOROLI
Loc. Madonna di Corno, 34 Alba tel. 0173 365477 Barolo Villero 2000, 2001 (rosso) Langhe Anna 2003 (rosso)
ARNALDO CAPRAI
Loc. Torre Montefalco (pg) Tel. 0742 378802 Montefalco Sagrantino 25 anni 2000, 2001 (rosso) Montefalco Sagrantino Collepiano 2001, 2002 (rosso)
AGRICOLA CENTOLANI
Loc. Friggiali Strada Marcarnara Montalcino (si) Tel. 0577 819151 Brunello di Montalcino Tenuta Pietranera 1999 (rosso)
CASE BASSE
Loc. Case Basse Montalcino (Si9 Tel. 0577 848567 Brunello di Montalcino riserva 1997, 1998, 1999 (rosso)
BELLAVISTA
Via Bellavista 5 Erbusco (Bs) Tel. 030 7762000 Franciacorta Gran Cuvée Pas Operé 1999 (franciacorta) Franciacorta Gran Cuvée Brut 2000 (franciacorta)
CASTELLARE DI CASTELLINA
Loc. Castellare Castellina in Chianti (SI) Tel. 0577 742903 I Sodi di S. Nicolò 1998, 2000, 2001 (rosso) Chianti Classico il Poggiale Riserva 2000, 2001 (rosso) (arretrato del 24 novembre 2005)
Autore: Davide Paolini

Copyright © 2000/2018


Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt


Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2018

Altri articoli