Una valle, incastonata tra montagne e vigneti, che si estende per oltre 120 km lungo il corso del fiume Adda, tra il Lago di Como e la Svizzera, e custodisce il più grande territorio vitato terrazzato d’Italia: 750 ettari di vigneti che si arrampicano fino a 800 metri di altitudine, sorretti da oltre 2.500 km di muretti a secco. Questa è la Valtellina, un paesaggio che racconta i suoi vini, in cui la viticoltura non è solo produzione agricola, ma un vero e proprio patrimonio culturale che riflette un equilibrio perfetto tra natura, tradizione e ingegno umano. Il paesaggio terrazzato è un’opera d’arte collettiva, frutto di secoli di lavoro e ingegno contadino, tanto da essere riconosciuto come Paesaggio Rurale Storico d’Italia e Patrimonio Immateriale Unesco per l’arte di costruzione dei muretti a secco. La superficie vitata è per il 90% investita a Chiavennasca - il nome locale del Nebbiolo - che, come ha raccontato Attilio Scienza, professore di Viticoltura all’Università di Milano, tra i massimi esperti del settore al mondo, potrebbe essere un biotipo originario della Valtellina. “Lo suggeriscono riferimenti storici, ma soprattutto genetici - ha illustrato Scienza - i vini della Valtellina, prodotti con uve Nebbiolo, erano esportati dai Grigioni già nel 1250, a sottolineare l’importanza economica e politica del vitigno per la regione. Circa l’origine genetica, le tecniche moderne di analisi hanno permesso di ricostruire la genealogia del Nebbiolo e di identificare i suoi parenti. È emersa una variabilità genetica maggiore in questa zona, una grande mescolanza di genotipi, che ne fa risalire l’origine qui”. Una realtà eccezionale quanto fragile quella della Valtellina da valorizzare facendo conoscere e riconoscere i suoi rossi, caratterizzati da una eccellenza connaturata al vitigno e al territorio: la Chiavennasca e i ripidi pendii ai piedi delle Alpi. Questo uno degli obiettivi di “ViVa Vini di Valtellina” 2026, manifestazione promossa e organizzata dal Consorzio dei Vini di Valtellina, in sinergia con la Strada del Vino e dei Sapori della Valtellina e la Fondazione Provinea, che svolge un ruolo cruciale legato alla tutela e alla valorizzazione del paesaggio terrazzato. La seconda edizione - a Sondrio, nei giorni scorsi - con il convegno “Chiavennasca, il Nebbiolo delle Alpi” ha, per così dire, “allungato lo sguardo” sul futuro, in un momento attualmente favorevole per i vini della Valtellina, sulle criticità attuali e prossime: la riconoscibilità della loro provenienza - razionalizzando i disciplinari di produzione, anche relativamente alle sottozone del Valtellina Superiore Docg, proponendo di identificarne altre quattro, portandole a nove, senza modificare l’area di produzione - il cambiamento climatico e la riduzione dei costi di produzione, molto elevati nei vigneti con forti pendenze.
“Il trend per i nostri vini, eleganti, fini e di piacevole beva è positivo, ma la Valtellina è nota per la sua offerta turistica, più che per i suoi rossi - ha raccontato, a WineNews, Mamete Prevostini, produttore e presidente del Consorzio - e, quindi, nella promozione del nostro territorio dobbiamo mettere al centro il vigneto terrazzato con muretti a secco, per far vivere esperienze memorabili ai visitatori e per promuovere le caratteristiche uniche dei vini da Chiavennasca-Nebbiolo. Crescono i visitatori stranieri, in particolare francesi, e confidiamo nel passaparola positivo dei turisti che visitano la Valtellina e la Lombardia, in particolare Milano e le aree lacustri, che rappresentano un mercato potenziale per i vini locali. L’interesse cresce anche tra gli stessi produttori che, rispetto alla prima edizione di “ViVa” hanno organizzato più eventi nelle proprie aziende come trekking tra i filari, tour in e-bike, e così via”.
Tuttavia “espugnare” Milano, piazza molto affollata da vini nazionali ed esteri, non è cosa facile, in particolare per i vini della regione. “L’obiettivo è cambiare la percezione del vino della Valtellina a partire dalla collaborazione tra noi produttori ristoratori e rivenditori, per promuoverli come un’esperienza unica e coinvolgente, andando oltre le attività tradizionali”, ha proseguito Prevostini. E poi c’è il tema del linguaggio del vino, “che deve essere più accessibile e meno tecnico, concentrandosi sulla piacevolezza per attrarre un pubblico più ampio, evidenziando le caratteristiche principali dei vini e non i dettagli tecnici: il vino è sinonimo di convivialità e divertimento, un’esperienza piacevole e accessibile a tutti. Abbiamo dalla nostra vini con un rapporto qualità/prezzo incredibile rispetto al resto del mondo, quindi, tutti gli ingredienti per fare bella figura presentandoci sui mercati consolidati e anche nuovi”.
A dare futuro alla viticoltura della Valtellina, che merita davvero l’appellativo di “eroica”, è il passaggio generazionale in atto da qualche tempo a dispetto delle condizioni di coltivazione davvero difficili. “Passaggio generazionale e anche arrivo di nuovi investitori che rappresentano un’opportunità per far crescere il vino della Valtellina a livello internazionale - ha confermato il presidente del Consorzio - con i giovani, molto qualificati, curiosi e cosmopoliti, forza trainante”. I presupposti per un futuro roseo ci sono tutti: ricambio generazionale, una riduzione di ettarato contenuta soltanto nelle zone più limitrofe e più difficili, nessuna giacenza, se non quelle relative all’affinamento, e un posizionamento di prezzo premium, condizione necessaria, anche se non sufficiente, per continuare a produrre a costi elevati in Valtellina.
Un futuro che sarà supportato anche da un orientamento del Consorzio e della Fondazione Provinea verso la ricerca di soluzioni tecniche per facilitare la gestione del vigneto, e, quindi, ridurne i costi, e da un riordino delle denominazioni con la richiesta di cambiamento dei disciplinari, attualmente in esame a Roma. La Valtellina è l’unico territorio italiano con due Docg coincidenti per zona e vitigno (Nebbiolo, qui Chiavennasca) - Valtellina Superiore e Sforzato/Sfursat di Valtellina - poi ci sono la Doc Rosso di Valtellina e l’Igt Alpi Retiche. “Abbiamo completato un rigoroso studio di due anni circa per arrivare alla proposta di modifica dei disciplinari sottoposta al Ministero - ha spiegato Marco Fay, produttore e consigliere responsabile di questo progetto - abbiamo lavorato sull’intero areale di produzione, sulla definizione di altre sottozone del “Valtellina Superiore” e sull’esplorazione delle quote altimetriche storicamente vitate sui terrazzamenti, risultante dalle fotografie storiche del 1975, che all’epoca toccavano i 1.000 metri, per innalzare l’area della Doc Rosso di Valtellina attualmente fissata a circa 700 metri. Questo consentirebbe anche la produzione di uve da destinare alla Docg Sforzato, poiché la denominazione Igt Alpi Retiche attualmente in vigore al di sopra dei 700 metri non permette l’appassimento”. Oggi non l’intera superficie della denominazione principale “Valtellina Superiore” è caratterizzata da sottozone - che sono cinque: Maroggia, Sassella, Grumello Inferno e Valgella - mentre l’area rimanente è classificata “semplicemente” come “Valtellina Superiore” senza menzioni in etichetta. “Questo - ha spiegato Fay, a WineNews - ingenera disorientamento e, quindi, riteniamo che per fornire un’indicazione più precisa del territorio del “Valtellina Superiore” anche le altre aree debbano essere individuate come sottozone. In definitiva proponiamo la creazione di quattro nuove sottozone, per un totale di 9, senza toccare le preesistenti, per far sì che tutta l’area della denominazione sia individuabile, in modo da non avere più alcuna confusione in termini di qualità e comunicazione. Le modifiche, che hanno raccolto un consenso unanime dei produttori, non soddisfano solo la necessità di preservare produzione e acidità, ma aumentando complessivamente la superficie di 200 ettari, consentirebbero un incremento del numero di aziende produttrici garantendo anche la manutenzione del territorio”.
“ViVa Vini Valtellina” è stata anche l’occasione per presentare l’ultima annata in commercio del Valtellina Superiore Docg, la 2024. La variabilità territoriale, sia dal punto di vista altimetrico sia della conformazione dei terrazzamenti è la caratteristica saliente della Valtellina e le condizioni climatiche delle diverse annate influenzano la qualità delle uve sui terrazzamenti con caratteristiche diverse. “È stata un’annata piovosa in cui i terrazzamenti con poca terra altamente drenanti, hanno dato prestazioni eccezionali in termini di qualità fornendo alla pianta la giusta quantità d’acqua per completare il suo ciclo, al contempo eliminando quella in eccesso attraverso i muretti a secco - ha illustrato Mattia Dell’Orto, responsabile Ricerca e Sviluppo Consorzio dei Vini di Valtellina - verticale, floreale, succoso: il Superiore 2024 interpreta la tensione, contrappeso alla struttura conferita dalle uve completamente mature, e non la potenza. Il Consorzio sta implementando strategie per affrontare le annate sempre più variabili e estreme. È fondamentale coltivare una mentalità di ricerca e innovazione, spingendoci oltre i confini della viticoltura tradizionale per scoprire nuove soluzioni non solo tecniche e tecnologie da introdurre in vigneto, in particolare per la difesa da malattie e parassiti, ma anche di modi innovativi per raccontare la storia della Valtellina e le sue sfumature uniche, che possono variare tra le diverse zone e da un’annata all’altra”.
Analizzando le serie storiche dell’andamento agro-climatico di un sessantennio in Valtellina, Gabriele Cola, agro-meteorologo dell’Università di Milano, con cui Consorzio e Fondazione Provinea hanno avviato una collaborazione - ha sottolineato come non esista un rapporto costante tra temperature e precipitazioni tra un’annata all’altra. “Questo contesto di maggiore variabilità - ha spiegato - si traduce in un livello di temperatura più alto che amplifica le differenze tra un’annata e l’altra. Per questo motivo disporre di un’ampia variabilità genetica delle viti consente di avere più strumenti per affrontare condizioni climatiche difficili. Il cambiamento climatico incide in modo diverso localmente e nel caso della Valtellina le condizioni sono state migliorative: l’analisi dei dati degli ultimi vent’anni indica che l’aumento delle temperature anticipa la fioritura primaverile, ma non si traduce in stress, bensì in condizioni generalmente ideali per la vite. Questo comporta uno spostamento delle maturazioni, che in Valtellina rimane all’interno di un intervallo interessante e positivo e mediamente evita condizioni stressanti. Tuttavia è fondamentale monitorare attentamente gli sviluppi futuri, poiché la 2026 si è rivelata particolarmente complessa, ma non dobbiamo considerarla come ormai ordinaria, ma come un’eventualità, e pertanto dobbiamo essere preparati”.
E, circa la necessità di ottenere viti resilienti ai mutamenti climatici, Attilio Scienza - riprendendo le ricerche più recenti - ha indicato la prospettiva. “La selezione clonale dei vitigni, come la Chiavennasca - ha spiegato - dovrebbe includere l’analisi dell’epigenetica, che studia le modifiche nell’espressione genica senza alterare la sequenza del Dna. Le mutazioni possono verificarsi sul Dna o sull’Rna, e queste ultime sono stabili e rappresentano l’adattamento allo stress ambientale. Stress termici e luminosi inducono cambiamenti epigenetici nelle piante, che attivano geni latenti per produrre sostanze di reazione e adattarsi al clima, di cui le piante conservano la “memoria” che influenza la risposta a cambiamenti ambientali simili”.
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