Una vera a propria “vigna archeologica” che, nel tempo, supererà 6 ettari, con vitigni autoctoni locali ed i “patriarchi della vite” custoditi da Feudi di San Gregorio in Irpinia, e su suoli intatti da oltre duemila anni, e la costruzione di un’azienda vitivinicola biologica nel Parco, nel 2028, per tornare a produrre il “vino pompeiano”, 30.000 bottiglie all’anno, con le prime previste entro il 2029. Un vino unico al mondo non solo perché grazie al know-how dell’enologia italiana rinasce dall’antichità tra gli scavi della città romana sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., luogo-simbolo della cultura mondiale, ma perché racconta l’importanza stessa del vino nella nostra civiltà. Da ieri, è stato scritto ancora un nuovo capitolo per la viticoltura e la storia del patrimonio culturale e naturalistico di Pompei, d’Italia e del mondo, frutto della forma speciale di partenariato pubblico-privato tra il Parco Archeologico di Pompei e Gruppo Tenute Capaldo, e, in particolare, le cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco, grazie al ritorno della vendemmia delle varietà rosse che i romani già coltivavano in Campania - Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso - nell’attuale vigneto di poco più di un ettaro tra gli scavi delle Domus, celebrata con una vera e propria festa (come WineNews racconterà in un video prossimamente online, ndr). Il progetto, infatti, è frutto di un’importante lavoro di ricerca sui vitigni autoctoni e la loro coltivazione nei secoli, in collaborazione con Attilio Scienza, professore di Viticoltura all’Università di Milano, e le competenze agronomiche di Feudi di San Gregorio e del suo responsabile di produzione, l’agronomo Pierpaolo Sirch, e che si sta realizzando in una delle aree archeologiche più importanti al mondo, con oltre 4 milioni di visitatori nel 2025.
“Vedere le prime uve raccolte dentro il Parco Archeologico è un momento che aspettavamo da tempo e che sentiamo come una grande responsabilità. Da questo primo raccolto comincia davvero la storia produttiva di un progetto che ci sta a cuore: dimostrare che si può investire con pazienza e visione di lungo periodo sul valore culturale del vino, restituendo a Pompei il ruolo che ha sempre avuto nella storia della civiltà mediterranea”, sottolinea Antonio Capaldo, presidente Feudi di San Gregorio.
Un progetto importante e prestigioso, soprattutto per la forma con cui prende vita: un vero partenariato che nasce con l’obiettivo di sviluppare un’iniziativa organica e di lungo periodo, mettendo a sistema le competenze del Parco e quelle del Gruppo Tenute Capaldo lungo l’intero percorso, dalla coltivazione della vite alla produzione, dalla ricerca alla valorizzazione e, a regime, alla degustazione e vendita dei vini nel sito. Il raccolto di quest’anno riguarda i 14 piccoli vigneti custoditi melle Domus del Parco, poco più di un ettaro coltivato anche con finalità di ricerca e didattica: 14 storie botaniche diverse, distribuite tra le Domus, che si differenziano per varietà, allevamento, esposizione e umidità, mentre i muretti che le delimitano disegnano altrettanti microclimi. Qui si vendemmiano le varietà rosse che i Romani già coltivavano in Campania: Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso. Ad affiancare questo primo nucleo storico è il nuovo vigneto, nato da materiale genetico prelevato dalle viti centenarie di Feudi di San Gregorio in Irpinia, i cosiddetti “patriarchi della vite”, e messo a dimora ad inizio 2026 nell’area di Stabiae e della Villa San Marco, cuore del piano di valorizzazione della Grande Pompei. Un impianto ancora giovane, non ancora in produzione, che nei prossimi anni entrerà gradualmente a regime, ampliando il progetto anche ai vini bianchi: Fiano, Greco e Falanghina. Il prossimo passo sarà la cantina di vinificazione e affinamento, individuata in un fabbricato nell’area di Stabiae: la sua realizzazione è attesa entro la vendemmia 2028, quando anche i vigneti di Stabiae inizieranno a entrare in produzione, chiudendo il cerchio del ciclo produttivo avviato quest’anno nelle Domus. Una parte dell’affinamento avverrà anche dentro le Domus, per offrire ai visitatori un’esperienza immersiva nel racconto del vino antico. I primi vini del nuovo partenariato sono attesi entro il 2029; a regime, l’azienda produrrà circa 30.000 bottiglie l’anno, affiancate da un’area di degustazione e vendita nel Parco.
A guidare la ricostruzione delle tecniche antiche di coltivazione è la collaborazione con il professor Attilio Scienza, tra i massimi esperti di viticoltura al mondo, che affianca il progetto incrociando le evidenze storiche e archeologiche con gli strumenti della ricerca contemporanea, dalla botanica alla genetica, dall’agronomia alla viticoltura. “Pompei e la Campania sono un modello interpretativo di tutta la viticoltura italiana - spiega Scienza - Pompei, in particolare, è un luogo unico perché è al tempo stesso luogo di confine, che ha accelerato un nuovo modello di viticoltura, e luogo di frontiera, dove le diverse realtà non si sono mai fuse e sono giunte fino a noi oggi. Il progetto è quello di fare di Pompei un esempio di come si possa ricostruire, con i tanti elementi che abbiamo a disposizione - storici, del mito, letterari nonché genetici e del Dna - le viticolture d’Italia. Abbiamo bisogno di questi luoghi perché il rapporto tra archeologia, vite e vino nei prossimi anni sarà strategico per il nostro turismo di qualità. Inoltre, ripristinare la viticoltura a Pompei nel rapporto tra pianta e vite vuol dire ritornare a ripristinare quel rapporto che è alle origini della vite”.
Accanto alla ricerca, il progetto poggia sulle competenze agronomiche di Feudi di San Gregorio e del suo responsabile di produzione Pierpaolo Sirch, agronomo di fama internazionale, che segue passo dopo passo l’evoluzione dei vigneti e questa prima annata produttiva. “Siamo in una fase di ristrutturazione dei vigneti, sia nelle strutture sia nelle forme di allevamento: un anno di transizione che ci serve per conoscere meglio i microambienti di Pompei, molto particolari e di grandi prospettive - racconta Sirc - stiamo prendendo confidenza con i microclimi dei 14 piccoli vigneti distribuiti tra le Domus, che si differenziano per varietà, umidità ed esposizione, sono 14 storie da conoscere e interpretare. Quest’anno vendemmiamo solo qui. In generale è stata un’annata anomala in tutto il territorio, sia per le precipitazioni sia per le temperature, e per noi qui è comunque la prima volta. Siamo soddisfatti di aver dato vigore alle piante, per proseguire sui nostri obiettivi”.
Un rapporto, quello tra Pompei e la vite, che il Parco Archeologico studia da decenni attraverso il proprio Laboratorio di Ricerche Applicate, indagando le caratteristiche botaniche dei vigneti dell’antica città e il loro posto nella vita quotidiana romana. Oggi quella storia si intreccia con una strategia più ampia di tutela del paesaggio e del patrimonio naturale del sito, che comprende anche la valorizzazione degli ulivi e i progetti di agricoltura sociale della fattoria culturale e sociale Parvula Domus. Con la “Festa del Vino” e con questa prima vendemmia, spiega il direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel, “restituiamo a Pompei un pezzo fondamentale della sua anima e della sua storia quotidiana, per rileggere oggi quelle antiche pratiche agricole che vedevano in Dioniso il loro punto di riferimento. Questa tematica riveste una rilevanza centrale per il Parco, che lungo tutto il 2026 ha promosso svariate attività incentrate sull’aspetto dionisiaco della quotidianità a Pompei, un percorso sollecitato anche dal recente rinvenimento del salone del Tiaso nella Regio IX. Per noi la vite e il vino non sono soltanto elementi archeologici da studiare, ma costituiscono un patrimonio vivo che definisce il nostro paesaggio e la cultura mediterranea. Attraverso il partenariato con il Gruppo Tenute Capaldo, coniughiamo ricerca scientifica, tutela del territorio e valorizzazione del sito in una visione di lungo periodo: veder rinascere la produzione vitivinicola tra le nostre Domus e nell’area della Grande Pompei significa offrire ai visitatori un’esperienza ancora più profonda, capace di far dialogare in modo autentico il passato con il presente”.
I visitatori di Pompei, infatti, hanno potuto assistere alle attività della vendemmia, partecipare alle visite ad alcuni dei vigneti dell’area archeologica e prendere parte al momento conviviale con i vini di Feudi di San Gregorio, una degustazione di pane e olio Igp del Parco, Pùmpaiia, e anche di altri prodotti della Parvula Domus, la fattoria culturale e sociale del Parco, espressione della produzione agricola contemporanea sviluppata nel sito archeologico. Ma, soprattutto, ieri, è stato scritto un nuovo capitolo di una storia lunga duemila anni, in cui archeologia, ricerca, agricoltura e cultura del vino tornano a incontrarsi nello stesso luogo che le ha viste nascere.
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