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CORONAVIRUS

Vinitaly a giugno: tra speranze e cautela, la parola ai produttori italiani

Nonostante il calo dei buyer ed il rischio overbooking su Verona, una decisione apprezzata dal mondo del vino italiano, che ha voglia di ripartire

Che fosse un quadro in continuo mutamento, difficile da decifrare ed ancora di più da prevedere, l’Italia - a tutti i livelli - l’ha capito, a proprie spese, nell’ultima settimana: l’andamento dell’epidemia di coronavirus sta mettendo in seria difficoltà la quotidianità e l’economia di tutto il Belpaese, compresa ovviamente quella del vino, settore che vive grazie all’export, e che si trova nelle condizioni di non poter fare promozione, né in casa né all’estero, dove viaggiare sta diventando a dir poco proibitivo. E allora, la marcia indietro di Veronafiere, che ha capito il momento di difficoltà, decidendo di riprogrammare la più importante delle fiere del vino italiano, Vinitaly, in calendario dal 14 al 17 giugno, non poteva che essere accolta positivamente dall’intero mondo enoico, voglioso di ripartire, ben consapevole della gravità del momento e delle priorità, ma anche fiducioso che, per quel momento, l’Italia si sarà messa alle spalle un’emergenza sanitaria senza eguali, almeno in tempi recenti, che rischia di avere gravi conseguenze sull’intera economia del Paese, a cominciare dal danno di immagine che una certa comunicazione, specie all’estero, sta avendo su tutto l’agroalimentare.
C’è bisogno di ripartire, a cominciare da una comunicazione che ha bisogno di “girare in positivo - commenta a WineNews il dg di Veronafiere Giovanni Mantovani
- ed è bello che alla decisione delle nuove date il settore abbia risposto in maniera molto positiva e corale. Vinitaly a giugno è un cambiamento importante, ma credo che si dimostrerà occasione di rilancio dei rapporti tra il vino ed i mercati che, in questo momento, non sono connessi, dagli Usa all’Asia, ma anche con i mercati continentali e del Nord Europa, che in questo momento hanno delle difficoltà a relazionarsi con il nostro Paese. Ho fiducia, è un mese ricco di manifestazioni, con cui il made in Italy punta a ripartire, non basteranno gli sforzi di Veronafiere o di Vinitaly, ci aspettiamo lo sforzo del sistema Paese”.
Ci sarà bisogno, evidentemente, “di riorganizzarsi - come dice il neo ad di Bertani Domains, Ettore Nicoletto - considerando che Vinitaly è una fiera fondamentale per i produttori italiani e per i buyer di tutto il mondo. C’è anche da ricostruire un’immagine danneggiata da ignoranza e cattiva comunicazione, ma credo che presto Europa e Usa si renderanno conto che il problema è mondiale, e l’Italia è stata solo la prima vittima. C’è stata ignoranza ed indisponibilità a comprenderne la portata internazionale, ma questa pausa, per tutto il lavoro del vino italiano, impossibilitato a muoversi al di là delle fiere, costringerà le imprese a focalizzarsi sul mercato interno, trascurato da anni, e poi - conclude Nicoletto - approfittiamo per fare analisi sul nostro modello di business, per essere pronti quando tutto sarà risolto”.
Tutti d’accordo, anche il neo ad del Gruppo Santa Margherita, Beniamino Garofalo, su uno slittamento “obbligato dato il quadro generale, ma siamo in presenza di una situazione eccezionale che impone una risposta adeguata. La prima, deve arrivare dal sistema-Verona che a giugno dovrà affrontare una sfida davvero imponente: conciliare la più grande kermesse del vino col primo, per numeri, festival lirico all’aperto del mondo. Date coincidenti, spazi limitati, servizi da utilizzare (alberghi, ristoranti, trasporti, ecc.) coincidenti. Verona deve dire per tempo se è in grado di reggere a tutto questo e con quali modalità. Seconda risposta che non possiamo prevedere - prosegue Garofalo - è quella che deve arrivare dal sistema-vino italiano ed internazionale inteso come buyer, distributori, operatori Ho.re.ca e della grande distribuzione: a giugno che disponibilità avranno? Il sistema - penso a bar e ristoranti - avrà retto all’assenza di business attuale? Non lo sappiamo, così come non possiamo sapere se a giugno ci saranno ancora le limitazioni al traffico aereo da e per l’Italia. Quindi, non navighiamo a vista, ma come Santa Margherita Gruppo Vinicolo abbiamo elaborato più scenari che dal positivo virano anche al negativo. Facciamo il tifo per il primo scenario, ovviamente, ma è doveroso considerare anche il secondo, così come pensare a come sostenere i nostri clienti in Italia e nel mondo. Per il prossimo futuro assumeremo decisioni e stabiliremo piani d’azione che permettano alla nostra comunità - le nostre cantine, ma anche i nostri partner commerciali - di proseguire con efficacia nel business in modo che da questa crisi nascano nuove opportunità”.
Cautela sembra invece essere la parola giusta per raccontare il sentiment di Renzo Cotarella, ad della Marchesi Antinori, secondo cui “fare previsioni è difficile, ma la scelta di rimandare Vinitaly a giugno è intelligente e cautelativa, sperando che tutto sia passato per quel momento. È una data anomale, all’inizio dell’estate, in una fiera che rischia di soffrire il caldo, ma in questo momento l’importante è che si possa fare bene, perché Vinitaly è importante e ci vuole rispetto. Ma ancora più importante - chiosa Renzo Cotarella - è che il vino italiano torni alle vecchie abitudini, che torni a viaggiare ed a promuoversi nel mondo, al di là dell’aspetto fieristico”.
L’augurio, per tutti, è che si possa rivelare “un ottimo Vinitaly - come dice Matteo Lunelli, a capo della griffe del Trentodoc Ferrari - ma ci dobbiamo aspettare un’affluenza inferiore di stranieri. Molto dipende ovviamente da come evolverà la diffusione del coronavirus nelle prossime settimane, è difficile fare previsioni, ma è giusto il rinvio a giugno. La situazione, non lo nascondiamo, è critica, ma penso che sia un segnale anche quello di non cancellare la fiera, anche se l’accavallamento con il Salone del Mobile non sarà di facile gestione, ma ne colgo il senso e l’obiettivo. Il messaggio che, come settore vino, dobbiamo dare, è quello di un mondo che non si ferma, mantenendo però alto il senso di responsabilità per tenere sotto controllo la diffusione del virus. La salute delle persone è centrale, dobbiamo mantenere la razionalità, anche se - conclude Matteo Lunelli - la mancanza di momenti di socialità e condivisione impatterà sui consumi di vino, specie ovviamente nei bar e nei ristoranti, che per un po’ avranno delle difficoltà”.
La speranza, un po’ per tutti, è che “l’ondata di panico scatenatasi in Italia e nei suoi partner commerciali, possa risolversi al più presto - dice Andrea Sartori, presidente di Italia del Vino (che mette insieme 21 realtà enoiche per un valore di 1,2 miliardi di fatturati) - ma se a Verona i flussi turistici dovessero tornare alla normalità le date del 14-17 giugno di Vinitaly potrebbero presentare delle criticità. Da un lato, però, potrebbe essere un vantaggio: le fiere sono anche “ricreazione”, e l’idea di un’Italia che riparte, anche con il turismo, a rimorchio di Vinitaly, è positiva. Del resto, siamo abituati al Vinexpo, di scena storicamente proprio a giugno, non è un mese impossibile, speriamo che i nostri partner esteri riusciranno a gestire le loro agende, ma - conclude Sartori - dobbiamo essere positivi, senza parlarci addosso”.
Più complesso il punto di vista di Piero Mastroberardino, presidente dell’Istituto Grandi Marchi, secondo cui “la decisione è comprensibile, difficile prevedere se giusta o meno. Segue comunque lo spostamento in avanti delle altre fiere. Non so se la situazione sarà risolta per giugno, al momento la psicosi è evidente, gli aeroporti sono vuoti, ma aggiungo che se la propagazione del coronavirus fuori dall’Italia sta iniziando adesso, ho la sensazione che dovremo continuare a fronteggiare la situazione. Il tema, però, non riguarda solo le fiere, ma in generale il settore vino: l’analisi dovrebbe travalicare Vinitaly e Prowein e chiedersi cosa debba fare se fosse costretto a stare fermo sei mesi. Bisogna aprire un tavolo serio di riflessione, sistemica, non basta pensare al riposizionamento di una fiera, sul tavolo ci sono la gestione degli impianti, i termini di scadenza degli investimenti, l’Ocm Promozione, tutti aspetti interconnessi, che fanno parte di un quadro ampio, che va portato al tavolo delle Istituzioni”.
Anche Alessio Planeta, a capo della griffe siciliana, parla di “decisione doverosa, giusto così, sarà magari un Vinitaly a ranghi ridotti, ma così diamo un segnale giusto: la vita continua ma non si può fare finta che non stia succedendo niente. La data non sarà perfetta, ma per tenere un filo di comunicazione con il mondo e non saltare un giro, spero che la città di Verona ci venga incontro per ripartire tutti insieme. Un Vinitaly sobrio, di ripartenza, che riapra il canale di comunicazione con i nostri clienti, monitorando sempre la situazione. Saremo forse un po’ di meno, ma ci siamo, aperti al mondo”, conclude Alessio Planeta.
Matilde Poggi, a capo della Fivi - Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, ha ricordato il veloce precipitare della situazione,
“che ha portato allo slittamento in avanti di Vinitaly. Scelta indovinata, anche se per molti vignaioli sarà impegnativo esserci, perché in vigna a giugno c’è tanto lavoro da fare e l’agenda è piena di impegni, anche se la voglia è quella di esserci, anche perché chi aveva prenotato ha potuto confermare alberghi e spazi senza problema. Non credo che sarà una fiera normale, ma neanche sottotono, perché i segnali positivi ci sono ed il tempo per riorganizzare eventuali missioni c’è. I buyer, almeno quelli di Usa e Canada, stanno rispondendo in maniera positiva - conclude Matilde Poggi - salvo che non succeda qualcos’altro, non sappiamo che piega prenderà”.
Il settore del vino, però, non può fare tutto da solo, perché “la situazione riguarda il sistema Paese nel suo complesso - ricorda Marco Caprai, alla guida della storica azienda del Sagrantino di Montefalco - e se non ripartono l’economia e quindi i consumi è difficile fare un ragionamento a se stante per il vino. Bisogna però essere positivi, e sperare che l’Italia riparta, così da farci trovare pronti a Vinitaly, ricordando che nel nostro mondo, quello del vino, è la campagna a dettare i tempi, ed il vigneto va avanti, per cui non possiamo fare altro che assecondarlo e lavorare in sinergia con il sistema Italia, di cui il vino non è che una componente”.
Infine, il supporto incondizionato di Fabrizio Bindocci, direttore della storica Tenuta Il Poggione di Montalcino e presidente del Consorzio del Brunello, convinto che “il Vinitaly a giugno andrà fatto e partecipato. Siamo una bandiera del made in Italy nel mondo e a maggior ragione ci sentiamo di ribadirlo in un momento difficile come questo, a sostegno della fiera veronese. È chiaro - aggiunge Bindocci - come la crisi abbia determinato una forzatura nel calendario, ma è altrettanto evidente che allo stato attuale Vinitaly non potesse realisticamente garantire ad aprile standard di business adeguati. Tuttavia, al di là delle visioni pragmatiche riteniamo fondamentale esserci per dare un segnale al mondo di ripartenza del nostro Paese e delle nostre produzioni. Un senso di responsabilità che, ne siamo certi, è condiviso anche dalle nostre aziende, abituate a superare le fasi critiche della storia”.

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