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ATTUALITÀ

Il 96% di italiani conosce il legame tra alimentazione e salute: a tavola vince il “made in Italy”

L’indagine, condotta da Format Research per Agronetwork, in collaborazione con Confagricoltura. L’82% percepisce i cibi del Belpaese come più salutari

Gli italiani, nonostante alcune differenze generazionali, dimostrano di avere un ottimo feeling con il made in Italy agroalimentare (e con la Dieta Mediterranea), premiandone, l’82%, gli aspetti salutari, riconoscendo il valore del comparto per cui hanno una grande fiducia, e guardando a requisiti quali gusto, salute e prezzo come driver delle proprie scelte. Ma se il consumatore italiano è sempre più consapevole del ruolo dell’alimentazione nella salute, allo stesso tempo non si mostra ancora pienamente coerente nei comportamenti. Perché, se il fatto che la salute dipenda anche da quello che mangiano è ormai un valore acquisito e condiviso, nella quotidianità questo si scontra con altri fattori altrettanto rilevanti, come il gusto, il prezzo e le influenze sociali. Il risultato è un modello decisionale ibrido, in cui razionalità e dimensione emotiva convivono senza una sintesi stabile. La sfida per il futuro? Costruire un nuovo equilibrio tra tradizione e innovazione, capace di parlare linguaggi diversi e di rispondere a consumatori sempre più informati, ma, allo stesso tempo, sempre più esposti a stimoli molteplici e spesso contraddittori. Sono le evidenze, dimostrate dall’indagine “Le nuove tendenze alimentari, la salute, la Dieta Mediterranea in Italia”, condotta da Format Research e presentata, nei giorni scorsi, nel Forum n. 1 Agronetwork, in collaborazione con Confagricoltura.
L’iniziativa, dal titolo “Agroalimentare Made in Italy. Competenze, salute, mercati”, è andata in scena a Roma, in Campidoglio, alla presenza di istituzioni, imprese ed esperti, come Matteo Zoppas, presidente Ita-Italian Trade Agency, Sara Farnetti, nutrizionista e presidente Agronetwork, Matteo Caroli, vicepresidente Agronetwork e Associate Dean Luiss Business School, il Sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, e (con un messaggio) il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, che ha patrocinato l’iniziativa. I lavori hanno riunito, quindi, nei tre panel dedicati a competenze, salute e mercati, esponenti del Ministero dell’Università, del Ministero dell’Istruzione, del Ministero della Salute e del Ministero dell’Agricoltura, insieme ai vertici di Simest, Confagricoltura, Confindustria, Federalimentare, Italmercati, oltre a rappresentanti di Indeed, Novartis, Gvm Care & Research e della Camera di Commercio Italiana di Francoforte.
Alcune considerazioni sono emerse anche sul vino, uno dei prodotti che, unendo tradizione e alimentazione salutare, meglio rappresenta il made in Italy (25%), ma che, negli ultimi 5 anni, di fronte ad un 30% che dichiara di consumarne come o più di prima, sconta un 39% che ne beve meno e un 13% che lo ha eliminato dalle proprie abitudini. Per le bevande no-alcol, pur restando un fenomeno di nicchia, solo il 30% le consuma (il 5% frequentemente, il 25% qualche volta), ma il trend è in crescita grazie ai giovani (il 10% lo consuma, frequentemente, e il 33% in misura occasionale).
La ricerca svela che il gusto è il principale driver delle scelte alimentari (59%), seguito da salute e benessere (51%), evidenziando un equilibrio tra piacere e attenzione salutistica. Il prezzo mantiene un peso rilevante (45%), in particolare tra i giovani, mentre sostenibilità e indicazioni mediche incidono in misura più marginale. La quasi totalità degli italiani (96%) riconosce un forte legame tra alimentazione e salute, con una maggioranza che si dichiara pienamente convinta che ci sia un nesso diretto (59%). Ma qual è il rapporto tra salute e piacere di mangiare ? Qui i risultati sono più divisivi: il 42%, infatti, soprattutto giovani (55%), ritiene che un’alimentazione salutare possa penalizzare il piacere di mangiare, il 33%, al contrario, non vede questo rischio. Tra gli over 35 (37%) emerge una maggiore capacità di conciliare benessere e piacere. I consumatori italiani si dividono tra chi attribuisce le scelte salutistiche a mode e tendenze (36%), chi le riconduce a evidenze scientifiche (33%) e, in terza battuta, chi le lega alla tradizione familiare (24%). Restano marginali, invece, le motivazioni etiche (5%) e quelle religiose-spirituali (2%). Le scelte alimentari per motivi di salute sono diffuse, ma non sistematiche: prevale un comportamento occasionale (44%), accanto a un 39% di rispondenti che le adottano con frequenza (il 46% tra gli under 35). Complessivamente, il 97% degli italiani ha compiuto almeno una volta scelte alimentari per ragioni di salute. Le scelte salutistiche si traducono più facilmente in comportamenti alimentari concreti quando sono percepite come basate su evidenze scientifiche (46% frequenti, solo 10% rari), mentre, all’opposto, quando sono attribuite a mode e tendenze, risultano più deboli e discontinue (29% frequenti, 25% rari).
Tra i benefici ricercati nell’alimentazione, prevalgono il benessere generale (30%) e il controllo del peso (28%), davanti ai benefici legati alla prevenzione e al rafforzamento della salute (24-25%), segno di un’attenzione agli effetti a lungo termine. Ma ci sono differenze generazionali: i giovani puntano più sul benessere immediato, gli adulti guardano maggiormente alla prevenzione di patologie. Riguardo alla preoccupazione su sostanze o elementi potenzialmente presenti nel cibo, in testa ci sono contaminanti (38%), pesticidi (38%) e antibiotici/ormoni (37%) su livelli molto simili, seguiti dalle microplastiche (33%). Negli ultimi 5 anni la crescita dei consumi di alimenti salutari si concentra soprattutto su prodotti percepiti come “naturali” e tradizionalmente sani, come frutta secca (42%) e legumi/proteine alternative (38%) che precedono cereali integrali (24%), integratori alimentari (18%), prodotti vegetali alternativi alla carne (16%), proteine vegetali (15%), semi (15%).
Capitolo “alimenti sotto attacco”. Emerge una forte tendenza a ridurre o ad operare una rinuncia soprattutto allo zucchero (76%), salumi, carni lavorate e bevande gassate (entrambi al 73%).
Sono stati “demonizzati”, in particolare, i prodotti percepiti come meno salutari o più industriali, mentre sono ancora molto consumati alimenti tradizionali come pasta e latte. Sempre negli ultimi 5 anni, già detto del vino, il 22% ha eliminato i superalcolici (e il 36% ne consuma di meno), l’11% ha eliminato la birra (il 41% ne beve in quantitativi più ridotti), il 59% ha calato il consumo di carne rossa (il 9% l’ha eliminata). Nella “Top 3” degli alimenti che sono stati ridotti ci sono salumi e carni lavorate (61%), dolci e biscotti industriali (59,3%), e carni rosse (58,7%). Nel podio delle rinunce alimentari la leadership va alle bevande gassate (27%) che precedono superalcolici (22%) e zucchero (18%). I giovani under 35 anni dichiarano, nel complesso, di fare meno rinunce in tema alimentare. Tra i pochi prodotti che i giovani hanno ridotto o eliminato in misura maggiore rispetto agli over 35 ci sono il latte, l’olio di semi e il vino.
La Dieta Mediterranea è largamente considerata il modello alimentare più salutare (79%), distanziando ampiamente tutte le alternative (la vegetariana è al 20%, la proteica al 14%). Tuttavia, accanto alla sua centralità, una quota non trascurabile la considera sana, ma in parte superata (24%, ma il 40% tra gli under 35), segnale, soprattutto tra i più giovani, di apertura verso modelli alternativi. Non a caso le diete proteiche (38%) e l’alimentazione gluten free (13%) sono apprezzate nella fascia tra i 16 ed i 21 anni. Gli adulti over 35 evidenziano, invece, una forte centralità della Dieta Mediterranea (84%), con valori nettamente superiori al totale. L’81%, infatti, pensa che sia ancora oggi il modello alimentare più sano. I dettami della Dieta Mediterranea più in linea con le tendenze salutistiche sono quelli legati al consumo di frutta e verdura (60%) e all’uso dell’olio extravergine di oliva (46%), seguiti dal consumo di legumi e dalla moderazione nel consumo di carne. I giovani under 35 mostrano una maggiore attenzione al consumo moderato di vino (15%) e sono meno orientati verso gli elementi più “tradizionali” della Dieta Mediterranea, come l’uso dell’olio d’oliva, l’alto consumo di frutta e verdura e il consumo moderato di carne.
Per i consumatori il made in Italy è un importante driver di fiducia alimentare. L’82% degli italiani ne percepisce i prodotti come più salutari degli altri. Una convinzione più forte tra gli adulti, mentre i giovani mostrano un atteggiamento più neutro. Ed ancora, il made in Italy gode di livelli di fiducia molto elevati: è associato a rappresentatività alimentare del nostro Paese (95%), salubrità (92%), qualità e sicurezza (92%). Gli adulti confermano un accordo più forte, mentre i giovani risultano leggermente più cauti. L’olio Evo (64%) e la pasta (54%) sono gli alimenti più identificativi del made in Italy, ma anche in questo caso emergono differenze generazionali: gli adulti valorizzano gli elementi più “iconici”, mentre i giovani includono anche componenti legate alla salubrità come il pesce e al gusto come i dolci. L’attenzione al made in Italy è un criterio di scelta per il 95% dei consumatori ed emerge soprattutto nell’acquisto di prodotti freschi (41%) e tradizionali (37%). E se gli adulti integrano stabilmente il made in Italy nelle loro scelte, i giovani lo ricercano prevalentemente in contesti specifici come i prodotti per la salute o il benessere (29%) ed i prodotti di qualità o premium (22%).
La sicurezza alimentare è associata soprattutto a elementi strutturati e certificati, come filiera controllata (50%) e certificazioni di qualità (49%), mentre rimangono in secondo piano aspetti più informali o legati al canale di acquisto. Vengono osservate, comunque, differenze generazionali tra approcci più istituzionali (adulti) e più relazionali (giovani) con le nuove generazioni che guardano con interesse all’acquisto diretto dal produttore (26%) ed ai marchi noti e affidabili (22%).
Le fonti di informazione su alimentazione e salute ritenute più affidabili sono quelle istituzionali (83%), seguite da libri (77%) e siti specializzati (75%). I media tradizionali si collocano su livelli intermedi di fiducia (giornali e tv al 63%), bassa, invece, la credibilità dei social media (35%). Giornali e riviste piacciono agli over 35, i giovani guardano, in particolare, a siti web specializzati e Intelligenza artificiale, podcast/video di esperti, distinguendosi, inoltre, per una maggiore apertura verso i social. I medici e nutrizionisti si confermano la principale fonte di influenza in tema alimentare (89%), davanti ai familiari (77%) con influencer ed esperti che hanno, comunque, un ruolo rilevante (56%), soprattutto tra i giovani, evidenziando nella costruzione dei comportamenti alimentari un’integrazione tra fonti tradizionali e canali digitali. Nel valutare l’influenza dei social media sulle proprie scelte alimentari prevale un giudizio tiepido: solo il 22% dichiara un impatto elevato, ma, tra i giovani, l’influenza diventa significativamente più forte (34% tra gli under 35), confermando il ruolo dei canali digitali come driver rilevante per le nuove generazioni.
Matteo Zoppas, presidente Ita-Italian Trade Agency, ha sottolineato l’importanza dell’export per l’agroalimentare italiano, l’appoggio del Governo al settore e le opportunità dei nuovi mercati pur ribadendo il valore di quello degli Stati Uniti che rimane fondamentale. “Quella che stiamo vivendo è una situazione di mercato abbastanza complessa. La nostra seconda destinazione, soprattutto dal punto di vista strategico, che sono gli Stati Uniti, sta vivendo un periodo particolare per le motivazioni che conosciamo bene: i dazi, il cambio euro-dollaro, il comportamento dei consumatori, e quello, soprattutto, ha penalizzato il vino. Ma anche la Germania sta avendo un momentaneo rallentamento. Questo - ha continuato Zoppas - ci induce a trovare delle soluzioni che ci possono spingere a compensare quelle che sono le criticità che stiamo vivendo. Abbiamo, però, dall’altra parte, un Governo che sta spingendo molto. Quest’anno abbiamo raggiunto per la prima volta, come agroalimentare, 72,4 miliardi di euro di export che è un record assoluto, figlio di quanto stiamo lavorando bene come sistema, a partire dagli imprenditori, di tutta la filiera che sta andando nella direzione corretta. Con il Ministro dell’Agricoltura (Francesco Lollobrigida, ndr), abbiamo frequentato in modo assiduo tutte le fiere, i padiglioni esteri, nel quale si crea la promozione e lo sviluppo dell’agroalimentare e si intercettano quelle che sono le necessità degli imprenditori. La prima opportunità vera è continuare a presenziare e presidiare quelle che sono tutte le occasioni di sviluppo del business nell’agroalimentare. Ma le vere attività strategiche sono le tre grandi novità che sono il Mercosur, l’India e l’Australia: in un contesto dove le barriere tariffarie e non tariffarie, dal 2014 al 2023, sono passate da 300 a 2.400, con aumento esponenziale, vedere un inversione di tendenza è un messaggio forte”.
“I dati presentati - ha dichiarato Sara Farnetti, presidente Agronetwork - confermano che alimentazione, salute e qualità delle produzioni sono temi sempre più intrecciati nella percezione dei cittadini. La Dieta Mediterranea resta un riferimento forte, ma allo stesso tempo emergono nuovi orientamenti, soprattutto tra i più giovani, che chiedono informazioni autorevoli, linguaggi aggiornati e una capacità maggiore di tenere insieme benessere, culture del cibo e innovazione.
In questo scenario il made in Italy agroalimentare può rafforzare ulteriormente il proprio ruolo, valorizzando produzioni di qualità, competenze e responsabilità lungo tutta la filiera”.
Il dg Confagricoltura, Roberto Caponi, ha concluso che “il made in Italy si conferma come un’importante leva d’acquisto, ispirando fiducia nei consumatori che considerano i nostri prodotti agroalimentari più salutari. Questo ci inorgoglisce e ci motiva ogni giorno nel portare avanti un lavoro costante di tutela delle nostre eccellenze e di supporto alle imprese agricole che garantiscono la nostra sicurezza alimentare”.

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