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TEMPO DI BILANCI

2018 in crescita per i “big” del vino italiano, outlook positivo per il 2019, ma tante incognite

Analisi WineNews sui sentiment di produttori e manager e sui bilanci di 15 delle più grandi aziende per fatturato (insieme, 2,1 miliardi di euro)
ANTINORI, BANFI, BILANCIO, CANTINA SOAVE, CAVIRO, FRESCOBALDI, GIV, GRUPPO LUNELLI, GRUPPO TERRA MORETTI, MASI, MEZZACORONA, RUFFINO, SANTA MARHERITA, Schenk, VILLA SANDI, vino, ZONIN, Italia
Outlook 2019 del vigneto Italia

Il 2018 che sta per chiudersi, tutto sommato, è stato l’ennesimo anno positivo e di crescita per il vino italiano, e anche il sentiment per il 2019 è, nel complesso, positivo, sebbene nei 12 mesi appena passati siano emerse in tutta la loro evidenza delle criticità da affrontare quanto prima: dal rallentamento dei vini fermi, all’export, “mascherato” dalla crescita del Prosecco, ad una ripresa dei consumi interni decisamente meno solida di quando ci si aspettasse. Ma è stato, comunque, un anno di crescita, o nel peggiore dei casi di tenuta, per i big del vino italiano, cosa non scontata, se si pensa che si arrivava da una vendemmia 2017 che è stata la più scarsa degli ultimi 50 anni, al punto che, in alcuni casi, è mancato prodotto, soprattutto per i vini da più rapida rotazione allo scaffale. Emerge dal sentiment dei manager, dei produttori e dai bilanci di 15 delle più grandi aziende italiane per fatturato, tra i leader assoluti del mercato, sondati da WineNews. Realtà che vanno dal Gruppo Italiano Vini (Giv) ad Antinori, da Mezzacorona a Santa Margherita, da Banfi a Schenk, da Zonin a Ruffino, da Caviro alla Cantina di Soave, dal Gruppo Lunelli (Ferrari) a Masi, da Frescobaldi a Villa Sandi, al Gruppo Terra Moretti, che, nel 2017, hanno messo insieme un fatturato complessivo superiore ai 2,1 miliardi di euro, più o meno un quinto del fatturato complessivo delle cantine del Belpaese.
Per un terzo del campione, il 2018, si chiuderà con una sostanziale stabilità del fatturato. Un dato da leggere in positivo, soprattutto per un motivo: come detto, la scarsità della vendemmia 2017 ha portato ad avere meno prodotto da immettere sul mercato, ed aver comunque raggiunto gli stessi livelli di vendita in valore sul 2016, sottolineano produttori e manager, vuol dire essere riusciti a posizionare meglio il prodotto disponibile, spuntando prezzi più alti. Per un altro terzo del campione in esame, invece, la crescita è stata contenuta, tra il +2% ed il +5%. Più o meno, per la stessa dinamica, perché diverse aziende sottolineano di essere praticamente al massimo attuale del loro potenziale produttivo e, quindi, la crescita passa per l’aumento dei valori e dei prezzi dei vini. Ancora, un terzetto di aziende, segnala una crescita tra il 5% ed il 10%, mentre soltanto due realtà stimano un 2018 che si chiuderà con una crescita intorno al 20%.
Un anno tutto sommato positivo, dunque, soprattutto, come ormai accade da anni, grazie quasi esclusivamente alle esportazioni che, in linea con quanto espresso dalle realtà sondate da WineNews, dovrebbe toccare i 6,2 miliardi di euro nel 2018, segnando così un nuovo record (stima Osservatorio Vinitaly-Nomisma), in crescita di pochi punti percentuali sui 6 miliardi di euro del 2017. Un record, come evidenziato più volte, peraltro mascherato dalla crescita degli spumanti, Prosecco in testa, con i vini fermi che, in generale, fanno più fatica.
Sul fronte del mercato interno, invece, se la quasi totalità delle aziende evidenzia come la ripresa dei consumi, almeno in Gdo, non sia stata solida come atteso e sperato, qualche segnale più positivo arriva, al contrario, dal canale horeca.
Di certo, se il 2018, dopo una vendemmia 2017 scarsissima, era iniziato con qualche da parte dei produttori, si guarda con un po’ di serenità in più, e con un outlook tutto sommato positivo, al 2019 che sta arrivando. Anche se non mancano elementi di preoccupazione, che, nella maggior parte dei casi, sono “esterni” al solo settore del vino, tanto guardando al mercato interno che al mondo. E su quest’ultimo versante, in primis, tutti sono in attesa di capire il reale impatto della Brexit sull’export nel Regno Unito che, ad oggi, è il terzo importatore in valore per il vino italiano, e c’è massima attenzione sui possibili sviluppi della “guerra dei dazi”, che per ora ha riguardato soprattutto Usa e Cina, e senza coinvolgere il settore del vino. Anche sul fronte italiano, al netto, come detto, della mancata crescita dei consumi, a preoccupare di più è l’incertezza politica.
Ma, per tutti, in ogni caso, emerge forte e chiaro un segnale inequivocabile: la vera crescita futura del vino italiano passa dalla creazione di valore e da un migliore posizionamento di prezzo sul mercato, la leva su cui tutti dichiarano di voler investire e lavorare di più per il futuro.

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