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CONSUMI

Gli italiani consumano 80 grammi di pane al giorno, è minimo storico. Addio ad una pagnotta su tre

Coldiretti lancia l’allarme: dal grano al pane il prezzo aumenta 17 volte. Il Ministro Lollobrigida: “la vera sfida è riconoscere valore alla filiera”

Nel 1861, anno dell’Unità d’Italia, gli italiani mangiavano mediamente oltre un chilo di pane a testa al giorno, oggi siamo scesi a 80 grammi, toccando il minimo storico: un calo progressivo che non si è mai fermato (nel 2010 il consumo di pane era di 120 grammi al giorno, nel 2000 di 180 grammi, nel 1990 di 197 grammi e nel 1980 intorno ai 230 grammi), per quello che un tempo era l’alimento base della dieta del Paese, mentre oggi, secondo Coldiretti, è a rischio estinzione, con l’addio ad una pagnotta su tre (-33% nell’ultimo decennio). L’allarme riguarda anche i prezzi: dal grano al pane il prezzo aumenta di oltre 17 volte, tenuto conto che per fare un chilo di pane occorre circa un chilo di grano, dal quale si ottengono 800 grammi di farina da impastare con l’acqua per ottenere un chilo di prodotto finito, con una forbice che non è mai stata così ampia. Emerge dall’analisi Coldiretti, diffusa ieri a Roma nel Villaggio Contadino, per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione, che si celebra oggi, 16 ottobre, alla presenza, tra gli altri, del Ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare Francesco Lollobrigida, secondo cui “l’Italia è un gigante della qualità, e la produzione è l’elemento fondamentale per rilanciare l’economia reale. Siamo in un contesto dove si esaltano le produzioni, grandi e piccole, e le eccellenze che ognuna di queste offre. La vera sfida è riconoscere il giusto valore alla filiera: automaticamente le imprese non solo sopravvivono, ma si espandono in un mercato potenzialmente enorme”. Anche la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è salita sul palco Coldiretti, ringraziando tutti i lavoratori che costruiscono l’eccellenza italiana: “siamo dalla vostra parte - ha dichiarato la premier - lo siamo sempre stati e continueremo con il nostro impegno per tutelare e sostenere l’intero settore agroalimentare e il made in Italy. Ci siamo concentrati a difendere queste eccellenze dai tanti attracchi finalizzati all’omologazione. Vogliono vendere a tutti lo stesso prodotto ma non ci riusciranno perché per noi è fondamentale la specificità, è la grandezza dell’Italia come è il lavoro, che abbiamo difeso e incentiviamo anche in manovra. In una giornata come questa - ha concluso - voglio ricordare che c’è chi usa il grano come arma e questo è inaccettabile”.
Un chilo di grano viene pagato oggi agli agricoltori 24 centesimi, il 32% in meno sullo scorso anno, mentre la stessa quantità di pane viene venduta ai consumatori a prezzi che variano dai 3 ai 5 euro a seconda delle città, con un rincaro che arriva al +20%, secondo l’analisi Coldiretti su dati Ismea e Istat. L’incidenza del costo del grano sul prezzo del pane diventa dunque sempre più marginale, tanto da essere scesa ampiamente sotto il 10% in media, come dimostra anche l’estrema variabilità delle quotazioni al dettaglio lungo la Penisola, mentre quelli del grano sono influenzati direttamente dalle quotazioni internazionali. Se a Milano una pagnotta da un chilo costa 4,33 euro, a Roma si viaggia sui 3,25 euro, a Bologna siamo a 5,14 euro, a mentre a Palermo costa in media 4,14 euro al chilo, a Napoli 2,26 euro, secondo elaborazioni Coldiretti su dati dell’Osservatorio prezzi del Ministero dello Sviluppo Economico. Peraltro i prezzi al consumo non sono mai calati negli ultimi anni, nonostante la forte variabilità delle quotazioni del grano.
La realtà è che, nonostante il calo dei raccolti del 10% a causa dei cambiamenti climatici abbia limitato la disponibilità di prodotto in Italia, il grano viene oggi sottopagato agli agricoltori, che spesso non riescono neppure a coprire i costi di produzione. Un crack senza precedenti, con i compensi dei coltivatori che sono tornati ai livelli di 30 anni fa, a causa delle manovre di chi fa acquisti speculativi sui mercati esteri di grano da “spacciare” come pane made in Italy, mettendo a rischio il futuro di questa coltivazione e la sovranità alimentare del Paese, con l’abbandono di buona parte del territorio nazionale, soprattutto le aree interne senza alternative produttive e per questo a rischio desertificazione. Una situazione tanto più grave, se si considera che il nostro Paese è dipendente dalle importazioni straniere già per il 64% del grano tenero, che serve per pane, biscotti, dolci.
Da qui la richiesta di Coldiretti di introdurre anche per pagnotte e panini l’obbligo dell’indicazione in etichetta, se confezionato, o sul libro degli ingredienti, se non confezionato, dell’origine del grano impiegato, proprio come accade per la pasta. Oggi il pane non confezionato non ha etichetta, ma nel punto vendita deve essere presente il libro degli ingredienti, a disposizione dei clienti. Il pane viene commercializzato con la denominazione di vendita che fa riferimento al tipo di pane (00, 0, 1, 2, integrale, se di grano tenero, oppure di grano duro ...). Nel libro degli ingredienti troveremo in ordine decrescente gli ingredienti utilizzati, ovvero il tipo di farina, acqua, lievito, sale. Per pani particolari ci possono essere altri ingredienti. Nel caso di pane preconfezionato o confezionato, sulle etichette, ci devono essere, oltre agli ingredienti, anche il termine di conservazione e le condizioni di conservazione. Inoltre, dobbiamo sapere se il pane è stato ottenuto da un impasto parzialmente cotto e surgelato (sia non confezionato che confezionato).
“Occorre ridurre la dipendenza dall’estero e lavorare da subito nell’ambito del Pnrr per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali - afferma il presidente Coldiretti, Ettore Prandini - con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione, come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali. Serve anche investire per aumentare la produzione e le rese dei terreni, con bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità, contrastare seriamente l’invasione della fauna selvatica che sta costringendo in molte zone interne all’abbandono dei terreni, e sostenere la ricerca pubblica con l’innovazione tecnologica a supporto delle produzioni, della tutela della biodiversità e come strumento di risposta ai cambiamenti climatici”.
Un aspetto sottolineato anche dal Ministro Lollobrigida, secondo cui  “per fare cucina italiana nel mondo servono prodotti italiani. Stiamo promuovendo, attraverso i nostri cuochi, la candidatura della Cucina italiana a Patrimonio Unesco, affinché possa diventare traino per le nostre filiere. Coinvolgere gran parte dei 250.000 ristoranti presenti in Italia e all’estero ad usare sempre prodotti nazionali, senza arrendersi all’Italian sounding, moltiplicherà il valore dell’agroalimentare italiano”.
 Con il taglio dei consumi si è verificata una svolta anche nelle abitudini a tavola: sale l’interesse per il pane biologico e, con l’aumento dei disturbi dell’alimentazione, sono nati nuovi prodotti senza glutine e a base di cereali alternativi al frumento. Sempre più apprezzate sono le varianti salutistiche e ad alto valore nutrizionale: a lunga lievitazione, senza grassi, con poco sale, integrale e a km 0. Ma ci sono anche 8,5 milioni di italiani che si improvvisano fornai e preparano il pane in casa, magari utilizzando farine di cereali antichi, secondo l’analisi Coldiretti/Ixè.
Non tutto il pane in commercio è fresco, spesso si tratta di impasti surgelati, realizzati anche all’estero, e la cui cottura è terminata sul punto vendita. Per legge è denominato “fresco” il pane ottenuto secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento o alla surgelazione, ad eccezione del rallentamento del processo di lievitazione, privo di additivi conservanti e di altri trattamenti aventi effetto conservante. L’aumento dei prezzi e una più diffusa sensibilità ambientale ha portato anche molti cittadini a cercare di ridurre gli sprechi, riutilizzando il pane avanzato per la creazione di ricette prese dalla tradizione contadina, dalla panzanella ai canederli, dal pancotto agli gnocchi di pane, come illustrato al Villaggio di Roma dai cuochi contadini della Coldiretti. Se pagnotte e panini restano dunque al terzo posto della classifica dei cibi più gettati nella spazzatura, nel 2022 è diminuita la percentuale di famiglie che dichiarano di buttarlo, passata dal 21% al 16%, secondo un’analisi Coldiretti su dati Waste Watcher.
Ad essere preferito, anche se il consumo è in costante calo, continua ad essere il pane artigianale, che rappresenta l’84% del mercato, ma cambia la pezzatura più gettonata, che scende del 50% in dieci anni, da 1,5 chili ad un solo chilo. La spesa familiare in Italia per il solo pane ammonta a 6,7 miliardi all’anno, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat.
Il calo dei consumi mette in pericolo anche la sopravvivenza dei pani della tradizione popolare italiana, tra i quali ben 6 sono stati addirittura riconosciuti dall’Unione Europea: si tratta della Coppia ferrarese (Igp, Emilia Romagna), Pagnotta del Dittaino (Dop, Sicilia), Pane casareccio di Genzano (Igp, Lazio), Pane di Altamura (Dop Puglia), Pane di Matera (Igp, Basilicata) e Pane Toscano (Dop, Toscana), ma sono in realtà centinaia le specialità tradizionali censite dalle diverse regioni.
Si va dal “Pane cafone” della Campania, così chiamato perché con questo termine erano chiamati i contadini al tempo dei Borboni, alla Biga servolana del Friuli Venezia Giulia, formata da due pezzi di pasta uniti insieme in modo da formare un panino a forma di sferette unite, dal pane di Triora, il paese delle streghe in Liguria, che viene cotto per circa un’ora su delle tavole di legno cosparse di crusca, al pane di Chiaserna delle Marche, dal sapore leggermente acidulo. Ma in Lombardia, accanto alla michetta milanese, c’è anche il pane alla zucca di Cremona, impastato con una purea di zucca cotta al vapore, mentre dalla Val d’Aosta arriva il “Pan ner” ottenuto da un mix di segale e frumento, e dal Piemonte la “Lingua di Suocera” nel cui nome è sin troppo evidente il riferimento, per la verità un po’ cattivello, alla lunghezza della lingua delle suocere. Dall’Abruzzo viene il pane di grano Bolero, una varietà particolarmente resistente al freddo delle montagne, e ad alta quota è anche la Puccia pusterese del Trentino Alto Adige, fatta con pasta madre e arricchita da cumino, finocchio e trigonella. Un simbolo della Sardegna, accanto al noto Carasau, è il pane Pintau, decorato con simboli ancestrali che ne fanno una vera e propria opera d’arte. Affonda le sue radici nell’antichità anche il pane Rublanum della Calabria, mentre dal Veneto arriva il pane Bovolo dalla particolare forma di chiocciola e dal Molise il pane di pregiato grano Senatore Cappelli.
Coldiretti sottolinea anche il fenomeno della speculazione sulla fame, che, nell’ultimo anno, ha bruciato nel mondo quasi 100 miliardi di dollari solo per il grano, con le quotazioni internazionali che si sono ridotte da 9,28 dollari per bushel dell’ottobre 2022 a poco più di 5,80 dollariD per bushel (27,216 chili) di oggi, senza alcun beneficio per i consumatori ma con milioni di contadini in ginocchio. Emerge da una analisi su dati della Chicago Board of Trade: l’andamento delle quotazioni dei prodotti agricoli è sempre più condizionato dai movimenti di capitale, che si spostano con facilità dai mercati finanziari a quelli delle materie prime come il petrolio, i metalli preziosi fino al grano che è quotato come una qualsiasi altra merce alla Chicago Board of Trade, punto di riferimento o del mercato delle materie prime agricole a livello internazionale.
Lo dimostra il fatto che, mentre i prezzi scendono, la produzione mondiale di grano è stata fissata quest’anno a 785 milioni di tonnellate, 18 milioni di tonnellate in meno rispetto alla campagna precedente, con un calo complessivo del 2,3%, secondo l’analisi Coldiretti su dati Fao. Il calo dei prezzi non ha peraltro favorito gli approvvigionamenti nei Paesi più poveri dell’Africa e dell’Asia ed evitato carestie che possano spingere i flussi migratori. Nel 2022 la fame nel mondo ha colpito 122 milioni persone in più rispetto al 2019, per un numero stimato tra 691 e 783 milioni, pari a una media di 735 milioni di persone. Le difficoltà alimentari sono aumentate sia nei Paesi in via di sviluppo che in quelli economicamente più avanzati, con la pandemia prima e la crisi energetica ora, che hanno dimostrato la centralità del cibo e l’importanza  di garantire l’autonomia alimentare in uno scenario globale segnato da distorsioni commerciali, accaparramenti e speculazioni che mettono a rischio gli approvvigionamenti. In molte aree del mondo l’esposizione alle fluttuazioni di mercato si combina con l’incremento del costo statale dei sussidi per l’acquisto del cibo, che in questi contesti risulta una pratica molto diffusa.

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