Non è più solo una crisi geopolitica, ma un detonatore economico globale: la chiusura dello Stretto di Hormuz sta trasformando le tensioni in Medio Oriente in una minaccia concreta per il costo del cibo, con effetti che potrebbero esplodere entro pochi mesi. Secondo la Fao e come evidenziato nel report “Implicazioni globali agroalimentari del conflitto in Medio Oriente (2026)”, il conflitto scoppiato nel Golfo Persico nel febbraio 2026 sta già mostrando effetti globali su energia, fertilizzanti, agricoltura e sicurezza alimentare mondiale, configurandosi non come una perturbazione temporanea, ma come l’inizio di uno shock sistemico dell’intero sistema agroalimentare globale. Al centro della crisi rimane lo Stretto di Hormuz, una delle rotte marittime più importanti al mondo: vi transitano circa il 25% del petrolio mondiale trasportato via mare, una quota enorme di gas naturale liquefatto e circa il 30% del commercio globale di fertilizzanti. Proprio per questo, il blocco di questa arteria strategica ha già avuto effetti immediati: dopo l’inizio del conflitto, il traffico navale è crollato di oltre il 90%, paralizzando le esportazioni di petrolio, gas e fertilizzanti, ed innescando una catena di conseguenze che arriva fino ai raccolti ed ai prezzi al consumo.
Gli effetti sui mercati energetici sono stati immediati e violenti: il conflitto ha provocato uno shock che ha spinto il prezzo del petrolio Brent fino a livelli compresi tra 115 e 120 dollari al barile, mentre il gas naturale in Europa è aumentato sensibilmente, con forti tensioni sui mercati. Questa impennata riflette la centralità dello Stretto come snodo strategico energetico globale, attraverso il quale transitano normalmente quantità decisive di greggio (petrolio allo stato naturale, così come viene estratto, non ancora raffinato, ndr) e gas naturale liquefatto (Gnl). L’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) ha reagito liberando ingenti riserve strategiche, ma la Fao sottolinea che tali misure possono compensare solo temporaneamente la portata dello shock.
A livello agricolo, il report Fao evidenzia con forza il ruolo cruciale dei fertilizzanti, sottolineando che i Paesi del Golfo sono tra i principali esportatori mondiali di urea, ammoniaca e fertilizzanti azotati e fosfatici. Con il blocco dello Stretto di Hormuz, circa un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti è stato interrotto, con un aumento rapido dei prezzi e una disponibilità drasticamente ridotta. A differenza del petrolio, inoltre, non esistono riserve strategiche globali di fertilizzanti, rendendo il sistema ancora più vulnerabile. Il rapporto sottolinea che fino al 30-35% dell’urea globale e quote rilevanti di ammoniaca (20-30%) dipendono dalla regione del Golfo, con impatti diretti sulla produzione agricola. Il traffico ridotto e le interruzioni nei flussi hanno già avuto effetti tangibili: ad aprile l’Indice Fao dei prezzi alimentari è salito per il terzo mese consecutivo, attestandosi a 130,7 punti (in aumento di +1,2 punti percentuali da marzo 2026), spinto proprio dall’aumento dei costi dell’energia e dalle interruzioni nei flussi legati alla crisi. Gli esperti descrivono una sequenza ormai chiara - energia, fertilizzanti, semi, rese più basse, aumento dei prezzi delle materie prime e inflazione alimentare - che rischia di dispiegarsi pienamente entro 6-12 mesi. Il report sottolinea che l’aumento dei costi di produzione induce molti agricoltori a ridurre l’uso di fertilizzanti, con conseguenti rese più basse e raccolti più deboli nel 2026-2027.
Le conseguenze si stanno già riflettendo sui mercati agricoli globali: i prezzi di grano, riso, mais e oli vegetali hanno iniziato a salire, alimentando il rischio di una nuova fase di inflazione alimentare globale. Sebbene il report evidenzi che la crisi potrebbe essere meno grave rispetto allo shock del 2022 legato alla guerra in Ucraina, la traiettoria resta fortemente preoccupante. Il legame tra energia e agricoltura rischia, inoltre, di amplificarsi ulteriormente: con il petrolio più caro cresce l’interesse per biocarburanti come etanolo e biodiesel, aumentando la domanda di mais, soia e olio di palma e contribuendo a una maggiore volatilità dei prezzi alimentari.
I segnali di stress sono particolarmente evidenti nei Paesi più vulnerabili. Le aree più esposte identificate dal report includono l’Asia meridionale (India, Pakistan, Bangladesh), l’Africa subsahariana e il Medio Oriente stesso. In Africa, molti Paesi dipendono quasi totalmente dai fertilizzanti importati dal Golfo e rischiano una combinazione di minori raccolti, aumento dei prezzi alimentari e peggioramento dell’insicurezza alimentare. Anche grandi esportatori agricoli come il Brasile possono essere colpiti dall’aumento dei costi degli input. Paradossalmente, anche i Paesi del Golfo risultano vulnerabili: importano tra il 70% e il 90% del proprio fabbisogno alimentare e, in caso di blocco prolungato, potrebbero vedere esaurirsi le riserve e aumentare drasticamente i prezzi interni. Il caso dell’Iran è emblematico: forte inflazione, svalutazione della moneta e difficoltà nelle importazioni di grano, mais, riso e oli vegetali hanno portato a un aumento vertiginoso dei prezzi alimentari, con la farina salita del 120% in un solo mese e prezzi di pane, carne e olio in forte crescita. Il Paese ha, inoltre, vietato l’esportazione di prodotti alimentari per proteggere il mercato interno.
Gli effetti economici globali si stanno già delineando: rallentamento della crescita economica, aumento dell’inflazione, riduzione delle rimesse dei lavoratori migranti nei Paesi del Golfo e crescita della povertà nelle economie più fragili. Il report Fao sottolinea che le perdite di rimesse e le perturbazioni delle catene globali di approvvigionamento possono amplificare ulteriormente l’impatto sulla sicurezza alimentare.
In Europa, intanto, le tensioni si riflettono anche sul fronte politico ed economico, con proteste e critiche al Piano di Azione di Bruxelles giudicato dagli agricoltori italiani ed europei insufficiente a fronteggiare una crisi che ha già riportato i prezzi a livelli molto elevati. Il nodo cruciale resta quello degli input agricoli: la scarsità di fertilizzanti sta comprimendo i mercati e facendo lievitare i costi per gli agricoltori, con ripercussioni dirette sui prossimi raccolti.
Per attenuare gli impatti, sottolinea la Fao, sarà necessario ripensare rapidamente le rotte commerciali, spostandosi verso corridoi alternativi. Tuttavia, queste soluzioni hanno capacità limitata e non potranno compensare pienamente lo shock. Il rischio è che le decisioni prese oggi - dalla quantità di fertilizzanti utilizzati alle scelte colturali - determinino l’ampiezza della crisi futura. Nel breve termine, il report raccomanda di creare rotte alternative, sostenere economicamente gli agricoltori, aiutare i Paesi più dipendenti dalle importazioni e monitorare attentamente i mercati attraverso registri digitali. Nel medio-lungo termine, invita ad aumentare la produzione agricola locale, sviluppare fertilizzanti sostenibili, investire nelle energie rinnovabili e diversificare le fonti di approvvigionamento, sottolineando che la riapertura dello Stretto di Hormuz e una soluzione diplomatica restano le misure più importanti per evitare una crisi alimentare globale. Nel lungo periodo, la crisi evidenzia l’urgenza di ridurre la dipendenza da colli di bottiglia (passaggi di mare obbligati attraverso cui le navi devono transitare, ndr) strategici come Hormuz, diversificando porti, corridoi logistici e sistemi di stoccaggio, investendo in innovazione, tecnologie agricole avanzate e resilienza energetica.
A complicare ulteriormente il quadro potrebbe arrivare anche El Niño, un fenomeno climatico naturale caratterizzato dal riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico equatoriale, capace di alterare precipitazioni e temperature su scala globale. Siccità, inondazioni e anomalie climatiche possono infatti ridurre drasticamente i raccolti, aggravando la sicurezza alimentare e aumentando la volatilità dei prezzi. Il tempo, avverte la Fao, si sta esaurendo rapidamente.
“È arrivato il momento di iniziare a riflettere seriamente su come aumentare la capacità di assorbimento dei Paesi, su come rafforzarne la resilienza a questo shock, in modo da cominciare a ridurre al minimo i potenziali impatti. Ciò implica esplorare interventi da parte dei governi, delle organizzazioni finanziarie internazionali, del settore privato e delle agenzie delle Nazioni Unite e di altri centri di ricerca, per cercare di aiutare i Paesi a essere in grado di affrontare meglio la situazione attuale”, conclude il capo economista della Fao Maximo Torero.
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