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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

Attilio Scienza e la “nuova viticoltura di Pompei”, un modello interpretativo per tutta l’Italia

Uno dei massimi esperti del settore al mondo illustra il valore della rinascita della vite e del vino nel Parco Archeologico con Gruppo Tenute Capaldo

Non solo la vigna che torna ad essere coltivata tra i resti dell’antica città sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d. C.: a Pompei nasce una vera e propria azienda vitivinicola unica al mondo, grazie all’importante e prestigioso progetto di “eno-archeologia” frutto del partenariato pubblico-privato tra il Parco Archeologico ed il Gruppo Tenute Capaldo, e, in particolare, le cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco, presentato, oggi, da Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco, e Antonio Capaldo, presidente Feudi di San Gregorio, al Ministero dell’Agricoltura a Roma, con il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e il Sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, moderati da Daniela Scrobogna, presidente Comitato Scientifico Scuola Alta Formazione Fis (Fondazione Italiana Sommelier) e Bibenda. Un progetto che è frutto di un’importante lavoro di ricerca sui vitigni autoctoni locali e la loro coltivazione nei secoli, con le consolidate competenze agronomiche di Feudi di San Gregorio e del suo responsabile di produzione Pierpaolo Sirch, agronomo di fama internazionale, in collaborazione con Attilio Scienza, professore di Viticoltura all’Università di Milano, e tra i massimi esperti del settore al mondo, del quale riceviamo e volentieri pubblichiamo su WineNews il suo intervento su “La nuova viticoltura di Pompei”.

Il progetto “La nuova viticoltura a Pompei”
“Si può affermare che Pompei e la Campania sono un modello interpretativo di tutta la viticoltura italiana. Pompei è un esempio di una realtà sociale ed economica che nasce dall’incontro/scontro di due culture: quella etrusca e quella greca. Una situazione simile si era creata tra l’enclave etrusca di Capua (costituita dal dominio campano di in una Dodecapoli simile a quella in Toscana, di cui facevano parte città come Nocera, Pontecagnano, Salerno, Noia, Acerra, Ercolano, Pompei e Sorrento) e le terre dei Calcidiesi di Cuma. Dopo la Terza Guerra Sannitica nel 280 a. C. e soprattutto con la sconfitta di Annibale con la Seconda Guerra Punica, nel 210 a.C. inizia la romanizzazione del Meridione italiano, ma le strutture produttive etrusche persistono come indicano i segni dei Limes.
Quali sono questi segni? In archeologia i reperti che emergono dalle indagini di abitato consentono di ricostruire attraverso i riscontri negli orizzonti, la cronologia degli eventi di un luogo, le abitudini, le suppellettili, la vita materiale. Nella ricostruzione della viticoltura di un luogo, oltre alle fonti letterarie e storiche, disponiamo attualmente delle conoscenze dei vitigni coltivati e delle forma d’allevamento (tra i due, inoltre, esiste una forte correlazione) attraverso il contributo dei riscontri dell’analisi del Dna dei vitigni in coltivazione (e di alcuni resti come i vinaccioli) che ci hanno consentito di fare chiarezza sul germoplasma antico, sulla circolazione varietale, sulla provenienza e sui tempi di comparsa dei vitigni, contraddicendo spesso i riscontri della cultura idealista e sui miti fondativi. Anche l’analisi del paesaggio viticolo può dare delle indicazioni precise sui modelli viticoli del tempo. Le descrizioni dei georgici latini (Virgilio, Plinio il Vecchio, Columella, Varrone, Catone, Marziale, Isidoro e non solo) ed i cronisti medievali e cinquecenteschi, consentono di ricostruire con precisione le forme d’allevamento della vite che rappresentavano il più significativo stilema del paesaggio agrario italiano. I vitigni, le forme d’allevamento e le fonti letterarie sono quindi i segni dei Limes con i quali possiamo ricostruire fedelmente la viticoltura di Pompei.

Le fonti letterarie
I vini vesuviani in età romana
Che la coltivazione della vite ed il vino fossero elementi centrali nell’economia produttiva attorno al Vesuvio, lo fa intuire l’insistenza dei versi di Marziale sui “pampini verdi”, le “pregiate uve”, gli “umidi tini”. A questo si deve aggiungere una particolare documentazione iconografica, quella della casa dei Vettii, dove gruppi di amorini si dilettano in attività legate alla produzione del vino. Anche la toponomastica antica dell’area vesuviana mette in evidenzia l’attitudine enologica della zona. Il toponimo antico “Oplontis” deriva da “opulus”, loppio, acero, usato per l’allevamento della vite. Le riproduzioni di Bacco e Venere negli affreschi pompeiani riportano spesso le immagini di grappoli, che si possono riferire ad alcune varietà documentate dagli scritti dei georgici latini sulle pendici vesuviane: la Gemina minor e la Vennuncula, mentre nelle zone pianeggianti e pedemontane sono coltivate l’Holconia/Horconia e la Murgentina/Pompeiana. Mentre la Vennuncula era rinomata per la sua produttività, la Gemina, una aminea, era celebrata nell’antichità per il suo vino ricco di alcole. Coltivato alla moda etrusca, con la tecnica dell’alberata, per il suo vigore, può essere identificato con l’Asprinio casertano ed il Greco di Tufo. Il vino Vesuvium il cui nome ci giunge attraverso le etichette “dipinte” sulle anfore di Ercolano e Pompei, era prodotto con i vitigni Murgentina, proveniente dalla Sicilia, consigliato per suoli fertili e con la Pompeiana.

La viticoltura dopo l’eruzione
Dopo l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., il clima dell’Europa mediterranea è attraversato da una fase molto calda che a partire dal II secolo d.C.per circa 200 anni, che provoca la desertificazione di molte zone costiere dell’Italia meridionale, l’ area di Pompei viene abbandonata e della viticoltura si perdono le tracce. Seguirà dall’VII al VIII secolo un periodo molto piovoso e freddo. La maturazione delle uve dei vitigni di epoca augustea è resa difficoltosa e molti vengono abbandonati, per ritornare solo dal X secolo. I vini, però, non sono più chiamati con i nomi delle rispettive località di produzione (Falernum, Massicum, Pompeianum, Surrentinum), ma vengono compresi in due denominazioni generiche : i vini latini prodotti con uve di qualità scadente ed i vini greci o bizantini, di migliore qualità.

I vitigni
La Campania è tra le regioni italiane con il più ricco germoplasma viticolo. Si contano, infatti, 56 profili molecolari originali. Le indagini molecolari hanno accolto le varietà campane in tre gruppi che presentano tra loro delle affinità genetiche:
- il gruppo dei vitigni a Nord della Campania, (l’antica Dodecapoli etrusca, l’attuale provincia di Caserta) con l’Asprinio, Pallagrello, Casavecchia, Piedirosso napoletano e Falanghina napoltana;
- un gruppo di vitigni della parte orientale della regione, verso Benevento e l’Irpinia con Aglianico (con 5 varianti genetiche presenti anche in altri luoghi della Campania), Piedirosso avellinese e Fiano, e Falanghina beneventana.

Un approfondimento: dell’origine genetica dell’Aglianico abbiamo una attribuzione idealista, che lo identifica con la parola ellenico, quindi di origine greca. L’analisi del Dna, invece, rileva un’appartenenza alle viti selvatiche domesticate. Questi riscontri hanno anche una conferma in un sinonimo dell’Aglianico , Anadentrite che significa testualmente “vite che si attorciglia” o “vite che si aggrappa”, che significa “girare su se stesso”, “avvolgersi”, come appunto fa la vite maritata all’albero. Anche l’analisi semantica del nome rivela un’altra origine. Infatti Aglianico deriva dal vocabolo spagnolo lliano, che significa pianura, originato dalla pianura, non un nome generico ,ma una località nel comune di Napoli che si chiama Pianura.

- Il gruppo più numeroso dei vitigni ischetani e della Costiera con Forastera, Pepella, Cacamosca, Livella, Tintore, Coda di Pecora, Suppezza, Ginestra, Fenile, Coda di Volpe e non solo.

Non sappiamo, invece, dare un nome attuale ad un vitigno citato dai georgici a Pompei, la Murgentina poi rinominata Pompeiana, ciarla, la “nobilissima” uva Murgentina da Murgenta, che si coltivava nei pressi di jeontino (Sicilia) secondo gli ampelografi siciliani rinascimentali.

Le forme di allevamento
La viticoltura di Pompei era molto diversa da quella che siamo oggi abituati a vedere in Campania ai giorni nostri. Era infatti di tipo promiscuo, la vite era allevata sugli alberi ed era consociata tra i filai con altre colture erbacee. Che il modello strutturale fosse di ispirazione etrusca lo si ricava dalla parola Rumpotinus, usato da Plinio.
Il termine rumpotinus (da rumpus, festone di vite), termine derivato dal sostrato ligure e passato nelle parlate celtiche e quindi latine, per la mediazione etrusca, per definire “l’albero che porta i festoni delle vite”. L’etimologia di rumpotinus porta a rumpus, tralcio e teneo (tirella), che vuol dire sostegno. Anche Columella chiama l’arbustum gallicum con il nome di rumpotinus e quindi la forma d’allevamento a festoni non si identifica più con una specie arborea che funge da tutore (olmo, acero, pioppo e non solo), ma in una modalità di coltivazione su sostegno vivo con festoni. Questa modalità detta gallica si distingueva dalla cosiddetta italica per la disposizione della vegetazione, verticale nell’arbustum italicum, orizzontale. I festoni della vegetazione costituiti dai tralci delle viti allevate su piante contigue, venivano tra loro intrecciati a 2-3.

Alberate: di tipo gallica (germoplasma etrusco Nord Campania: Aglianico ,Piedirosso napoletano), le distanze tra le piante tutrici sono di 5-6 m, per ogni pianta tutrice sono messe a dimora 4 barbatelle, le distanze tra i filari sono di 6-7 m. Tra i filari si possono realizzare coltivazioni erbacee (piante mellifere se si intende allevare le api) o cespugli di vario genere (piccoli frutti e non solo).

Raggiera: di tipo italicum (germoplasma etrusco Greco di Tufo); le distanze tra i sostegni sono di 4 m x 4 m, ad ogni sostegno si mettono a dimora 4 barbatelle che saranno allevate in croce, si creerà una rete di fili di acciaio sui quali si distenderà la vegetazione.

Spalliera (germoplasma etrusco Falanghina napoletana): i pali di castagno (alti 3 m fuori terra) che costituiscono la struttura sono collocati sulla fila a 5 m, le viti saranno piantate alla distanza di 1,5 m, le distanze tra i filari saranno di 4,5 m.

Spalliera bassa (germoplasma napoletano Aglianico, Piedirosso avellinese, Falanghina beneventana, Fiano): i pali di castagno (alti 1,70 m fuori terra) che costituiscono la struttura sono collocati a 5 m, le viti saranno piantate alla distanza di 1 m, le distanze tra i filari saranno di 2,5 m. L’ordito dei fili è costituito da 6 fili di cui due in coppia Pergola puteolana e pompeiana (uve da tavola: Olivella,Mennavacca, Duracina,Pizzutella, Pergolese): saranno realizzate alcune pergole in legno sul modello delle pergole pompeiane e puteolane. Le misure saranno di 7 m e tra i filari e le viti saranno piantate alla distanza di 1 m.

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