Tre cantine italiane su quattro: “Il vino no alcol non fa per noi” … Il sondaggio di WineNews sulle aspettative degli imprenditori: un 2026 al rallenty… Smarrimento. È il sentimento più diffuso in questi mesi nel mondo del vino. Forse aveva ragione Luigi Cataldi Madonna, il produttore-filosofo abruzzese scomparso nel dicembre scorso: si mettono sul mercato vini da degustare invece che vini da bere. Il calo dei consumi è il segno di un’epoca finita, quella della crescita interrotta negli ultimi quarant’anni. Di fronte all’effetto di dazi, salutismo, cambiamento di stile di vita alimentare, piccoli vignaioli e grandi industriali organizzano dibattiti e simposi, salgono e scendono dagli aerei per partecipare a fiere e degustazioni in tutto il mondo, e soprattutto cercano di intravvedere una luce in fondo al tunnel, magari puntando su nuovi mercati o su una nuova nicchia di mercato. Un nuovo fronte è quello del no-alcol, al quale il prossimo Vinitaly dedicherà ampia attenzione. I bilanci delle aziende saranno salvati dalla tendenza di dealcolare la bevanda che dai tempi di Noè (piantò una vite al termine del Diluvio universale) è un contenitore di miracoli, romanzi e storie alcoliche? Un sondaggio sfornato da WineNews sostiene il contrario (WineNews è l’agenzia di notizie a Montalcino che da 25 anni si occupa di quello che accade dentro e fuori le cantine. Il direttore è Alessandro Regoli, il motore della redazione è la moglie, Irene Chiari). Il sondaggio traduce in percentuali le aspettative degli imprenditori di 25 imprese con un fatturato totale di 2,5 miliardi. L’ultima domanda è sul vino pensato per salutisti e astemi. La risposta di 3 cantine su 4 è “che non si parla proprio di investire nel mondo del no alcol”. I conti: “II 2025, in termini di bilancio, si è chiuso in parità per il 53 % delle aziende, ma in calo (in misura variabile, soprattutto tra il -1% e il -5%) per la stragrande maggioranza delle altre (con residuali, quasi unici, segnali positivi, e comunque di pochissimi punti percentuali)”. Un anno al rallentatore, quindi. E il 2026 come si prospetta? Sette aziende su dieci si aspettano stabilità o crescita, soprattutto sul fronte interno, ma per l’export è possibile che la fase di incertezza accentui il segno meno delle vendite. Gli ottimisti, fa notare il sondaggio, sono la minoranza, il 37%: prevedono “un anno in crescita (le aspettative si assestano, per lo più, tra un +2/+4%, che assomiglia più ad una speranza di recupero che di vera crescita)”. In fondo, fanno notare gli imprenditori intervistati, “non poteva continuare all’infinito, e, comunque, non senza qualche frenata”. Considerando, peraltro, che il 2025 è arrivato dopo un 2024 da record, soprattutto all’export, che veniva dopo un 2023 positivo e che beneficiava ancora del colpo di coda dell’euforia del post-Covid. Su un punto sono quasi tutti d’accordo: per non perdere ulteriore terreno bisogna investire nella comunicazione e nel marketing. “Sono poche le aziende che prevedono dei tagli. Sul fronte della comunicazione, il 79% prevede di mantenere, nel 2026, lo stesso budget del 2025”. Gli altri probabilmente investiranno di più sul supporto alle vendite, sulla propria rete agenti o su partner esterni, rispetto al 2025.
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