Una filiera strategica fondamentale per la crescita economica, il mercato del lavoro, la salute e il benessere delle persone, ma che deve confrontarsi con una serie di pressioni sistemiche tra riduzione della superficie coltivabile, consumo di suolo e risorse naturali, le tensioni geopolitiche, inflazione e l’irrisolto tema dello spreco di cibo. L’alimentazione è al centro del dibattito sul futuro del Paese, ma occorre cambiare modo di produrre, consumare e relazionarsi con il food: non si parla più, infatti, solo di cibo come nutrizione ma di uno strumento per creare relazioni e migliorare il benessere fisico, psicologico e sociale. Occorre però innovarsi, sfruttando le tecnologie più avanzate a disposizione. Ma, in questo senso, qual è lo stato dell’arte delle aziende operanti nel settore agroalimentare oggi? Se lo è chiesto Cariplo Factory, uno dei più importanti hub di innovazione in Italia focalizzato su digital transformation e circular economy, che ha appena redatto il suo report n. 5 dal nome “Next-Gen Food - Il futuro del cibo, il cibo del futuro”, nel quale sono state mappate 118 tra startup, spinoff e piccole e medie imprese attive lungo l’intera filiera alimentare, dall’agritech agli alimenti alternativi, dalla trasformazione alla distribuzione, nate prevalentemente negli ultimi 5 anni. Oltre la metà si concentra su tre settori principali: Agritech e Innovative Farming (22%), Foodtech e trasformazione (19%) e Servizi e consulenza (11%) e un terzo opera contemporaneamente in almeno due settori. Si tratta principalmente di startup (62%), seguite da Pmi innovative (29%), spinoff (3%) e altre tipologie (6%). Più di sette su dieci hanno un Trl (Livello di Maturità Tecnologica) pari o superiore a 7 con il 39% che ha raggiunto il Trl 9, ovvero il livello massimo secondo questo metodo per la valutazione del grado di maturità di una tecnologia, sviluppato originariamente dalla Nasa nel 1974. Sono fondate in sensibile maggioranza da team composti da soli uomini (58%), ma mostrano una presenza femminile significativa e crescente: i team composti unicamente da donne hanno ricevuto premi e riconoscimenti nel 90% dei casi e mostrano una propensione superiore alla partecipazione a programmi di accelerazione. La concentrazione geografica rispecchia il divario strutturale del Paese: la Lombardia guida con il 32% delle aziende, seguita da Veneto (11%) ed Emilia-Romagna (10%). Al Centro si distingue la Toscana con l’8% del totale, al Sud la Puglia con il 5%. Nel Centro Italia prevale la fase di growth stage, mentre al Sud le aziende sono in maggioranza in early stage. I promotori del report fanno notare anche una differenza di genere nella distribuzione geografica: l’84% delle startup fondate da donne si concentra al Nord, rispetto al 66% di quelle fondate da soli uomini. Sul fronte economico, il 10% delle aziende dichiara già un fatturato superiore al milione di euro e più di una su tre si colloca tra i 100.000 e un milione. Sono aziende nate in Italia e con raggio d’azione ancora prevalentemente italiano, anche se una su quattro (il 23%) ha in programma l’apertura di una sede estera, con una netta prevalenza per l’Europa (50% del totale) rispetto a Nord America e Asia-Medio Oriente (rispettivamente al 18% e 15%). Minoritaria ma comunque rilevante la percentuale di founder che progettano di aprire una sede in Africa (6%). “Il food è oggi uno dei terreni in cui si misurano le grandi transizioni del nostro tempo: dalla sostenibilità ambientale alla salute, dalla digitalizzazione alla resilienza industriale. È in questo contesto che va ridefinendosi il modo in cui produciamo, distribuiamo e consumiamo il cibo - commenta Riccardo Porro, Chief Operations Officer Cariplo Factory - e le 118 realtà mappate da Next-Gen Food dimostrano che in Italia esiste già un ecosistema imprenditoriale capace di innovare i principali nodi della filiera, dall’agritech alle nuove proteine, dalla tracciabilità alla nutrizione personalizzata”. Ma qual è il focus di queste realtà rispetto alle sfide alimentari? Secondo lo studio il 33% punta a migliorare le caratteristiche nutritive dei prodotti e la loro distribuzione, mentre una quota simile si occupa di educazione alimentare e nuovi stili di vita. Quote più contenute riguardano invece la valorizzazione delle tradizioni culturali (25%), l’accesso al cibo in aree agricole fragili (13%) e la disponibilità di acqua e alimenti nutrienti (18%). E per farlo le aziende operanti nell’Agritech e Innovative Farming (il settore più rappresentato con il 22%, ndr) hanno sviluppato, per esempio, piattaforme che integrano sensori IoT, dati satellitari e intelligenza artificiale per monitorare lo stato delle colture, anticipare lo stress delle piante e ridurre il consumo di acqua, fertilizzanti e agrofarmaci. Ma anche la lotta allo spreco alimentare è uno degli ambiti dove l’innovazione può generare l’impatto più immediato. Alcune aziende hanno sviluppato etichette intelligenti prive di componenti elettronici per monitorare temperatura e tempo dei prodotti deperibili lungo la catena del freddo, trasformando ogni confezione in un indicatore del reale stato di conservazione. Così come altre aziende propongono coating attivi a base vegetale per prolungare la shelf-life della frutta fresca, riducendo le perdite prima che il prodotto arrivi sullo scaffale e ci sono anche piattaforme per la pianificazione dei consumi in scuole, aziende e ospedali, e sistemi di gestione del packaging riutilizzabile che misurano le emissioni evitate e producono i dati per i report Esg. Uno degli ambiti di maggiore fermento riguarda anche proteine e ingredienti alternativi: una frontiera non solo tecnologica ma anche strategica, spiegano gli analisti, per ridurre la dipendenza dalle filiere tradizionali, vulnerabili a crisi climatiche e geopolitiche. Così alcune realtà producono ingredienti funzionali clean-label attraverso la fermentazione microbica di sottoprodotti agroalimentari, trasformando scarti in materie prime ad alto valore nutrizionale. La trasformazione della filiera passa però anche dal livello di trasparenza che il consumatore può pretendere. Così ecco che emergono piattaforme digitali per scegliere prodotti più sani tramite scansione del barcode, sistemi per la gestione food & beverage negli eventi capaci di anticipare la domanda e ridurre gli sprechi, soluzioni di tracciabilità basate su blockchain che certificano l’origine dei prodotti e contrastano il fenomeno dell’Italian Sounding. E riguardo al tema alimentazione e salute sono utilizzate e diffuse varie piattaforme digitali che costruiscono piani alimentari personalizzati attraverso l’Intelligenza artificiale, come dispositivi portatili per rilevare il glutine negli alimenti in pochi minuti, soluzioni di medical food delivery che integrano nutrizione clinica validata da team medici con tecnologie di conservazione a lunga durata, rendendo accessibile un modello di cura. Il report spiega che “il potenziale è enorme, ma le condizioni per esprimerlo non ci sono ancora”. La criticità più diffusa, per esempio, denunciata da sette aziende su dieci, è la scarsa disponibilità di finanziamenti: “un ostacolo che limita la capacità di scalare soluzioni già validate”. Seguono le difficoltà di accesso al mercato della distribuzione e la complessità normativa, mentre per un 27% persiste una radicata diffidenza dei consumatori verso l’innovazione alimentare, con un’azienda su cinque che fatica a reperire personale qualificato. Tra le richieste alle istituzioni ecco dunque più certezza normativa (44%), più sostegno da investitori privati e finanziamenti pubblici (38% e 35%), infrastrutture tecnologiche accessibili (28%) ed educazione dei consumatori (26%). Nel frattempo il 64% delle aziende mappate ha già raccolto un primo round di investimento, con percentuali che variano dal 58% dei team composti unicamente da donne al 66% di quelli di genere misto. Tra chi ha condiviso il dettaglio degli investimenti ricevuti, il 26% ha raccolto tra i 100.000 e 500.000 euro, il 19% tra 500.000 e 5 milioni, il 3% oltre i 5 milioni, mentre il 21% ha ricevuto meno di 100.000 euro. Il divario di genere negli investimenti è uno dei dati più rilevanti segnalati dal report: i team formati da donne che hanno ricevuto investimenti inferiori a 500.000 euro sono quasi il 30% in più rispetto agli uomini, mentre oltre i 500.000 euro hanno ricevuto capitali solo team di genere misto o esclusivamente maschile. Un dato che si affianca alla concentrazione geografica degli investimenti: il 69% si concentra nelle aziende con sede al Nord. A investire nelle aziende del futuro del cibo sono stati prevalentemente acceleratori e incubatori (21%), seguiti da venture capital (18%) e business angel (16%). I finanziamenti pubblici hanno sostenuto la crescita di una startup su sei (15%), mentre non è trascurabile l’apporto dei capitali di family & friends, che hanno investito nel 19% dei casi. Sul fronte delle tecnologie più trasformative nei prossimi anni, gli imprenditori di Next-Gen Food indicano l’intelligenza artificiale al primo posto, seguita da agricoltura digitale e IoT (19%), robotica e automazione (14%), biotecnologie e agricoltura rigenerativa (13%) e proteine alternative e nuovi ingredienti (12%). Il 25% delle aziende ha già realizzato una relazione d’impatto, e il 34% ha in programma di farlo a breve. Un dato non solo valoriale, secondo gli analisti di Cariplo Factory: chi misura e comunica il proprio impatto ha circa il 10% in più di probabilità di raccogliere investimenti rispetto a chi non lo fa, a dimostrazione che la trasparenza è già diventata un fattore competitivo. Il report “Next-Gen Food - Il futuro del cibo, il cibo del futuro” è stato realizzato da Cariplo Factory con il patrocinio della Commissione europea e di Fondazione Cariplo, il contributo dello Scientific Partner Irccs Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio (Gruppo San Donato), dei corporate partner Bayer, Elior, Nestlé, Pasta Garofalo, il supporto dei technical partner Aifi, Best4Food, Bocconi 4 Innovation, Federated Innovation Mind, Fondazione Social Venture Gda, InnovUp, Italian Tech Alliance, La Carica delle 101, LifeGate Way e la collaborazione di Unido Itpo Italy.
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