La metafora del Paese del vino “a due velocità” sembra diventata insufficiente a rappresentare la distanza che oggi separa gran parte dell’Italia vitivinicola - affannata a trovare tutti i modi possibili per contenere la produzione - e quella del Prosecco, dove si discute su come continuare a crescere. Siamo ormai davanti a due veri e propri Paesi “diversi”, come emerso con chiarezza nell’incontro, nei giorni scorsi, promosso da Cia-Agricoltori Italiani Treviso, nell’Enoteca Veneta a Conegliano, dall’ambizioso titolo “Sistema Prosecco: quali orizzonti?”, che ha riunito intorno ad un tavolo (come già fatto, peraltro, a fine 2025, Coldiretti, anche con intervento del direttore Winenews, Alessandro Regoli, ndr), le tre anime, diverse ma sinergiche, del Prosecco, rappresentate dal Consorzio di tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, del Prosecco Doc e dell’Asolo Prosecco Superiore Docg. Un divario, quello tra il Nord-Est delle bollicine e il resto dello stivale vitivinicolo, che si amplifica di giorno in giorno, marcato non solo dai numeri quanto, soprattutto, dalla visione strategica del futuro, a partire dalla gestione della prossima vendemmia.
Mentre una parte consistente delle aree vitate del Paese affonda nei dubbi su tagli delle rese, espianti e distillazioni di crisi, nel Conegliano-Valdobbiadene si è respirata un’aria del tutto diversa. L’analisi del mercato presentata da Tiziana Sarnari (Ismea) e l’intervento sulle novità politico-normative in discussione tra Roma e Bruxelles di Domenico Mastrogiovanni (Responsabile Settore Vitivinicolo Cia-Agricoltori Italiani) hanno dato il là ad un dibattito dove la parola vendemmia è tornata a fare rima con qualità delle uve, valore della filiera e prospettive commerciali, come sottolineato - davanti a una platea gremita di viticoltori, produttori ed esponenti di primo piano delle imprese del territorio - dai presidenti Cia Treviso, Salvatore Feletti, e di Cia nazionale, Cristiano Fini.
Qui la gestione del potenziale produttivo annunciata dai presidenti dei tre Consorzi di tutela - Giancarlo Guidolin (Doc Prosecco), Franco Adami (Docg Conegliano Valdobbiadene) e Michele Noal (Docg Asolo Prosecco) - non fa rima con “riduzione drastica”, ma con “regolazione intelligente dell’offerta”: uno strumento di governance per difendere il valore del prodotto anziché una misura d’emergenza per subire la crisi. “Non c’è giorno sui media, non solo di settore, dove non si parli di taglio delle rese, stoccaggi, riserve, declassamenti, fermo degli impianti, blocco delle autorizzazioni e appelli accorati ai Consorzi affinché attivino ogni leva per contenere la produzione, riaprendo pure il fronte della distillazione di crisi - ha esordito il giornalista e wine expert Giulio Somma, che ha moderato il convegno - mentre oggi voi vi interrogate sugli orizzonti, aprendo a una prospettiva di lungo periodo in un settore che invece sembra preso, ormai, solo dalla gestione del quotidiano”. Ricordando come il “Sistema Prosecco” sia diventato un punto di riferimento per il settore - e non solo a livello nazionale - Somma ha sottolineato come “finalmente, almeno in questo territorio, la vendemmia si riprende il suo spazio e le sue parole: da secoli il momento più importante dell’annata vitivinicola è sempre stato un evento di festa popolare, comunione e forte socialità rurale per celebrare, nel raccolto, il lavoro di un anno di fatiche tra le vigne, ma anche evocativo della qualità del vino che uscirà con la nuova annata. E ancora oggi la vendemmia è (o dovrebbe tornare ad essere) la più importante occasione di comunicazione e promozione dell’anno vitivinicolo italiano, dove le stime quantitative dovrebbero aiutare le contrattazioni commerciali e non deprimerle, così come le valutazioni sulla qualità delle uve (scevre da considerazioni preoccupate sulla tenuta economica del sistema) dovrebbero motivare (o ri-motivare) il consumatore nella scelta del vino”.
Per dare un futuro solido al successo del “Sistema Prosecco” è, però, improrogabile lavorare sulla redistribuzione del valore e della ricchezza nella filiera. Sul punto è intervenuto il presidente Cia Treviso, Salvatore Feletti, che ha posto al centro del dibattito la tenuta economica delle aziende agricole, l’anello più esposto della catena. Il suo intervento si è focalizzato sulla necessità di trasformare il “valore” percepito dal consumatore in una “redditività” reale per chi coltiva la terra, partendo dalla consapevolezza di quali siano i costi effettivi di gestione viticola del vigneto. “Riuscire a capire quali sono gli elementi di costo che possono condizionare la redditività diventa fondamentale. Queste denominazioni stanno creando molto valore, e non sempre questo valore viene tradotto in redditività viticola. Ma guardando al futuro, la redditività, l’elemento economico, è la base su cui possiamo garantire futuro al nostro prodotto e alle nostre imprese, perché è quello che può far dire ai nostri figli: io rimango in azienda, ho una prospettiva”. Feletti ha quindi proposto ufficialmente ad Ismea la creazione di un osservatorio economico dedicato che vada oltre le medie di mercato, analizzando puntualmente i costi di produzione e i margini di profitto per fornire basi solide alle decisioni politiche dei Consorzi e delle associazioni.
Accogliendo con favore la proposta avanzata dal presidente di Cia-Agricoltori Italiani Treviso, Tiziana Sarnari (Ismea) ha quindi presentato una serie di dati che hanno definito il perimetro statistico dentro cui si iscrive il successo del Sistema Prosecco. Sebbene l’Italia mantenga la leadership mondiale nella produzione (44 milioni di ettolitri nel 2025) e nel volume dell’export, lo scenario globale è in contrazione. Il consumo mondiale di vino è sceso dell’8% nell’ultimo decennio, con una flessione del 2,8% solo nell’ultimo anno. “Il settore è in profonda trasformazione, spinto dall’evoluzione dei gusti dei consumatori e dalla crescente attenzione alla sostenibilità”, ha spiegato Sarnari. I consumi indirizzano le produzioni e le denominazioni di origine continuano a rafforzare il proprio peso economico: oltre il 56% della produzione nazionale è certificata Dop o Igp, con un valore che supera gli 11 miliardi di euro, più della metà dell’intero sistema a Indicazione Geografica italiana. L’evoluzione delle preferenze dei consumatori premia vini bianchi, spumanti e produzioni a Doc/Igt (che crescono anche in volume), mentre diminuisce progressivamente il peso dei vini rossi (dal 45% al 36% nell’ultimo decennio). Non a caso, oggi i vini bianchi rappresentano circa il 62% della produzione nazionale (dieci anni fa era al 53%) e gli spumanti, raggiungendo una produzione stimata di 7,7 milioni di ettolitri (pari al 49% delle esportazioni totali di spumanti nel mondo e al 28% del valore), confermano il ruolo dell’Italia come leader mondiale del comparto.
In questo quadro, il Nord-Est emerge come un gigante: con solo il 22% della superficie vitata nazionale, realizza il 34% della produzione e genera il 54% del valore delle Indicazioni Geografiche imbottigliate in Italia e il 48% dell’export nazionale in volume e valore. Un dato emblematico della forza di questo territorio è la posizione del Veneto che, se fosse una nazione, si collocherebbe idealmente al quinto posto nel ranking mondiale della produzione, superando Paesi interi, come l’Australia. Sarnari (Ismea) ha inoltre evidenziato l’esplosione della Glera, la cui superficie è cresciuta di oltre il 300% negli ultimi vent’anni, trainando la produzione di spumanti italiani. Un contesto dove il Sistema Prosecco delle tre Denominazioni (5,886 milioni di ettolitri 1,181 miliardi di euro di valore nel 2024, in crescita nel 2025 dove il volume raggiunge 5,965 milioni di ettolitri) rappresenta il principale motore di crescita, confermando il ruolo strategico del territorio veneto e friulano nella competitività del vino italiano, incidendo da solo per il 29,7% sul prodotto sfuso e per il 22,9% sul prodotto imbottigliato.
Il successo di queste denominazioni dimostra come il mercato premi prodotti fortemente legati all’identità territoriale e capaci di coniugare qualità, riconoscibilità e valore aggiunto. Dal mercato si è quindi passati a parlare di politica e normativa vitivinicola con Domenico Mastrogiovanni, responsabile vitivinicolo Cia nazionale, che ha lanciato una sfida evolutiva ai tre consorzi. Con l’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sulle Ig e, in particolare, del nuovo decreto sui Consorzi vino in discussione tra la filiera e il Ministero, l’attenzione (quindi il focus primario delle politiche dei Consorzi) si sposta drasticamente dal prodotto alla reputazione del territorio. Mastrogiovanni ha avvertito che l’attuale frammentazione nella gestione del Prosecco (“un vino, un territorio, tre Consorzi”, ha sottolineato) potrebbe essere un punto di debolezza di fronte a un mercato sempre più critico: “non ci potranno essere tre strategie, ma una, se bisogna mettere in campo politiche ambientali, sociali ed economiche unitarie”. La necessità è quella di superare la logica dei compartimenti stagni per adottare un linguaggio comune, specialmente nella comunicazione verso i consumatori e le nuove generazioni. L’analisi dei dati evidenzia infatti, ha continuato Mastrogiovanni, che il futuro del settore non sarà legato all’aumento dei volumi, ma alla capacità di generare valore, perché in un mercato sempre più maturo e competitivo la forza del vino italiano risiederà nella qualità, nell’identità dei territori e nella capacità di offrire un’esperienza che va oltre il prodotto stesso. Innovazione, sostenibilità, valorizzazione delle Indicazioni Geografiche, sviluppo dell’enoturismo e apertura verso nuovi mercati internazionali rappresentano, quindi, le principali direttrici di crescita che devono trovare nei Consorzi un punto di riferimento gestionale e strategico. “Secondo una politica territoriale che non basta sia condivisa, ma deve diventare unitaria”, ha ribadito.
Il primo a rispondere alla provocazione di Mastrogiovanni è stato Franco Adami, presidente Consorzio di tutela del vino Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg che, contestando la definizione di “un prodotto e un territorio”, ha voluto sottolineare come il successo mondiale del Prosecco si basi sulla trasparenza e sull’autenticità che generano fiducia nel consumatore, basata sul saper raccontare le identità distinte e i valori immateriali di ogni denominazione. “L’unico nemico del Prosecco è il Prosecco stesso, perché non ci sono uguali. Qual è il pericolo ? Il pericolo è che non sappiamo gestire un successo. Per saper gestire un successo bisogna saper dire anche qualche no. Non dobbiamo inseguire solo la crescita”. Un punto centrale del suo discorso è stata la gestione del potenziale e la redistribuzione del reddito nella filiera; in particolare, ha presentato come misura innovativa la differenziazione della rivendica per le “rive eroiche” (pendenze superiori al 30%), volta a tutelare economicamente i vigneti storici e paesaggistici che non possono sostenere i costi della viticoltura meccanizzata.
Michele Noal, presidente del Consorzio Vini Asolo Montello, ha risposto a Mastrogiovanni sottolineando il lavoro svolto nella prospettiva della collaborazione tra i consorzi, citando l’ufficio comune per la sostenibilità (certificazione Sqnpi) come esempio di efficienza operativa: “sono tra quelli che sostengono che i tre consorzi abbiano molte più cose da mettere insieme piuttosto che cose che li dividono”. Ha poi evidenziato come lo sviluppo futuro debba passare attraverso l’integrazione tra prodotto e territorio (enoturismo), trasformando il vino in un “ambasciatore” capace di emozionare e raccontare la cultura locale: "Quando il consumatore apre una bottiglia di Asolo deve tornargli in mente quell’emozione che ha vissuto visitando i nostri territori e le sue bellezze”. Riguardo alla situazione di mercato, ha riferito di un’inversione di tendenza positiva a partire da aprile, che ha spinto il Consorzio a chiedere lo svincolo della riserva vendemmiale per aggredire i mercati internazionali con fiducia.
Giancarlo Guidolin, presidente del Consorzio Prosecco Doc, ha invece concentrato il suo intervento sul ruolo regolatorio dei Consorzi nel bilanciare domanda e offerta per garantire la stabilità dei prezzi: “Il ruolo dei Consorzi è fondamentale; hanno il compito di controllare e mettere sul mercato la giusta quantità di vino per il suo valore, assumendo un ruolo determinante verso i produttori sia per la tenuta del valore della produzione, sia, naturalmente, per distribuire il valore sulla filiera”. Ha ricordato le radici storiche del Prosecco, sottolineando la necessità di un dialogo costante tra le Denominazioni per il bene comune. Nonostante i numeri imponenti della Doc (che ha raggiunto il record di imbottigliamento nel 2025 con 667 milioni di bottiglie, +1,1% sul 2024), ha auspicato una prudenza strategica per la nuova vendemmia, puntando tutto sulla qualità della materia prima e su una gestione equa del valore lungo tutta la filiera produttiva, dai viticoltori agli imbottigliatori.
Le risposte “politiche” date dai presidenti dei tre Consorzi alle sollecitazioni di Mastrogiovanni hanno riportato a galla la complessità di una gestione congiunta delle tre denominazioni del Prosecco che, oggi, sotto la pressione della nuova normativa europea, dovrà trovare necessariamente un diverso equilibrio. E la consapevolezza che ormai il tema non possa più essere rimandato è emersa chiaramente dai commenti raccolti in sala dopo il dibattito, tanto da ventilare la possibilità di un nuovo convegno dedicato specificamente a dare una risposta più esaustiva e strategica a quanto sollevato dal responsabile vitivinicolo Cia.
Le misure per la vendemmia, infine. Da un punto di vista tecnico e di gestione delle disponibilità, i rappresentanti delle tre Denominazioni hanno approfondito le misure straordinarie al vaglio delle Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, condivise con le Organizzazioni professionali di categoria. Per la Doc Prosecco, il Consorzio ha chiesto di poter operare uno stoccaggio amministrativo nella consueta fascia 15-18 tonnellate per ettaro unitamente ad un attingimento straordinario, di 2.000 ettari con specifici requisiti, a produrre un potenziale di 300.000 ettolitri di vino atto mentre è previsto a settembre lo svincolo dello stoccaggio 2025. Per la Docg Conegliano Valdobbiadene, il Consorzio di Tutela ha invece proposto una premialità per i vigneti con pendenza maggiore del 30% (si parla di resa piena a 135 quintali/ettaro a Docg non superi a Doc in quota libera e stoccata). Per la Docg Asolo e Montello, infine, sulla tipologia Prosecco si opererà un attingimento di 180 ettari ed è in previsione lo svincolo a breve della riserva vendemmiale 2025. In sintesi, tutte misure che traguardano un aumento programmatico della disponibilità di prodotto, in controtendenza con quanto succede nel resto dei vigneti italiani, a conferma di quanto detto sopra.
Cristiano Fini, presidente nazionale Cia - Agricoltori Italiani, che ha lodato la concretezza del territorio trevigiano ma ha invitato a non abbassare la guardia. Fini ha identificato nel Mercosur e nell’India i nuovi orizzonti strategici per l’export, mercati che richiedono però un approccio “certosino” e preventivo. Un passaggio cruciale è stato dedicato al mercato interno e al ruolo della ristorazione. Fini ha denunciato ricarichi eccessivi che allontanano i consumatori, specialmente i giovani: “non possiamo trovare i prezzi dei vini cinque, sei o sette volte tanto il prezzo di cantina. Una bottiglia da cinque euro che costa trenta o quaranta euro al ristorante. E poi ci meravigliamo se i giovani non bevono più vino?”. La sua esortazione finale è stata un appello all’unità: “fare sistema è stata la chiave di volta di questi anni e deve esserlo anche negli anni a venire. Non bisogna mettere la polvere sotto il tappeto, i problemi vanno affrontati in maniera preventiva. L’unità ci dà la possibilità di superare le difficoltà”.
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