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CIBUS

Benessere, sostenibilità, industria 4.0 ed ecosistema: i pilastri del futuro del cibo

Da Assemblea Federalimentare, lo studio Deloitte e le richieste di Coldiretti, Cia, Confagricoltura, Alleanza Cooperative, Confagri, Coop e Conad
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La filiera agroalimentare tra consumi e trend

Il futuro del cibo poggia su quattro pilastri: il concetto di benessere cui è ormai legata la nutrizione, la sostenibilità, l’industria 4.0 - ossia la digitalizzazione - l’ecosistema che fa da sfondo, che condizioneranno il settore nei prossimi anni e che mostrano come sia importante avere filiere industriali capaci di valorizzare il territorio e difendere la sostenibilità, un legame connesso a sua volta all’ottimizzazione del benessere dell’alimentazione, e quindi al concetto di Dieta Mediterranea, base di partenza importantissima. Dall’Assemblea di Federalimentare (con l’intervento del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio), di scena oggi a Cibus, così Fabio Pompei, Ceo di Deloitte, che ha analizzato, introdotto dal presidente Ivano Vacondio, i cambiamenti nell’approccio ai consumi causati dalla pandemia. L’innalzamento del livello di preoccupazione, spiega lo studio di Deloitte, su 40.000 consumatori in tutto il mondo fa risaltare il legame tra benessere e alimentazione, aspetti nei quali eccelle l’agroalimentare italiano e il made in Italy in generale, giustamente sostenuto dalla comunicazione e dalla promozione all’estero. Non è un caso che siano 300 i prodotti riconosciuti in Unione Europea, e 87.000 gli operatori certificati secondo standard qualitativi alti.

La sostenibilità - spiega Pompei - diventa un tema ineludibile, a cui non ci si può sottrarre, come dimostrano gli impatti catastrofici del cambiamento climatico in atto. Ha un costo, che può essere affrontato solo se supportato a livello di sistema, specie in un contesto come quello italiano, fatto di piccole e medie imprese. Bisogna tenerne conto, ma intanto le aziende si stanno attrezzando, sia sul lato dei prodotti che dei processi produttivi, orientandosi su proteine alternative e packaging zero wasting, ad esempio. È chiaro che su questo processo un ruolo chiave lo gioca la digitalizzazione: porterà ad una rivoluzione della produzione e della distribuzione, riducendo le distanze tra azienda e scaffale”.

Tornando a ciò che sta succedendo in termini di impatto dei consumi, “si espandono quelli del fresco, con il 35% degli italiani che ne sta consumando molto più di quanto facesse prima della pandemia. Il 45% si dice invece disponibile a pagare un prezzo premium per i consumi locali, con il trend chiaro della ripresa - forte - dei consumi in casa. Si registra la voglia di tornare a consumare fuori casa, ma in Italia il 40% prevede una ripresa limitata rispetto al periodo ante Covid, e questo porterà a una riduzione dei consumi del 25%, ma non è detto che si verificherà, può darsi che i consumatori - sottolinea il Ceo di Deloitte - si comporteranno in maniera diversa rispetto a quanto dicono, ma il comparto ne deve comunque tenere conto. Così come delle tendenze dei giovani, che sulla sostenibilità hanno sensibilità maggiore rispetto alle altre generazioni: la prima preoccupazione di Millennials e Generazione Z è l’ambiente. Anche nelle loro tendenze come consumatori questo si rifletterà, a fronte di un pessimismo diffuso, specie in Italia, sulla capacità delle aziende di mettere al primo posto la salvaguardia dell’ambiente: è un tema importante, di cui tenere conto”, continua Pompei.

In conclusione, secondo il Ceo di Deloitte, “le aziende del settore dovranno essere in grado di anticipare questi trend, adattandosi al meglio per rispondere a queste nuove esigenze. La crisi ha dimostrato come sia possibile e necessario innovare per rimanere competitivi in ambito globale, a patto che i produttori mettano al centro dei loro piani le scelte dei consumatori, e continuino ad evolvere sul fronte della sostenibilità e sulla coesione tra i diversi attori della filiera, in modo da valorizzare i territori e le eccellenza dei territori”.

Ma cosa pensa, del momento vissuto dal settore, la filiera agroalimentare italiana? A rispondere, sono i suoi protagonisti, da Alberto Frausin, presidente Federdistribuzione, a Massimiliano Giansanti, presidente Confagricoltura, da Giorgio Mercuri, presidente Alleanza Cooperative, a Marco Pedroni, presidente Coop Italia, da Ettore Prandini, presidente Coldiretti, a Francesco Pugliese, amministratore delegato Conad, da Dino Scanavino, presidente Cia-Agricoltori Italiani, a Franco Verrascina, presidente Copagri. Sul tavolo, ripartendo sempre e comunque dagli strascichi che ha lasciato la pandemia, ci sono tre grandi temi: l’internazionalizzazione, i costi, che spingono in prezzi in una pericolosa spirale inflattiva, e il Pnrr, opportunità per crescere come sistema Paese ma che non ha il comparto agroalimentare tra i suoi pilastri.

“Resterà molto di questa pandemia, non ne siamo ancora usciti, e le abitudini di consumo ormai si sono consolidate dopo 18 mesi. Molti dei trend, come l’e-commerce, a tassi di crescita diversi, continueranno in futuro. Quando è partita la pandemia molte aziende non erano pronte, ma tutti si sono adeguati, ponendosi oggi domande strategiche di medio e lungo termine, per capire dove investire da qui al 2030. Ad esempio, sul digitale c’è ancora molto da fare. Sono convinto che siano cambiamenti profondi, rispetto ai quali la priorità del nostro Governo dovrebbe essere il sostegno alla digitalizzazione, mettendo al centro l’individuo come lavoratore e consumatore, perché siamo indietro, e questo frena la nostra crescita”, dice Alberto Frausin, presidente Federdistribuzione.

Per Massimiliano Giansanti, alla guida di Confagricultura, “sul mercato domestico nel 2020 non ci siamo mai fermati, quello agroalimentare è un comparto forte, forse il più forte, ma se vogliamo credere in questa filiera ci vuole un aumento del listino dei prezzi. Sul fronte export, i 50 miliardi di euro sono un record alla portata. Ma per raggiungere spazi che oggi non conosciamo ci vogliono produttività e competitività maggiori. Servono infrastrutture, digitali, viarie, tecnologiche: non neghiamo che l’Italia agricola viaggia ancora con il 3G. Se vogliamo avere un futuro, dobbiamo spendere in infrastrutture. E poi c’è il grande tema del lavoro: si fa fatica a trovare manodopera, il costo del lavoro è ancora alto, e incide sulla competitività delle imprese. E ancora, il cambiamento climatico, un problema che esiste e sul quale serve un salto culturale in avanti. Quindi le regole di mercato, l’Europa non è fatta da Nazioni uguali. Ci sono fiscalità, regole e costi del lavoro diversi: bisogna essere uniti per essere competitivi fuori dall’Unione Europea. Fa paura Biden che promuove e difende il prodotto americano, non è una buona notizia. Il Governo ha molto da fare, ma noi dobbiamo farci trovare uniti come filiera”.

“L’Italia ha risposto bene all’emergenza, ma negli anni è stato fatto grazie al sacrificio di tante persone e tante imprese, nonostante mai la politica abbia programmato un piano nazionale per il settore. Adesso, a questo sistema il governo deve dare risposte diverse. Questo è un sistema strategico per tutto il sistema cibo, deve stare al primo posto, e nel Pnrr non ha il posto che merita. Servono politiche di lungo respiro, per sostenere la svolta della sostenibilità, come mondo cooperativo chiediamo gradualità, l’impatto economico rischia di essere pesante, e non possiamo farci carico di tutto noi come comparto”, commenta Giorgio Mercuri, presidente Alleanza Cooperative.

È un appello all’unità, quello che arriva da Marco Pedroni, presidente di Coop Italia: “i tre comparti del settore agroindustriale devono unirsi, siamo un settore chiave, fatto di diversità e varietà, cresciamo nell’export, ma siamo ancora dietro a Germania, Francia e Spagna. L’inflazione è un punto complesso: quella da costi è una iattura, deprime l’economia, mentre se è da domanda è positiva. È vero che materie prime, energia, noli spingono in un ciclo recessivo. Già quest’anno nei prezzi alla vendita in Gdo applichiamo una deflazione del -1%, a fronte di un costo per noi cresciuto dell’1%. Non ci può essere un’inflazione del 5%, le famiglie non lo sosterrebbero economicamente. Dobbiamo essere più efficienti, in agricoltura, industria e distribuzione, altrimenti la domanda interna rischia la frenata. Non è un tema contrattuale, ma come affrontiamo il tema dell’inflazione da costi, non possono essere solo cavoli del distributore e, quindi, del consumatore. Ci sono costi anche in termini di svolta ambientale, pensiamo a piatti riciclabili, ma la politica ambientale ed etica può essere anche una possibilità di sviluppo. La chiave di volta è la crescita di tutti: come Coop, ad esempio, abbiamo fatto massa critica contro gli antibiotici negli allevamenti, creando un precedente positivo che ha aperto la strada a molti altri player”.

Molto più articolato il punto di vista di Ettore Prandini, presidente Coldiretti, che abbraccia tantissimi temi, dalle riforme al lavoro: “al primo posto per noi ci sono le riforme istituzionali, dobbiamo semplificare la burocrazia di questo Paese, o avremo sempre costi maggiori di ogni altro competitor. Una delle riforme urgenti è quella di una scuola per i funzionari pubblici: la partita non si gioca più in un contesto nazionale, ma europeo, e su quel tavolo siamo indietro in termini di rappresentanza. La formazione è ancora ferma ad una logica vecchia di decenni, abbiamo bisogno di formare ragazzi valorizzando una vera alternanza scuola/lavoro. Il cuneo fiscale non è l’unica questione legata al lavoro: le responsabilità, anche di un licenziamento, non possono essere sempre sulle spalle dell’impresa, serve uan giusta rupartizione dei ruoli e dei doveri delle attività produttive. Coldiretti chiede discontinuità, se si parla di infrastrutture non vogliamo parlare di viabilità primaria e basta, ma anche secondaria, e sarebbe gi importante metterle in sicurezza. Le risorse del Pnrr devono essere utilizzate su logistica, portualità, piattaforme e retroporto, in collegamento con gli scali ferroviari: l’alta velocità trasporto merci per recuperare velocità in termini di posizionamento in Europa e nel mondo. Nel 2021 - continua Prandini - non possiamo vivere una frammentazione come quella che viviamo nel campo, fondamentale, dell’internazionalizzazione: ci sono ancora competenze divise tra Stato e Regioni, è inimmaginabile andare ognuno per sé, serve una logica diversa, ridare un senso alle Ambasciate, mutuando ciò che fanno i francesi, che li usano come avamposto per aprire nuovi mercati. A livello nazionale, Ice fa un grande lavoro, ma abbiamo bisogno di un istituto unico, che ci sappia accompagnare e far crescere. Altra cosa per noi importante: i terreni agricoli non servono per impiantare pannelli solari, ma per produrre cibo. Infine, trasformiamo il reddito di cittadinanza in reddito di maternità, perché siamo un Paese vecchio, che è destinato a consumare sempre meno”.

A ribaltare la questione ci prova Francesco Pugliese, amministratore delegato Conad, secondo cui “dobbiamo porre un tema diverso, ossia: cosa possiamo fare noi? Il programma che porta avanti il Governo, il Pnrr, è più che sufficiente a rispondere ad esigenze vecchie di decenni. Ma non possiamo pensare di risolvere i nostri problemi con l’export, e se pensiamo di far pagare l’aumento dei prezzi agli italiani si entrerà in una pericolosissima fase recessiva. Servono dimensioni aziendali diverse, in termini di fatturato e produttivo. Abbiamo riportato nei ranghi italiani una fetta di distribuzione in mani francesi, mal gestita e in perdita. Qui, abbiamo un sindacato che pensa a difendere i posti di lavoro, e non il lavoro in sé. L’export è fatto da piccole e medie imprese incapaci di aggregarsi, perché servono i numeri per stare sui mercati e per aggredirli”.

Dino Scanavino, presidente Cia-Agricoltori Italiani, amplia lo sguardo ben oltre i confini del settore: “le priorità le dettano i flussi migratori e il disordine che governa il mondo, comprese le guerre, e la transizione ecologica: su queste due direttrici si innesta la nostra capacità - come mondo e come sistema industriale italiano - di rispondere a delle esigenze fondamentali per stare al mondo e per avere successo. Per rispondere cioè a quella chiamata che il Governo e la società hanno fatto al sistema produttivo e per dare continuità a questa euforia che attraversa il sistema produttivo nazionale. E che non dobbiamo fermare, capendo come usare le risorse del Pnrr: se proviamo a farne la base di un grande progetto di sviluppo del Paese, abbiamo la possibilità di dare una svolta alla nostra organizzazione, partendo dalle riforme e cercando di capire come investire sugli asset strategici, alcuni strategici, che possono generare una ricchezza nella visione della modernità, e quindi dentro la transizione ecologica può diventare un business. Ci vuole armonizzazione per creare un sistema profittevole per tutti, abbiamo dimenticato le aree meno produttive, vanno recuperate”.

Infine, Franco Verrascina, presidente Copagri, che chiama la filiera all’unità: “dobbiamo fare sistema, essere alleati, non vederci più come nemici, per portare il giusto reddito a tutti gli anelli della filiera, non possiamo più scherzare su questo. C’è necessità di cibo, dobbiamo lavorare sulla quantità, non solo sulla qualità, ma senza redditività nessun imprenditore è spinto ad investire. Il nostro settore, quello agroalimentare, al Governo deve chiedere il coraggio delle scelte, e mettere l’agroalimentare al centro dei progetti del Pnrr, a partire dai territori, per capire come gestire queste risorse. In questa fase, non si possono scaricare i costi delle materie prime e dell’energia sulle famiglie, dobbiamo garantire la sostenibilità economica degli italiani, senza però che questi stessi costi sia il mondo agricolo a pagarli”.

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