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L’ALLARME

Confagricoltura: “nuove leggi conto le agromafie, che, nel 2018, hanno fatto chiudere 25.000 aziende

Il convegno alla Luiss. La filiera lunga, articolata e complessa da monitorare, ed i tanti contributi pubblici fanno gola alla criminalità organizzata
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Confagricoltura: “nuove leggi conto le agromafie, che, nel 2018, hanno fatto chiudere 25.000 aziende”

“Piatto ricco mi ci ficco”: il detto popolare ben inquadra quanto accade nel settore agroalimentare, una pentola d’oro con i suoi 50 miliardi di euro a disposizione dai fondi europei (tra quelli di garanzia e quelli dello Sviluppo Rurale) che attrae la criminalità organizzata, infiltrata in tutta la filiera, dalla produzione alla trasformazione, trasporto e commercio. Il fenomeno delle agromafie e l’urgenza di contrastarlo con strumenti legislativi più incisivi di quelli attuali sono stati al centro del dibattito organizzato da Confagricoltura e Luiss “le infiltrazioni criminali nell’economia agricola: effetti sulla competitività delle imprese e sulla salute dei cittadini”.
“Serve una nuova stagione di leggi a tutela dell’agricoltura italiana”, ha osservato il presidente Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, sottolineando come le infiltrazioni criminali nel settore agroalimentare alterano il sistema e provocano alle imprese agricole, “con danni diretti e indiretti che minano profondamente la loro competitività, compromettendo fortemente la qualità e la sicurezza dei prodotti e quindi indirettamente l’immagine del made in Italy”.
L’appello di Giansanti a dare una normativa amministrativa e penale più stringente e attuale al settore è stato raccolto dal Ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini - intervenuto, pur febbricitante, al Convegno perchè “ho l’agricoltura nel cuore” - che ha assicurato il suo impegno a caldeggiare in Parlamento la revisione legislativa in materia agroalimentare.
Quanto sia allarmante il fenomeno delle agromafie ben lo rilevano i dati riportati da Confagricoltura, secondo i quali negli ultimi due anni 25.000 aziende sono state costrette a chiudere a causa di di usura e debiti e 350.000 agricoltori sono state vittime di reati di ogni genere. Inoltre sono stati consumati 33.045 illeciti amministrativi e più di 7.000 infrazioni penali ai danni del settore.
La redditività del settore per le agromafie è stata sottolineata nel suo intervento dal Generale dei Carabinieri Angelo Agovino, comandante delle Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari. “I gruppi criminali sono interessati a comprare terreni agricoli per attingere alle corpose liquidità erogate dai Fondi europei - ha rilevato Agovino - basti dire che è stato calcolato che per ogni ettaro si possono ricevere anche 3.000 euro di contributi”. La criminalità organizzata nei suoi affari ha complici ovunque, anche nella pubblica amministrazione - ha aggiunto il generale Agovino - e quindi non stupisce il fatto che da un’indagine effettuata in Calabria nel 2017 sia emerso come siano riusciti a percepire i soldi dei Fondi europei anche criminali in stato di detenzione”.
“La criminalità - ha detto Agovino a Winenews - da un lato si infiltra seguendo il prodotto dall’inizio alla fine del suo percorso e dall’altro si infiltra in modo raffinato percependo i fondi messi a disposizione dalle autorità nazionali ed europee. È una filiera lunga dove ci sono tanti attori, il successo nella lotta a questo fenomeno potrebbe riuscire mettendo in collegamento tutte le isole di questo arcipelago, in modo che ciascuno sia consapevole della parte che gli spetta”.
Nel convegno sono stati riportati i dati dell’incessante attività di controllo dispiegata sul settore dalle varie forze dell’Ordine. La Guardia di Finanza ha messo sotto sequestro, nel corso del 2017 e dei primi dieci mesi del 2018, beni pari a circa due miliardi di euro. E i Nas tra il 2017 e il 2018 hanno svolto nel settore 53.526 controlli, di cui 19.218 con risultati di non conformità. Ci sono state inoltre 2.509 segnalazioni all’Autorità giudiziaria e 16.685 a quella amministrativa e sono state contestate sanzioni amministrative per oltre 26 milioni di euro per un valore dei sequestri di oltre 638 milioni di euro. Ma tale attività - è stato rimarcato da tutti gli intervenuti al convegno - potrebbe dare maggior frutti se rafforzata da un impianto legislativo aggiornato e più stringente. Che sia ora di intervenire sul riordino delle norme l’ha sottolineato più volte nel suo intervento il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Francesco Minisci, osservando come non sia più accettabile che il solo reato riferito al settore agroalimentare previsto nel codice penale sia quello dell’abigeato, il furto di bestiame. Secondo il magistrato ci vorrebbe anche il riconoscimento transnazionale del reato di associazione mafiosa attualmente previsto solo in Italia. Anche secondo la professoressa Paola Severino, vicepresidente della Luiss (ed ex Ministro della Giustizia), ci vorrebbe un riordino nel codice penale dei reati in agricoltura.
Per arginare il fenomeno del caporalato è stata predisposta tre anni fa una norma - ha sottolineato il presidente di Confagricoltura - che “non ha però prodotto gli effetti auspicati, va dunque rivista per essere rafforzata lavorando su quegli elementi che distolgono l’attenzione dal reato vero e proprio del caporalato”.
Per il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, “il problema serio delle agromafie è la loro capacità di mimetizzarsi, allora serve che le stesse associazioni agricole, in collaborazione con le forze dell’ordine, monitorino attentamente il settore e individuino i soggetti inquinanti”. Per il procuratore serve senz’altro intervenire sulle norme relative ai reati in materia agroalimentare, rendendole più adeguate, “in particolar modo per difendersi dalle frodi”. Considerando tutti gli effetti negativi prodotti a livello economico dalle infiltrazioni delle agromafie, compresa la distorsione dei prezzi che si rileva nella filiera, è comunque urgente, secondo il presidente di Confagricoltura “predisporre uno specifico piano di azione concordato tra istituzioni politiche, forze dell’ordine, imprese, parti sociali e autorità preposte, che sia teso non solo al recupero del controllo dell’indotto agroalimentare, ma anche dell’intero territorio”.

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