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ATTUALITÀ

Dai costi energetici e dei fertilizzanti all’export: la guerra in Iran spaventa anche l’agricoltura

Da Coldiretti a Confagricoltura, a Cia-Agricoltori Italiani: il nuovo conflitto preoccupa il settore. Gli appelli ai vertici nazionali ed europei
AGRICOLTURA, CIA AGRICOLTORI ITALIANI, Coldiretti, Confagricoltura, Non Solo Vino
La guerra in Iran preoccupa il mondo dell’agricoltura italiana

La guerra scoppiata in Iran e le tensioni geopolitiche che si stanno scatenando si ripercuotono anche sul settore primario con l’agroalimentare italiano, che ha chiuso un 2025 da record, con un export di quasi 73 miliardi di euro confermandosi uno dei pilastri dell’economia del Belpaese, che guarda con grande preoccupazione agli sviluppi del conflitto. Sotto la lente di ingradimento ci sono fattori determinanti come i costi energetici, il blocco del commercio, prodotti che rischiano di non arrivare a destinazione, la concorrenza estera.
“La guerra in Iran rischia di causare un nuovo shock energetico per l’agroalimentare e per le famiglie italiane con un impatto pesante sui costi di produzione e sui consumi”: è l’allarme lanciato dalla Coldiretti nella mobilitazione con 5.000 agricoltori a Napoli, a cui ha partecipato anche il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, assieme al presidente Coldiretti Ettore Prandini, al segretario generale Vincenzo Gesmundo e al presidente Coldiretti Campania, Ettore Bellelli. Dai costi energetici a quelli per i fertilizzanti, secondo l’associazione “il conflitto tra Usa, Israele e Iran minaccia di replicare quanto accaduto con la guerra in Ucraina, con il balzo alle stelle dei prezzi dei principali fattori di produzione, che dopo quattro anni restano sensibilmente più alti, dal +49% dei fertilizzanti al +66% per l’energia. Da qui l’importanza di sostenere la produzione alimentare europea, assicurando che le risorse vadano agli agricoltori veri”. La difficile congiuntura internazionale rischia, per Coldiretti, “di pesare sulle imprese già colpite dalla concorrenza sleale delle importazioni selvagge dall’estero, con prodotti di bassa qualità coltivati con sostanze vietate in Europa che arrivano a tonnellate nei porti italiani, a partire proprio da quello di Napoli, per essere italianizzate grazie a lavorazioni anche minime, sfruttando l’attuale normativa comunitaria”. A Napoli la Coldiretti ha mostrato come petti di pollo, magari provenienti dal Sudamerica, vengano semplicemente panati oppure trasformati in crocchette ed esportati come made in Italy; cosce di maiale olandesi o danesi che vengono salate e stagionati per essere esportate come prosciutti tricolori. Ortofrutta trasformata, come sottolio (Coldiretti cita i carciofini egiziani) o succhi di frutta: “anche per loro vale la regola dell’ultima trasformazione sostanziale e possono essere venduti sui mercati europei come prodotto italiano. Ma l’inganno del codice doganale vale anche per altri prodotti per i quali in Italia c’è l’obbligo dell’etichetta d’origine ma non in Europa, come la mozzarella che può essere fatta con latte tedesco o polacco, o addirittura con cagliata ucraina, e poi venduta sui mercati comunitari come made in Italy, così come sughi preparati a partire da concentrato di pomodoro cinese, o la pasta fatta col grano canadese al glifosato”. La Coldiretti ha poi ribadito “la necessità di cancellare l’attuale norma sull’ultima trasformazione sostanziale del codice doganale che pesa sull’economia delle imprese agricole italiane in termini di redditi e opportunità di export e rappresenta un inganno per tutti i cittadini consumatori europei. Ma occorre anche l’obbligo dell’etichettatura di origine su tutti i prodotti alimentari venduti in Europa”. Il segretario generale Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, ha affermato che “l’Italia sta vivendo una fase che non conosceva da ottant’anni. Lo scenario internazionale legato alla crisi in Iran rischia di avere ripercussioni pesantissime su famiglie e imprese, a partire dall’esplosione dei costi energetici e delle materie prime”. Ed ancora, “il balzo del prezzo del petrolio e del gas significa aumento immediato delle bollette per i cittadini e rincari su gasolio agricolo, riscaldamento delle serre, chimica e fertilizzanti. È uno scenario che rischia di riportarci alle stesse criticità vissute con l’invasione russa dell’Ucraina. Non è il tempo delle polemiche ma della responsabilità. Occorre mettere in campo misure straordinarie per tutelare il potere d’acquisto delle famiglie e garantire liquidità e sostegno alle imprese agricole, che rappresentano un presidio economico e sociale fondamentale per il Paese. Le nostre aziende sono abituate a resistere e a guardare al futuro, ma serve una strategia nazionale ed europea che difenda produzione, lavoro e pace. Non possiamo permettere che l’instabilità internazionale comprometta ottant’anni di sviluppo e sicurezza”. Per il presidente Coldiretti, Ettore Prandini, “il rischio di un nuovo shock energetico è concreto. Dalla guerra tra Russia e Ucraina ci portiamo ancora dietro aumenti che non sono mai rientrati: negli ultimi quattro anni i fertilizzanti hanno registrato un +46% e l’energia un +66%. Questo nuovo scontro bellico, oltre a rappresentare un dramma umano, rischia di compromettere nuovamente equilibri fondamentali per garantire continuità al lavoro delle nostre imprese agricole. Prevediamo ulteriori rincari sia sul fronte energetico sia su quello dei fertilizzanti e dei concimi chimici. Non va dimenticato che da queste aree proviene oltre il 25% della disponibilità globale e più del 33% dei fertilizzanti utilizzati nel mondo, eventuali interruzioni avrebbero un impatto diretto sia sui costi sia sulla disponibilità dei prodotti. Le conseguenze sarebbero inevitabili: aumento dei costi di gestione lungo tutta la filiera agroalimentare e, a cascata, crescita dei prezzi per cittadini e consumatori”. Lo scoppio della guerra in Ucraina, con l’aumento di tutti i principali fattori energetici, aveva impattato pesantemente sui prezzi nel carrello, e l’inflazione media annua per i prodotti alimentari era passata dallo 0,6% del 2021 al 9,1% del 2022 fino al 10% del 2023, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat. “Quando crescono i costi di produzione - conclude Prandini - l’effetto si riflette sul costo della vita. Per questo è fondamentale intervenire con tempestività, anche a livello europeo, con misure di sostegno concrete per non compromettere la competitività delle nostre imprese sui mercati, compresi quelli internazionali, e per garantire l’approvvigionamento alimentare. Occorre inoltre evitare che strumenti come il Cbam (la cosiddetta tassa sul carbonio, ndr) aggiungano ulteriori oneri a prodotti già realizzati all’interno del contesto europeo. L’Europa deve agire rapidamente per tutelare il settore agricolo e assicurare stabilità e sicurezza alimentare”.
Una preoccupazione, per i fatti che stanno accadendo in Medio Oriente, arriva anche da Confagricoltura: “la chiusura dello stretto di Hormuz sta infatti creando tensioni su più fronti: non solo l’aumento dei costi dell’energia e del petrolio, ma anche lo stop alle consegne in programmazione preoccupa gli imprenditori agricoli che esportano in quelle zone”. Più specificamente, “ci sono grossi problemi per la frutta, - spiega il presidente Fnp (Federazione della Frutticoltura Confagricoltura) Michele Ponso - ed in particolare per le mele. Ci sono navi cariche di prodotto che sono ferme e non possono arrivare a destinazione. Inoltre, sono già arrivate moltissime disdette di ordini per le prossime settimane”. Con 2,3 milioni di tonnellate, l’Italia è il secondo produttore europeo di mele, dopo la Polonia, e il secondo Paese al mondo per export, subito dopo la Cina, con 945.000 tonnellate vendute, pari al 12,2% del totale mondiale. L’Arabia Saudita rappresenta il terzo mercato di sbocco, con un valore di circa 70 milioni di euro, dopo la Germania e la Spagna e l’intero Medio Oriente vale oltre 151 milioni. “Si tratta, quindi, di una piazza importante - aggiunge Ponso - tantopiù in un momento delicato per la campagna delle mele, in cui quasi la metà del nostro prodotto raccolto deve ancora essere venduta”. Problemi vengono segnalati anche per il comparto della IV gamma (pvvero frutta e verdura fresche, lavate, confezionate e pronte per il consumo, ndr), che raggiunge quei mercati tramite voli aerei. Gli ordini verso Dubai, sottolinea Confagricoltura, sono stati annullati, in quanto non ci sono aerei disponibili. Nel frattempo, i costi energetici sono già in forte rialzo, con ripercussioni evidenti sulle spese di gestione delle imprese agricole.
Gli Agricoltori Italiani-Cia, con il presidente Cristiano Fini, lancia un appello ai vertici nazionali chiedendo un cambio di passo sul dl Bollette: “l’ennesima emergenza geopolitica, con la guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz, non può trascinare il Paese nel vortice di una nuova crisi energetica e dei prezzi, per una dipendenza da materie prime strategiche che va urgentemente affrontata sia a livello europeo che italiano, a tutela di famiglie e imprese, della tenuta del comparto agricolo e della sicurezza alimentare globale. Il Governo, dunque, riveda subito le sue scelte politiche e cambi passo, a partire dal Dl Bollette”. Cia-Agricoltori precisa che “ancora una volta, gli eventi mostrano la vulnerabilità italiana rispetto all’approvvigionamento di gas e petrolio e la necessità di mettere concretamente in piedi un modello alternativo che il Dl Bollette sta di fatto disincentivando, a cominciare dal taglio degli aiuti alle imprese agricole produttrici di biogas”. Sull’argomento Fini aggiunge che “il provvedimento è attualmente in Parlamento per la sua conversione in legge e si può invertire la rotta a sostegno dei costi energetici agricoli e della transizione green nazionale. Il Dl Bollette può essere davvero di visione di fronte a un contesto incerto e che negli ultimi giorni si è ulteriormente e drammaticamente aggravato. Servono misure straordinarie e immediate contro il caro-bollette e a salvaguardia della produttività agricola, di nuovo tragicamente centrale, con i costi energetici (a partire dal gasolio agricolo) che sono tornati inesorabilmente a salire, mettendo ulteriormente a rischio la sostenibilità economica delle imprese. Eppure il comparto primario resta l’arma di ricatto nei conflitti e non la risorsa vitale per l’umanità intera e per questo da preservare”. Per lo stesso motivo, sempre secondo l’associazione, “il Governo deve sollecitare l’Europa per un intervento rapido sulla disponibilità di fertilizzati, che in buona parte transitano da Hormuz, ribadendo un vincolo pericoloso con quelle aree di guerra, come da Russia e Bielorussia. Vista la situazione, poi, spingere per piani strategici di stoccaggio e pretendere la sospensione immediata del Cbam, il Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere applicata sui fertilizzanti, una mannaia sui rincari alle porte”. Senza dimenticare il “fronte dazi Usa. L’ultima follia di Trump con tariffe globali al 10% è bastata a creare altra incertezza alla dogana per migliaia di aziende agroalimentari esportatrici in Usa di un patrimonio da 8 miliardi di euro. Aziende già colpite dalle perdite che, a partire dalla seconda parte dello scorso anno, hanno totalizzato circa 400 milioni di euro in meno sul 2024”. I nuovi dazi, “potrebbero rivelarsi un’ulteriore batosta o, nei casi più ottimistici, una parziale riduzione delle forti perdite accumulate nei mesi post accordo di agosto Usa-Ue. Il vino potrebbe recuperare qualcosa dell’attuale perdita competitiva e insieme a pasta, olio e aceto con un “dazio misto” scendere sotto il 15% (valore superiore rispetto al periodo “pre-Trump”), mentre si prefigura un duro colpo per i formaggi con un rincaro esplosivo fino al 25% del valore del prodotto. Anche le conserve e i pelati ne uscirebbero molto penalizzate, superando la soglia del 21% di tariffa totale. Senza dimenticare l’effetto deprezzamento valore del dollaro”. Il presidente Agricoltori Italiani-Cia Fini esprime una convinzione: “va chiarito che l’alternativa assoluta non può essere esplorare altri mercati perché quello statunitense non è sostituibile per vini, formaggi e salumi italiani. Bene ha fatto il Parlamento Ue a bloccare il voto sull’accordo di quote agevolate per l’import di prodotti statunitensi. Dalla Commissione l’Italia deve, invece, pretendere di più”.

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