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ALLARME

Dalla ristorazione alle visite in cantina, il Green Pass frena la ripartenza dell’accoglienza

Burocrazia, poca chiarezza, timori di chi arriva dall’estero: se la tutela della salute mette in difficoltà il turismo in Italia nel cuore dell’estate
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La sala degustazione della Tenuta Prima Pietra a Riparbella, in Toscana

Dal 6 agosto, come previsto dal Decreto 105, per accedere a molte attività al chiuso, dai musei ai ristoranti, sarà necessario esibire il Green Pass, che certifica l’avvenuta vaccinazione, la guarigione negli ultimi 6 mesi, o la negatività al Covid-19 con un tampone effettuato nelle ultime 48 ore. Una misura di prevenzione, decisa dal Governo per mettere a freno la crescita dei contagi causata dalla cosiddetta Variante Delta del virus, ma che sta sortendo effetti disastrosi sul fronte del turismo. Come lamentato qualche giorno fa da Nicola Scolamacchia, vicepresidente Assohotel, “l’obbligo di Green Pass per accedere a ristoranti e mezzi pubblici stanno creando grande incertezza nei vacanzieri, soprattutto per le destinazioni più lontane, quelle che possono essere raggiunte con aereo, treno o nave e, di riflesso, sta penalizzando il nostro settore che sta ricevendo cancellazioni nell’ordine del 20% per agosto, un mese fondamentale per il turismo sia marittimo che montano”.
A cascata, ovviamente, i problemi si riversano sul mondo della ristorazione, per tanti motivi. Se i dubbi dei turisti, italiani e stranieri, rischiano di vedere cancellate tante migliaia di prenotazioni, per chi sta dall’altra parte della barricata, ossia in sala, c’è un’ulteriore ordine di problemi. Come raccontato, a WineNews, da Aldo Cursano, vice presidente Fipe/Confcommercio
, “tema fondamentale, in questo momento, è quello della funzione di controllo, che rigettiamo nel modo più assoluto. Non si può chiedere ai ristoratori di ricoprire un ruolo che è giuridicamente impossibile da ricoprire, e che comporta la richiesta e la verifica di documenti personali. Dopo aver subito questa ulteriore discriminazione, l’unica cosa che possiamo fare è informare il pubblico, con la cartellonistica adeguata, in cui si informa che il consumo al tavolo è riservato ai possessori di Gren Pass, niente di più. Chiunque va a sedersi all’interno, come chiunque si mette alla guida di un’automobile, si presume che abbia il Green Pass - spiega Cursano - e noi non possiamo assumerci una responsabilità che è competenza di un pubblico ufficiale: per verificare la veridicità del Green Pass bisognerebbe chiedere di esibire un documento e verificare l’identità dei nostri clienti, e questo non può assolutamente farlo un ristoratore. Questo è il tema vero, che in conversione di legge tenteremo di ricondurre alla responsabilità dei singoli”.
Ultimo anello di questa catena , ma non certo per ordine di importanza, l’accoglienza in cantina, e quindi l’enoturismo, che, come ha spiegato, ancora a WineNews, l’avvocato Marco Giuri, alla guida dello Studio Giuri di Firenze e tra i massimi esperti di diritto del vino e della ristorazione,
“ha visto la cancellazione, in poche ore, del 30% delle prenotazioni. E negli ultimi giorni - spiega Giuri - diverse aziende ci hanno contattato chiedendoci lumi, dicendo che stanno arrivando centinaia di disdette, soprattutto dall’estero ma anche dall’Italia. Per due motivi principali, come è facile intuire. Sul fronte italiano, c’è chi per mille motivi non ha il Green Pass e non vuole sottoporsi neanche al tampone molecolare nelle 48 ore (previsto in alternativa per chi, per esempio, non ha ancora potuto effettuare il vaccino, ndr), mentre chi arriva dall’estero disdice perché non capisce bene cosa sia questo Green Pass italiano, o magari ha una certificazione simile nel suo Paese, anche in Ue, ma non ha certezza sul fatto se valga o meno all’estero, anche se la normativa europea dice che fino al 12 agosto possono valere anche certificazioni che non prevedono il Qr Code come strumento di controllo, come invece è per quella italiana. E poi - aggiunge ancora Giuri - si apre tutto l’altro tema, ovvero che l’Italia non riconosce le certificazioni dalla Gran Bretagna, per esempio, e ancora c’è il tema della Russia che ha una vaccinazione come Sputnik non universalmente riconosciuta, e poi più semplicemente il problema che se arriva il finlandese o il giapponese di turno che mi presenta un documento nella sua lingua, diventa difficoltoso andare a verificare”.

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