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CRISI E PANDEMIA

Dalle proteste di piazza alla richieste al Governo, la ristorazione è esasperata e al collasso

Le perdite economiche sono insostenibili, i ristori non hanno funzionato, e l’incertezza totale sulla ripartenza pesa come un macigno sulle imprese
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Dalle proteste di piazza alla richieste al Governo, la ristorazione è al collasso

La ristorazione è allo stremo, da tempo. E non ha stupito molti vedere una parte del settore, seppure minoritaria, manifestare con violenza (comunque sempre da condannare), ieri a Roma, guidata dal movimento #IoApro, con tafferugli (dove è rimasto ferito anche un poliziotto, sette persone sono state identificate ma senza nessun fermo, riportano le agenzie), inviti alla disobbedienza, ad aprire comunque, in segno di protesta per regole che a molte appaiono assurde e contraddittorie, mentre un’altra parlava al Senato, ovvero la Fipe-Confcommercio, chiedendo certezze e misure concrete che in un anno non sono arrivate per quanto più volte richieste. Come quella di intervenire sugli affitti, come la proroga del 60% sui canoni di locazione e al 30% sull’affitto d’azienda anche per i mesi da gennaio ad aprile 2021, per esempio. In ogni caso, l’aspetto evidente è che la misura è colma, per il settore. Tanti dati parlano chiaro. Perdite di fatturato per 34 miliardi di euro solo nel 2020 (su 86 di giro d’affari 2019), i primi 3 mesi 2021 già perduti, 22.000 imprese già scomparse, 243.000 posti di lavoro persi, ristori minimali, giudicati poco o per nulla efficaci dal 90% degli imprenditori, e che al massimo hanno coperto il 10% sulle perdite effettive, ed un valore aggiunto, per la ristorazione, crollato del -16% (su una media nazionale del -11,1%, secondo dell’Istat nel Rapporto sulla Competitività 2021, pubblicato oggi). E soprattutto, nessuna prospettiva minimamente certa sulla riaperture, nonostante gli adeguamenti ai protocolli di sicurezza, mentre tasse e tributi hanno continuato ad essere richiesti. Senza contare che molti sottolineano una disparità di trattamento con altri settori economici, e sono sempre di più le voci che sostengono tenere bar e ristoranti chiusi non serva ad abbassare la curva dei contagi da Covid, che invece continuano a mantenersi sostenuti. Dopo un anno in cui le terapie intensive in diverse Regioni del Paese sono ancora sopra ai livelli di guardia ma non al collasso (la media nazionale al 6 aprile 2021 era del 40% dati Agenas), e con un campagna vaccinale che tra ritardi nelle consegne e problemi gestionali, non decolla come invece succede in altri Paesi del mondo, come Usa e o Gran Bretagna. Elementi che compongono un mosaico complesso ma chiaro, quello di una ristorazione esasperata, in ginocchio da mesi, che da un anno non lavora, se non per la parentesi dell’estate 2020, ma solo in alcune parti d’Italia. E che continua a non ottenere risposte concrete dalla Politica e dal Governo. “Sono mesi che poniamo il tema dei rischi sociali correlati ai danni di natura economica che stanno devastando i Pubblici Esercizi italiani. Il ruolo di corpi intermedi affidabili e responsabili in questa fase delicata è stata anche quello di filtrare le difficoltà nel settore, tenendo sotto controllo il comprensibile disagio sociale che ardeva sotto il fuoco della grave crisi economica. Però una cosa sono i bisogni, i problemi e le aspettative del settore, che conosciamo come nessun altro, un’altra il modo di rappresentarle, dove la legalità e il rispetto istituzionale sono per Fipe-Confcommercio pre-requisiti inderogabili”, ha detto, dopo i fatti di piazza, il direttore Fipe/Confcommercio, Roberto Calugi.
Ma quanto la situazione sia delicata lo testimoniano anche le parole del Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese.
“In questo momento le proteste sono alimentate dalla situazione estremamente delicata per il Paese, ma è inammissibile qualsiasi comportamento violento nei confronti di chi è impegnato a difendere la legalità e la sicurezza. Tutte le nostre forze di polizia stanno operando con grande professionalità, equilibrio e senso di responsabilità di fronte all’evidente disagio delle categorie economiche più colpite dalla grave crisi innescata dalla pandemia che merita la doverosa attenzione del Governo”, ha detto il Ministro, precisando tuttavia che è inaccettabile che “in una fase così difficile per il Paese in cui è richiesto il massimo sforzo di coesione e di reciproca solidarietà, le ragioni della protesta sfocino in comportamenti che provocano ulteriori tensioni e disagi”.
Ma il dato di fatto è che, più o meno amplificata dai media e dalla politica (“c’è un Governo di pazzi che in nome della vostra salute sta facendo il vostro danno”, ha detto ieri parlando ai manifestanti Vittorio Sgarbi, per esempio), la rabbia monta, come raccontano anche le parole di tanti chef e volti noti del Belpaese. Come quelle dello chef Antonello Colonna: “la misura è colma. I vari Governi hanno sempre sottovalutato la nostra disperazione, nessuno ci ha mai ascoltato. Non abbiamo un sindacato che ci rappresenta, valiamo meno dei metalmeccanici. La protesta di oggi dinanzi al Parlamento era nell’aria. Forse abbiano aspettato troppo tempo. Noi ristoratori ci siamo sempre comportati in maniera civile, pur non condividendo le decisioni prese dal governo. Delivery, asporto ... non funzionano. E poi l’uscita di quel Ministro in Parlamento: “chi non sa lavorare chiuda!”, una vergogna. I ristori non sono mai arrivati e non vogliamo il reddito di cittadinanza, chiediamo solo di poter lavorare. Lo ripeto, la protesta è arrivata tardi, siamo stati fin troppo civili. Lo Stato non ha saputo gestire la pandemia. Troppe leggi, norme incomprensibili, siamo ristoratori, non avvocati. Dopo aver chiesto di mettere in sicurezza i nostri ristoranti con un aggravio di spesa e di investimenti, il risultato? La chiusura dei nostri locali, la fame per molti di noi”.
“La situazione è arrivata al limite, ad un punto di una gravità estrema - ha detto oggi all’Adnkronos Cristiano Tomei, stellato con “L’Imbuto” di Lucca e volto famoso della tv - e comprendo l’esasperazione dei ristoratori: ci sono aziende che sono saltate e altre che salteranno. Aziende che devono sostenere un peso economico altissimo, soprattutto in questo momento. Risposte vere non ce ne sono state. Non ci sono riferimenti temporali tali da farti andare avanti fino al giorno in cui si potrà riaprire. L’esasperazione è umana e manifestare è un diritto. Questo è solo l’inizio, la ristorazione e la ricettività in Italia muovono una serie di settori, non solo i ristoranti, ma tutta la filiera che parte dai produttori e che prosegue con la distribuzione e arriva al turismo in generale. Se sei trattato come sei trattato, senza la giusta considerazione, arrivano le reazioni violente, che poi hanno poco senso perché creano ancora più tensione. Io lavoro anche in un hotel di Venezia e vedere la città vuota significa anche accorgersi della sofferenza di tutto l’indotto turistico”. E poi le contraddizioni, aggiunge Tomei: “si chiudono i ristoranti e si tengono aperti, ad esempio, i negozi con protocolli “fai da te”, con le file alla cassa per pagare? Certo, mi fa piacere che qualcuno almeno riesca ancora a lavorare, ma che senso ha, mi chiedo, un posto così sovraffollato, come quello dove sono capitato l’altro giorno e dal quale ho preferito andar via senza acquistare nulla perché lì, davvero, c’era il rischio di ammalarsi, con la chiusura dei ristoranti? Ci vorrebbero - conclude - delle politiche alle quali seguissero effettivamente i fatti, ad esempio, incentivando i piccoli alimentari e contingentando invece gli ingressi nei supermercati, perché o lavorano tutti oppure nessuno. E poi sono necessari aiuti veri, non minimi, perché la ristorazione ha costi enormi ed è supertassata: oggi, ad esempio, si lavora con le aziende di delivery che sono economicamente insostenibili. In Giappone lo Stato aiuta la ristorazione perché ne riconosce l’importanza, mentre in Italia non si fa nulla, quando si sa benissimo cosa essa rappresenti per il made in Italy: solo parole, e la gente non ce la fa più e va a manifestare”.

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