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VINO E MERCATI

Dall’Europa agli States, gli operatori tutti contrari a nuovi dazi sul vino. La diplomazia al lavoro

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Dall’Europa agli States, gli operatori tutti contrari a nuovi dazi sul vino

24.000 dichiarazioni contro nuovi dazi sul vino europeo ed italiano firmate da fornitori, importatori, distributori, piccole aziende e consumatori americani: con questo bilancio, fa sapere Unione Italiana Vini (Uiv), si è chiusa la consultazione pubblica lanciata dal Dipartimento del Commercio Americano, sulla possibile applicazione di nuovi dazi, fino al 100%, che l’amministrazione Trump potrebbe far scattare sulle produzioni enoiche del continente, e che fanno tremare i produttori. Un segnale forte, che potrebbe giocare un ruolo decisivo sulla decisione finale da parte degli Usa, insieme alle tante iniziative che si sono concretizzate negli ultimi tempi. A livello italiano, dopo la lettera del Ministro delle Politiche Agricole Teresa Bellanova per sollecitare la massima attenzione sul tema al Commissario Ue al Commercio Phil Hogan (già Commissario all’Agricoltura), che, in queste ore, inizia la sua missione diplomatica proprio a Washington, anche il Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha risposto alla lettera inviata dalla filiera (Federvini, Unione Italiana Vini, Federdoc, Assoenologi, Alleanza delle Cooperative, Confagricoltura, Cia-Agricoltori Italiani, Copagri) già a metà dicembre, sottolineando che “stiamo profondendo ogni sforzo per assicurare un’efficace e tempestiva tutela del nostro export di settore, anche alla luce del contributo rilevante che esso apporta al Pil nazionale”, e spiegando come la diplomazia, attraverso l’Ambasciata Italiana a Washington, si sia mossa con costanza già da tempo,aggiungendo, tra le altre cose, “che, dal 2020, l’Ice avvierà una campagna di sensibilizzazione promozionale nella Grande Distribuzione Usa”, e che il comparto agroalimentare è inserito tra i settori prioritari di azione promozionale della Cabina di Regia per l’internazionalizzazione nel 2020.
D’altronde, per capire quanto nuovi dazi sarebbero pesanti per il settore, lo dicono i numeri dell’Osservatorio Vinitaly Nomisma Wine Monitor: “basti pensare che, complici anche le scorte accumulate nei mesi precedenti, i vini fermi francesi sottoposti all’extra-dazio del 25% hanno registrato un calo di vendite negli Usa del 36% a valore nel solo mese di novembre rispetto alla stessa mensilità sul pari periodo 2018”, ha detto il direttore Veronafiere Giovanni Mantovani, sottolineando come, secondo l’Osservatorio stesso, “l’Italia (fino ad oggi salva dai dazi, ndr) ha chiuso il mese con una crescita di quasi il 10%. Ora, con la calamità delle possibili imposte aggiuntive, la produzione interna non sarà in grado di soddisfare la domanda e l’Europa rischia così di perdere quote di mercato difficilmente recuperabili in futuro, a tutto vantaggio del Nuovo Mondo produttivo. Da parte nostra - ha concluso il dg Veronafiere - proseguiamo nella nostra attività di supporto del settore nel principale mercato mondiale, anche con una task force operativa in grado di ampliare del 20% la partecipazione di operatori statunitensi ospiti già a partire dal Vinitaly 2020 e al tempo stesso di accelerare sulle nuove frontiere commerciali di un comparto ancora troppo legato agli sbocchi tradizionali”.
Secondo l’Osservatorio Vinitaly Nomisma Wine Monitor (stime su dati doganali), l’Italia nel 2019 chiuderà le vendite verso gli Usa in crescita del 5%, per un corrispettivo record che sfiorerà 1,8 miliardi di euro. Si tratta di un’incidenza di quasi il 28% sull’export globale di vini made in Italy, molto più del suo competitor francese (che pur è il principale fornitore a valore), la cui quota non arriva al 20% per effetto di una più ampia e organica scacchiera dei mercati di riferimento. Gli Stati Uniti hanno, infine, registrato, nell’ultimo quinquennio, il maggior incremento tra i 5 top mercati mondiali per il vino italiano, con un +38,6% a valore. Dati che confermano, ancora una volta, quanto il mercato Usa sia decisivo per il vino europeo, e per quello italiano in particolare.
Intanto, però, si sono mosse anche le rappresentanze delle imprese vinicole non solo europee, ma anche americane: Il Comité Européen des Entreprises Vins (Ceev) e il Wine Institute, le due principali organizzazioni del settore vitivinicolo nell’Unione Europea e negli Stati Uniti, hanno firmato un documento congiunto che sposta ancora più in alto l’asticella, chiedendo di arrivare ad un accordo che prevede “zero dazi” per le importazioni di vino su entrambe i fronti. D’altronde, ricorda il documento, Usa ed Ue sono reciprocamente il principale mercato del vino, e l’interscambio enoico tra le due sponde dell’Atlantico, nel 2018, ha mosso oltre 4,6 miliardi di euro.
“Un commercio libero è condizione essenziale per difendere e preservare i numerosi sforzi ed investimenti sostenuti dai produttori vinicoli”, ha sottolineato Jean Marie Barillère, Presidente del Comitè Vins. “Chiediamo alle Autorità di proteggere il settore vinicolo che è stato colpito da un fuoco incrociato, generato da una disputa commerciale ad esso estranea”.
“I mercati di esportazione sono una chiave di crescita fondamentale per le cantine statunitensi, e i dazi di qualsiasi genere creano degli ostacoli. È giunto il momento per tutti i governi di riconoscere i vantaggi unici del commercio del vino ed eliminare i dazi una volta per tutte”, ha dichiarato Robert P. Koch, presidente e Ceo del Wine Institute.
Una presa di posizione che piace anche alla filiera italiana. “Siamo molto soddisfatti dell’accordo siglato tra l’europea Comité Européen des Entreprises Vins (Ceev) e l’americana Wine Institute, che oggi ha portato alla firma di un documento condiviso che riconosce l’importanza del commercio transatlantico del vino - sottolinea il presidente Uiv Ernesto Abbona, che sollecita anche un intervento da parte del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, tra le altre cose - e chiede l’immediata eliminazione di tutte le tariffe sul vino con l’accordo “zero per zero”. La massiccia partecipazione da parte dei principali stakeholder europei e statunitensi del vino alla stesura del documento, le risposte positive del web alle tante petizioni accese su change.org (compresa quella lanciata da alcuni produttori italiani, su iniziativa di Marilena Barbera, Gianluca Morino, Paolo Carlo Ghislandi e Michele Antonio Fino, che ha superato le 17.000 firme, ndr), e alla campagna social lanciata negli Usa da Unione Italiana Vini (Uiv), rappresentano un segnale importante del mondo produttivo europeo e americano che, all’unisono, chiede di tutelare il commercio e i posti di lavoro della filiera in vista dell’imminente decisione che il governo americano dovrà assumere, entro il 15 febbraio, sui dazi nei confronti di alcuni prodotti europei di esportazione, tra cui il vino italiano”.
“Accogliamo con pieno sostegno l’accordo tra Comité Vins e Wine Institute, in cui si riconosce l’importanza del commercio del vino tra due mercati fondamentali per i quali l’interscambio libero e aperto rappresenta una condizione irrinunciabile. Da informazioni provenienti dal mercato, i dazi decisi dagli Stati Uniti hanno già determinato i primi effetti e gli aumenti sui vini francesi e spagnoli danno evidenza degli incrementi dei prezzi quantificabili tra il 10 e il 35%, una differenza dovuta in gran parte all’assorbimento della maggiore tassa da parte di produttori o importatori. Il quadro è oltremodo preoccupante perché aumenti maggiori al 35% non potrebbero essere assorbiti e in caso di dazi al 100%, come si prospetta, i prezzi delle bottiglie raddoppierebbero. Non solo, ma è doveroso sottolineare che le ripercussioni di tale situazione danneggerebbero non solo i produttori, ma tutta la filiera del vino Usa considerando che, fatto 100 l’aumento delle bottiglie di vino determinato dai potenziali dazi, solo il 25% compete al produttore italiano mentre il restante 75% agli Stati Uniti per costi dovuti a tasse, servizi distributivi e logistica”, ha aggiunto Sandro Boscaini, presidente Federvini.
Insomma, la diplomazia si è finalmente messa in modo in maniera palese e massiccia per evitare una misura che sarebbe catastrofica per il settore, che, al trade Usa, secondo diverse stime, costerebbe oltre 10 miliardi di dollari di ricavi, e che, ai produttori italiani, dalle prime ipotesi, come quelle Unione Italiana Vini (Uiv), sottrarrebbe non meno di 200 milioni di euro.

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