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OLTREOCEANO

Dazi Usa, specchio riflesso: nel 2025 i vini importati hanno fatto meglio di quelli americani

I dati NielsenIq analizzati da Paolo Battegazzore (Vinattieri 1385 - Import Marchesi Antinori): “valuteremo gli effetti nel primo quadrimestre 2026”

Il dato è senza dubbio curioso, perché quando si introduce una misura economica protezionista come possono essere i dazi, l’ultimo risultato che si vuole ottenere è proprio che i prodotti importati vadano meglio (sotto il punto di vista dei consumi, ma anche dell’aumento di prezzo) di quelli domestici. Eppure è questo il cortocircuito in Usa riguardo al vino che rivela un’indagine di NielsenIq, analizzata e approfondita da Paolo Battegazzore, ceo Vinattieri 1385, la società di import diretto negli Usa di Marchesi Antinori, al Forum sul mercato del vino promosso dalla Società di Consulenza Enologica Chiasso-Cotarella per le aziende consulenti, nei giorni scorsi, all’Accademia Intrecci a Castiglione in Teverina.
“L’effetto delle tariffe imposte da Trump nel 2025 si è visto poco o niente - ha spiegato - i prezzi dei vini europei importati in realtà sono aumentati solo dell’1%. Dunque, i dazi sono stati assorbiti. Ma tutti dicono che dal 2026 sono, invece, aumentati, e ne valuteremo gli effetti solo a partire dal primo quadrimestre”. Questo perché, dice lo studio di Nielsen, i prezzi del vino importato hanno eguagliato gli aumenti di prezzo del vino domestico (dovuti, per esempio, a loro volta, anche all’aumento dei costi per importare i materiali per il packaging) e le importazioni di vino dall’Europa hanno, comunque, registrato buone performance (seppur l’Italia, secondo i dati Istat analizzati da WineNews, abbia chiuso il 2025 in Usa a 1,75 miliardi di euro in valore, a -9,1% sul 2024, e 339,5 milioni di litri in volume, a -6,2%, ma che non è tra i peggiori). E, così, i dati dicono che, a volume, nei consumi casalinghi, il vino americano nell’ultimo anno ha perso il -5,6%, mentre quello importato ha registrato il -3,1%. Ma anche che, a livello di prezzi, il vino americano è aumentato di +0,12 penny e quello europeo di +0,08. Le medesime tendenze si riflettono anche sui numeri del fuori casa: nell’on-premise il vino americano perde a volume il -5,1% (quello importato il -2,5%) ed il prezzo è cresciuto di +1,45 dollari (quello importato di +1,50).Riassunto: i numeri del vino importato in Usa sono sì peggiorati (e l’Italia, comunque, registra anche qui le performance migliori), ma non hanno fatto così male come il vino americano.
E, in ogni caso, spiega Nielsen, il vino statunitense in patria non sta perdendo quote di mercato rispetto al “concorrente” vino estero, ma rispetto ad altre bevande come birra e spirits, con i vini di fascia di prezzo più alta che vanno meglio degli altri. I volumi, in generale, sono in calo del -7%: i bianchi, soprattutto Pinot Grigio e Sauvignon Blanc , sono in rialzo rispetto ai rossi (-10%) e al rosè (che sta cedendo quote al Pinot Bianco), con il Prosecco che continua a crescere (+3%) ed in maniera minore lo fa anche lo Champagne.
Ad avallare il trend sulla flessione dei consumi, infine, il dato che racconta la diminuzione, in 10 anni, del 44% degli “Hot Prospects” in Usa, ovvero quelle aziende che vendono tra le 50.000 e le 200.000 casse di vino negli States con almeno il 15% di crescita nell’anno e con percentuali quantomeno simili anche in quelli precedenti: erano 49 nel 2015 (29 americane, 20 estere), sono 28 nel 2025 (17 americane, 11 estere).
In un Paese dove il 71% degli americani intervistati è a conoscenza delle tariffe sulle merci importate (non solo il vino), l’81% sa che questo avrà un impatto sui prezzi e il 43% si dichiara contrario ai dazi. Che sono stati introdotti al 10% ad aprile 2025 e poi aumentati al 15% a partire dal 1 agosto, per poi essere giudicati incostituzionali dalla Corte Suprema Usa a febbraio e successivamente reintrodotti di nuovo, attualmente, al 10% fino al 24 luglio 2026.
“Ma l’indagine di Nielsen ci dice di fare attenzione - conclude Battegazzore - il vino è particolarmente sensibile agli aumenti di prezzo e c’è poca fedeltà alla marca. Per cui, è molto facile per un consumatore passare da un vino ad un altro. Quindi, attenzione agli aumenti di prezzo. C’è sempre una conseguenza, a meno che uno non ha un break particolarmente forte che si può permettere di aumentarli”.

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