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NORMATIVA E AGRICOLTURA

Direttiva emissioni, mezza marcia indietro in Ue: salvi gli allevamenti bovini, meno polli e maiali

Esultano a metà le organizzazioni agricole, mentre si tratta di “licenza di inquinare per i maxi allevamenti” secondo Greenpeace
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Un allevamento bovino nella foto di Veckstok su Freepik

L’Europa, ancora una volta, fa una mezza marcia indietro, questa volta in materia di emissioni inquinanti, “salvando”, almeno fino al 2026, le stalle degli allevamenti bovini, dalla norma che, in soldoni, le avrebbe equiparate alle industrie. Mentre va peggio agli allevamenti suini e avicoli. In ogni caso, se esultano organizzazioni come Confagricoltura e Coldiretti, per gli ambientalisti di Greenpeace si parla di “farsa” e di “licenza di inquinare per i maxi allevamenti”, mentre c’è chi, come Copagri (domani in manifestazione a Cremona) sottolinea come, in ogni caso, la crisi della zootecnia sia profonda e siano necessari interventi importanti per non vedere chiudere le stalle. In ogni caso, la decisione europea è “un accordo migliorativo rispetto alle proposte iniziali della Commissione Ue che, se accolte, avrebbero compromesso le prospettive dell’intera zootecnia italiana”, secondo il presidente Confagricoltura, Massimiliano Giansanti.
“È stata accolta la richiesta avanzata dalla organizzazione di non estendere in via immediata ai bovini l’applicazione della nuova normativa. Se ne riparlerà nel 2026. L’intesa finale raggiunta - sottolinea, però, Giansanti - è insoddisfacente per gli allevamenti di suini ed avicoli.
Il lavoro che abbiamo svolto in stretto contatto con i Ministri che hanno trattato il dossier in seno al Consiglio Ue e con gli europarlamentari italiani ha consentito quasi di raddoppiare le soglie proposte originariamente dalla Commissione. Ma per gli allevatori di suini ed avicoli si prospettano nuovi e pesanti oneri che sono assolutamente ingiustificati. Gli allevamenti non sono in alcun modo equiparabili alle industrie più inquinanti. La zootecnia italiana è in prima fila nel continuo miglioramento della sostenibilità ambientale. I dati dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) certificano i risultati già ottenuti in termini di riduzione delle emissioni di ammoniaca e gas ad effetto serra. Va segnalato - conclude il presidente della Confagricoltura - che l’eventuale futura revisione della nuova normativa dovrà essere accompagnata dal varo di una clausola di reciprocità sulle importazione dai paesi terzi, per assicurare che i prodotti destinati al mercato europeo siano conformi alle regole dell’Unione in materia di sicurezza alimentare e tutela dell’ambiente”. Stesso tenore quello dei commenti Coldiretti e Filiera Italia, che “per primi avevano denunciato l’assurdità scientifica di paragonare le stalle alle fabbriche e avviato una campagna di sensibilizzazione, in riferimento all’ accordo tra Europarlamento e Consiglio sulla proposta di modifica della direttiva emissioni. Più penalizzato, invece, dal compromesso esce - denunciano Coldiretti e Filiera Italia - il settore suino, in particolare quello degli allevamenti da ingrasso, mentre poco significative sono le modifiche introdotte al settore avicolo (con qualche eccezione per le ovaiole). Equiparare gli allevamenti, anche di piccole/medie dimensioni, alle attività industriali - precisano Coldiretti e Filiera Italia - appare ingiusto e fuorviante rispetto al ruolo che essi svolgono nell’equilibrio ambientale e nella sicurezza alimentare in Europa”.
In ogni caso, seppur parziale, è “una vittoria del buon senso, che dà ragione a chi come la zootecnia italiana sta facendo tantissimo per la riduzione delle emissioni come dimostrano gli straordinari risultati degli ultimi anni in cui, secondo l’Ispra, le emissioni prodotte dagli allevamenti rappresentano il 5% delle emissioni di gas serra, con -24% delle emissioni degli allevamenti italiani negli ultimi 30 anni in controtendenza con l’aumento del 16% rilevato a livello mondiale (+44% in Brasile, +23% in Marocco e Turchia e +21% in India)” ha affermato il presidente Coldiretti, Ettore Prandini nel preisare che “viene sconfitta le strumentalizzazione di chi fa finta di non sapere che produrre un chilo di carne nel nostro Paese emette un quinto delle emissioni legate alla produzione dello stesso chilo di carne in Asia o America, da dove rischiamo di essere costretti ad importare”.
Un provvedimento, che, però, non salva gli allevamenti dalla crisi, tanto che domani tanti allevatori della Lombardia, tra le Regioni più importanti per il settore, saranno in manifestazione negli spazi esterni delle Fiere Zootecniche Internazionali di Cremona, dove daranno vita a un presidio permanente per tenere alta l’attenzione sulla crisi della zootecnia, stretta in una morsa d’acciaio tra gli aumenti dei fattori produttivi, le remunerazioni insoddisfacenti, le problematiche di carattere sanitario e le annose questioni che ne frenano lo sviluppo. “Oggi - spiega Copagri - ci troviamo in una condizione nella quale per gli allevatori è sempre più complicato guardare al futuro con ottimismo e serenità; e questo assunto vale sia per la zootecnia da latte, che sconta costi di produzione aumentati di 10 centesimi al litro nel 2022 e di altri 2,5 centesimi al litro nel 2023, superando i 53 centesimi al litro, che per quella da carne, con le quotazioni di soia e mais che hanno quasi raggiunto, rispettivamente, i 70 euro e i 30 euro al quintale”. Chi invece bolla come sconfitta totale la decisione Ue è l’associazione ambientalista Greenpeace, secondo la quale “i legislatori europei hanno concesso ai più grandi allevamenti intensivi l’esenzione dalle norme Ue sull’inquinamento industriale: un duro colpo per il clima, per la tutela dell’ambiente e per la stragrande maggioranza degli allevatori in Europa che arriva con la decisione di Parlamento Ue, Commissione Ue e Governi nazionali di escludere i più grandi allevamenti intensivi di bovini e buona parte dei grandi allevamenti intensivi di suini e avicoli dalla revisione della direttiva sulle emissioni industriali dell’Unione Europea (Direttiva Ied)”.
“Le lobby del settore zootecnico, insieme ai deputati liberali, conservatori e di destra della Commissione Agricoltura Ue, sono riusciti a bloccare qualsiasi ampliamento del campo di applicazione della Direttiva sull’inquinamento industriale - sostiene Greenpeace - sostenendo che le revisioni proposte avrebbero colpito negativamente i piccoli e medi allevamenti bovini europei. Dichiarazioni non supportate dai dati, dal momento che le proposte sul tavolo dei negoziati riguardavano appena l’1% di tutti gli allevamenti di bovini in Europa e solo quelli più grandi e più inquinanti”. “Abbiamo assistito a una farsa. Gli interessi delle grandi aziende del comparto zootecnico insieme all’ala conservatrice delle istituzioni Ue hanno raccontato una realtà parallela, quando era chiaro che oltre il 99% di tutti gli allevamenti di bovini europei non sarebbe stato interessato dalla revisione”, dichiara Federica Ferrario, responsabile della campagna agricoltura di Greenpeace Italia. “Bisogna chiedersi perché i decisori politici abbiano lottato così duramente per dare una “licenza di inquinare” a un pugno di maxi-allevamenti, i più grandi e più inquinanti in assoluto, mentre le aree rurali dedicate alla zootecnia intensiva sono invase da tonnellate di liquami che inquinano acqua, suolo e aria”. L’applicazione della direttiva per gli allevamenti di suini, invece, è stata estesa a quelli che contano più di 1.200 animali (finora la soglia era fissata a 2000), ad eccezione degli allevamenti di suini biologici o gestiti in modo estensivo. Poco cambierà per gli allevamenti avicoli: rimane invariata la soglia di 40.000 polli da carne, prevista dalla direttiva finora in vigore, mentre per le galline ovaiole si abbassa a 21.500. Entro il 31 dicembre 2026, la Commissione Europea dovrà valutare quali azioni saranno necessarie per gestire le emissioni inquinanti del settore zootecnico europeo, compresa l’eventuale inclusione degli allevamenti di bovini nella normativa.
“Troppo poco e troppo tardi - dice GreenPeace - dato che la produzione agricola dell’Ue è responsabile da sola del 93% delle emissioni di ammoniaca e del 54% di quelle di metano legate all’attività antropica in Europa, e che la maggior parte di queste emissioni proviene proprio dagli allevamenti intensivi. La produzione zootecnica è anche responsabile del 73% dell’inquinamento idrico derivante dalle attività agricole dell’Ue. Considerato che la normativa finora in vigore copriva solo il 18% delle emissioni di ammoniaca e appena il 3% di quelle di metano del settore zootecnico, poco cambierà con le timide modifiche decise questa notte. L’accordo raggiunto è un autogol per la protezione della nostra salute e quella dell’ambiente, ma anche per tutte quelle piccole e medie aziende agricole che avrebbero tratto solo un vantaggio competitivo dall’imposizione di limiti più stringenti agli allevamenti intensivi più grandi e industrializzati. Sicuramente una decisione che non avvantaggia il tanto sbandierato “made in italy””, conclude Ferrario.

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